Il più grande pesce d’Aprile nella storia del calcio

La porta del
La porta del “Bernabeu” dopo il crollo, provocato da un Pesce d’Aprile dei tifosi di casa (fonte: mundodeportivo.com)

Oggi è il primo di Aprile. Sicuramente a lavoro qualcuno vi avrà fatto qualche scherzo (poco) simpatico, tipo mettere la colla nella serratura dell’armadietto, oppure all’università la più figa (o il più figo) del vostro corso, dietro la quale sbavate dal 1492, vi ha fatto quell’occhiolino che vi ha mandato in pappa il cervello, rendendovi un’ameba per un’intera mattinata.

Fino al momento in cui, vittime delle tempeste ormonali primaverili, avete cominciato a confessare i vostri istinti più primordiali e lei (o lui) ha pensato bene di ridervi in faccia augurandovi un buon pesce d’aprile.

Se non vi è capitato sono contento per voi. I miei articoli contengono spesso aneddoti autobiografici, quindi un pensiero carino nei miei confronti sarebbe ben accetto.

Oggi è il primo di aprile, il giorno in cui tutto il mondo impazzisce tramite l’invenzione di notizie fuori da ogni realistica dimensione, e l’universo calcistico non è mai stato da meno.

Ricordiamo un articolo giornalistico di qualche anno fa, quando il quotidiano inglese The Indipendent annunciò che Cristiano Ronaldo venne acquistato dalla Federazione Spagnola per 160 milioni di euro, ceduto dal Portogallo per risollevare le casse federali. Fu una delle notizie più cliccate dell’anno, qualcuno ci credette pure.

Come ben saprete, o almeno immagino, le norme FIFA non consentono più di militare per due nazionali maggiori differenti, in partite ufficiali.

Vi confesso che in redazione si è parlato molto di questo primo aprile, le notizie in ballo erano molteplici: Un Buffon redento e devoto alla Madonna di Medjugorie, il Pigna Montero che chiede perdono per le sue espulsioni, Adriano Leite Ribeiro che torna a pesare meno di 120 kg, i giornalisti mondiali che verificano le fonti prima di dare le notizie…

Ma non volevamo urtare la sensibilità di nessuno, anche perchè con Montero non si scherza.

In fondo la Via Lattea è una galassia troppo bella per fuggire a cuor leggero, e gli alieni sono sostenitori dell’urugagio.

Quindi abbiamo deciso di tornare indietro nel tempo, come nostro solito.

Andiamo indietro di 18 anni, viaggiamo fino al Santiago Bernabeu.

E’ un mercoledì sera, ed è il giorno della semifinale di andata di Champions League, tra i padroni di casa del Real Madrid ed i campioni in carica del Borussia Dortmund.

Una partita che vale una stagione.

Ci sarebbero da fare 419 articoli sul formato della Champions League alla fine degli anni ’90.

Spero che vi basti sapere che era radicalmente diversa da ora. Dopo i gironi, in quell’anno, ci fu la fase ad eliminazione diretta, come oggi, a partire però dai quarti di finale.

Successivamente si passò ad una fase a gironi simile a quella del prossimo Europeo, con 24 squadre la qualificazione delle quattro migliori terze, per poi passare all’introduzione dei doppi gironi e all’attuale formato con 32 squadre e l’eliminazione diretta dagli ottavi.

Nella stagione 97/98, tutti gli scontri dagli ottavi in poi si giocavano il mercoledì, in contemporanea. Altro che frammentazione in quattro giorni (e due settimane diverse)…

In quella sera, che passerà alla storia, l’altra semifinale di andata era Monaco (quelli del Principato) contro la Juventus.

Ma noi siamo al Bernabeu, sono le 20:40 e la tensione è alle stelle. I ragazzi delle giovanili si mettono sul cerchio di centrocampo e srotolano il telone che raffigura il logo della competizione, le squadre stanno entrando. Suona l’inno della Champions League, il cuore galoppa a 200 bpm, come minimo. La Spagna e la Germania sono incollate ai televisori, sta per avere inizio una partita che si preannuncia bellissima ed entusiasmante.

Davanti agli occhi degli 85.000 del Bernabeu, e dei milioni di telespettatori, succede quello che nessuno si sarebbe mai aspettato.

La porta dal lato della curva dei tifosi locali collassa, cadendo all’indietro e cedendo di schianto. Il Bernabeu si ferma, l’Europa sportiva è incredula. Un episodio senza precedenti.

Dicevamo prima che nessuno si sarebbe mai aspettato, guardando quella partita, di assistere ad una faccenda simile.

Nessuno, sì. Tranne una ventina di tifosi, componenti del Fondo Sur, storico gruppo di supporters della curva madridista.

Loro, oltre all’importanza della partita, non si erano dimenticati della tradizione del primo aprile.

Gli spagnoli, quando ci si mettono, sanno regalare emozioni uniche.

Cos’hanno pensato questi venti? Semplice! Hanno tagliato i pali della porta. Fisicamente, durante i minuti precedenti all’ingresso in campo delle squadre.

Poi hanno tenuto in piedi la porta, con l’ausilio di alcune corde, fino al momento dell’apice della tensione, per poi mollare la presa e lasciar cadere la porta.

L’arbitro olandese Van der Ende ordina ai dirigenti madridisti di ripristinare le condizioni del campo di gioco, sostituendo la porta con quella di riserva che, per obbligo, deve essere presente negli stadi che ospitano la Champions League.

I dirigenti dei blancos, però, sono colti alla sprovvista, perchè la porta di riserva, al Bernabeu, non c’è. Il rischio di perdere la partita a tavolino per 0-3 si concretizza sempre di più ad ogni minuto che passa, ma qualcuno, a quella partita, ci tiene più di chiunque altro.

La leggenda narra di un certo Augustin Herrerin, impiegato del Real, che prese la moto e si catapultò presso la Ciudad Deportiva, allora centro di allenamento delle Merengue, situato appena fuori dalla capitale spagnola. Le cancellate dei campi erano chiuse, ma lui scavalcò e, avvalendosi del prezioso e qualificato aiuto di un camionista che era lì per caso, per trasportare delle impalcature, solleva una porta da allenamento mobile e la trascina fino allo stadio.

Dopo una lunga attesa, la porta, che si scoprirà non essere esattamente delle dimensioni regolari, viene montata e, alle 22:01, l’arbitro fischia il calcio d’inizio.

La partita finì 2-0 per i padroni di casa, con reti di Morientes e Karembeu.

Il ritorno al Westfalenstadion ebbe come risultato un pareggio a reti bianche che spedì il Real Madrid in finale, ad Amsterdam, contro la Juventus. Ma questa, è un’altra storia.

Le proteste dei tedeschi furono, come potete immaginare, accese e vibranti.

Il Real Madrid se la cavò con circa 115.000 pesetas di multa (al cambio attuale, più o meno 700.000 euro) e la successiva partita di Champions in campo neutro. Non la finale, certo, ma la prima partita dell’edizione successiva.

Fu un innocente e goliardico pesce d’aprile, anche simpatico (ma non per la dirigenza madrilena, che visse attimi di puro terrore).

Ma, probabilmente, il gesto condizionò non solo la partita, ma anche la storia (e l’albo d’oro) del calcio europeo.

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