La finta colf col vizio del gol: Susanne Augustaesen

La colonia delle giocatrici straniere in Italia non è mai stata delle più numerose, specialmente perché col passare degli anni il nostro campionato ha perso quell’appeal (forse mai raggiunto pienamente) che, invece, sul finire degli anni Novanta il sistema calcistico femminile italiano poteva vantare. D’altro canto se da un lato tesserare un calciatore proveniente dall’estero per una società di Serie A maschile può dare davvero pochi intoppi, farlo in una società femminile può essere molto complicato proprio a causa del loro inquadramento dilettantistico, che porta ad una minor competitività delle squadre del nostro paese rispetto a quelle residenti in Francia, Germania ed Inghilterra, nuove culle del calcio femminile professionistico continentale, su tutte.

Attualmente, il tesseramento di una calciatrice straniera, se comunitaria, presuppone l’ottenimento della residenza in Italia, per il quale, dando per scontato un soggiorno superiore ai tre mesi, oggi è necessaria l’iscrizione anagrafica, che prevede come requisito minimo l’essere in possesso di risorse economiche sufficienti al proprio sostentamento e a quello dei familiari al seguito. E purtroppo – nonostante varie pressioni – essere calciatori dilettanti (e nel nostro caso calciatrici), non equivale a livello burocratico all’avere un lavoro vero e proprio, rendendo più difficile il riconoscimento dei suddetti titoli. Ancora più ardua è la strada da percorrere per gli extracomunitari: in assenza di specifici accordi tra gli stati – come quello vigente tra l’UE e la Svizzera, equiparata ad un paese membro – per sostare in Italia serve il permesso di soggiorno e, di riflesso, lo svolgimento di un’attività lavorativa, in assenza di ricongiungimenti familiari.

Quindi, fin dagli anni Ottanta, società e calciatrici si sono sempre arrangiate facendo di necessità virtù. Da qui nascono storie davvero interessanti e, paradossalmente, una di queste riguarda l’attaccante danese Susanne Augustesen. Classe 1956, è la miglior marcatrice straniera del nostro calcio con oltre seicento gol nei ventidue campionati disputati nel calcio italiano, nel corso dei quali per otto volte è risultata la capocannoniere.

Ancora oggi le cronache dicono un gran bene di lei: brava di destro, sinistro, di testa e con un grandissimo repertorio di finte, dribbling e finezze come il colpo di tacco. Basta leggere il Dizionario del Calcio Italiano (Baldini & Castoldi, edizione 2000) per trovare scritte le parole artista del pallone che pochi altri concetti lasciano alla fantasia. E a conferma di ciò, il 20 marzo scorso Susanne è stata inserita nella Hall Of Fame del calcio danese, al fianco di mostri sacri come i connazionali che vinsero l’Europeo del 1992. Ad aiutarla nell’impresa, senz’altro, la tripletta siglata, ad appena 15 anni, nella finale dei pur non ufficiali Mondiali del 1971 giocati in Messico, che aiutarono la sua nazionale a vincere il titolo iridato contro le padroni di casa davanti a 110 mila spettatori, come certificato dal video. Competizione, peraltro, alla quale la Augustesen ha potuto partecipare solamente grazie al permesso dei genitori, data la minore età.

Eppure, nonostante il curriculum parlasse da sé, quando nel lontano 1974 questo pezzo da novanta approdò nel nostro paese dovette inventarsi qualcosa che rimase (e rimane) nella romantica storia del calcio. Il suo arrivo a Bologna segna l’inizio di una carriera all’insegna del girovagare che la porta in ogni angolo d’Italia (Bologna, Padova, Conegliano Veneto, Lazio, Cagliari, Lecce, Trani, Modena e Cagliari di nuovo), ma soprattutto racconta quanto fosse complicato trovare una sistemazione calcistica nel nostro paese per una donna.

Susanne, infatti, assieme ai dirigenti delle società dovette inventarsi uno stratagemma per ottenere la carta di soggiorno in Italia (documento sostituito, a partire dal 2007, dalla già citata iscrizione all’anagrafe) ed evitare il foglio di via: non poteva dichiarare di essere una calciatrice e così si iscrisse alle liste di collocamento di Conegliano Veneto come collaboratrice domestica, potendo continuare a praticare lo sport preferito nel nostro paese.

Nel 1989 Susanne indossa la maglia del Modena e, stando a quanto riportato su La Gazzetta dello Sport del 21 dicembre, guadagna 25 milioni di lire annui: non poco considerando che, stando ai calcoli dell’Istat, la cifra attualizzata ammonterebbe a poco meno di 27 mila euro. In realtà comunque Susanne farà tutt’altro che la colf: nel suo periodo di militanza a Conegliano Veneto apre anche un negozio di oggettistica e diventa istruttrice di nuovo e pallamano. Lascia il calcio e l’Italia nel 1995 tornando nel suo paese, dove riprende gli studi di marketing con l’obiettivo di diventare dirigente sportiva, per poi accontentarsi del ruolo di impiegata al comune di Copenaghen.

A fare il paio con Susanne Augustesen, e a conferma del fatto che fare la calciatrice in Italia non è semplice, adesso come allora, la storia della spagnola Conchi Sanchez, classico numero 10 dal talento puro e irripetibile, che fa parte in modo indiscusso della migliore generazione, quella intercorrente tra gli anni Ottanta e Novanta, di calciatrici straniere venute in Italia. Di lei si ricorda un gol segnato scartando anche il portiere avversario dopo essere partita dalla sua area e senza mai perdere il pallone. La Sanchez, che attualmente ha uno studio di fisioterapia nella cittadina inglese di Brighton, finì con lo spendere buona parte del rimborso di un anno, ammontante in 30 milioni di lire, per pagarsi le cure dopo un infortunio ai legamenti del ginocchio. “In Italia ho vissuto di calcio, ma il mio contratto era dilettantistico e senza coperture assicurative: non avevo tutele e quando ti facevi male era un disastro”, dirà, malinconicamente, in un’intervista al quotidiano sportivo AS nel 2011.

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