Una giornata con i tifosi del Chievo

Autunno 2001. Il piccolo quartiere di Chievo, collocato nel quadrante nord-ovest della città di Verona ed abitato da appena 3000 anime, si ritrova letteralmente invaso dalle telecamere di mezzo mondo. La squadra sorta in questa piccola porzione di terra sulle rive dell’Adige, e che prende proprio il nome di Chievo, sta infatti stupendo gli addetti ai lavori e i semplici appassionati grazie ad una partenza sprint nel suo primo campionato di Serie A, per il quale ha mantenuto l’ossatura della rosa neopromossa dalla B.

Non è solo l’apparente anonimato della squadra del presidente Campedelli ad essere violato, ma quello di un’intera comunità che, dal nulla, si ritrova tra le prime pagine dei giornali e al centro di reportage mediatici.
Il cuore del Chievo, d’altronde, sorge proprio qui, a pochi metri dall’omonima diga. In particolare, è il Bar Pantalona ad essere tradizionalmente riconosciuto come la base portante di un connubio identitario che coinvolge squadra e quartiere. “È qui”, come ci racconta Marco Sancassani, barista nonché giornalista, direttore responsabile della rivista Mondo Chievo e memoria storica del club, “che Luigi Campedelli, padre dell’attuale presidente Luca, riuniva il direttivo societario per prendere le più importanti decisioni relative al Chievo. Non solo: fino agli anni ’80, il numero telefonico tradizionalmente riportato sugli almanacchi Panini altro non era che il telefono pubblico del bar”.

Lo stesso Bar Pantalona, inoltre, è sede di uno dei 21 club, in gran parte della provincia veronese, ma con aderenti anche oltre i confini regionali, in Lombardia e Veneto, facenti parte del Coordinamento Amici del ChievoVerona, che riunisce i diversi gruppi aventi in comune la passione per i colori gialloblu. Ma non solo: lo stesso locale è abituale punto di ritrovo dell’organigramma e può vantare, tra le proprie fila, il presidente del Coordinamento stesso, Ivano Fagnani.

L’occasione della nostra visita, peraltro, è di quelle speciali: è domenica mattina, e nel pomeriggio si giocherà la partita di campionato tra Chievo e Pescara. Nell’occasione, si terrà, prima del match, un momento conviviale teso a coinvolgere, oltre ad una trentina di tifosi delle due squadre che scenderanno in campo, anche un club di sostenitori dell’Hellas, squadra concittadina. Uno dei motivi dell’incontro, infatti, è la ricorrenza, che cade quest’anno, del quarantesimo anniversario dalla tragica scomparsa dei fratelli Giacomi, uno dei quali, Mario, nato proprio nel quartiere, giocò prima nel Verona e poi a Pescara.

Nessun campanilismo: il tifo, quello sano, viene prima di tutto. Ed è quello che sottolinea Sebastiano Borruto, che si immola a farci da Cicerone per il quartiere. “Vorremmo che siano questi i momenti di cui parlano i giornali”, sottolinea, “e non solo gli episodi di violenza che, per propria natura, fanno notizia. L’obiettivo del Coordinamento è proprio questo: farci portatori di ideali mirati a cercare l’incontro e non lo scontro tra i tifosi. La presenza, oggi, di un gruppo ricollegabile all’altra sponda cittadina, non può che renderci felici del nostro operato”.

La nostra breve camminata trova il suo punto finale nella cornice del Bottagisio Sport Center, centro del Settore Giovanile del Chievo, sorto nel Dicembre del 2014 in un sottile lembo di terra tra l’Adige e il canale Camuzzoni, creato artificialmente per servire le fabbriche cartiere e i mulini siti in città, sul quale prima sorgeva l’omonimo campo parrocchiale che, fino al 1986, ha ospitato le partite interne della prima squadra. “Un’opera che ha contributo a riqualificare questa porzione di terreno, oramai quasi abbandonata, e che allo stesso tempo arricchisce tutta Chievo, grazie alla presenza dei giovani calciatori, delle loro famiglie al seguito ma anche dei più anziani che si servono delle strutture in orario serale”, dice orgoglioso Sebastiano. E che il rione riconosca nella struttura una sorta di punto di ritrovo è evidente: sulla pista ciclabile che costeggia i 4 campi sintetici è un via vai di persone che parlano tra di loro, o anche solo si salutano velocemente, mentre a pochi metri si tiene la partita tra le selezioni Under 17 di Chievo e Spal, valida per il campionato Allievi Professionisti.

È finalmente ora di mangiare: si ripercorrono i pochi metri che separano il Bottagisio dal Bar Pantalona, dove i presenti, tra cui noi, mangeranno insieme. A tavola, guest stars indiscusse sono Nella, capodelegazione pescarese, ma soprattutto l’inossidabile signora Maria. “È la VIP del gruppo”, racconta scherzosamente Sebastiano, “perché ogni domenica le telecamere di Sky vanno a cercarla in curva, allo stadio”. Tifosa storica clivense, divenne famosa, nel suo piccolo, dopo la vittoria esterna ottenuta contro l’Inter nel 2001: in quell’occasione, Del Neri disse pubblicamente che i festeggiamenti della squadra si limitarono ad accettare l’invito della signora Maria a mangiare una pizza tutti insieme.

Il clima creatosi a tavola, le chiacchiere spensierate tra i tifosi delle tre squadre e l’accoglienza riservataci dagli stessi membri del Coordinamento ci fanno rendere conto di un particolare non da poco: da queste parti, il clima che si respira (e che si vuole far respirare) è quello di una grande famiglia. Stessa sensazione provata, dopo aver lasciato i commensali, una volta giunti al Bentegodi nel prepartita.

Diversamente da molte altre curve, la Nord del Chievo è piena di bambini in festa, pronti ad urlare i nomi dei propri beniamini in un clima di assoluta serenità. Tra gli striscioni Orgoglio clivense e North Side, che campeggiano su due diversi anelli dell’impianto, uno sparuto gruppo di tifosi, inferiore al migliaio, canta i cori che comunque riecheggiano in uno stadio semivuoto: d’altronde, riempire i quasi 40000 posti disponibili in una partita tutt’altro che di cartello è impresa assai ardua. Eppure, statene certi, si fanno sentire e, soprattutto, senza mai trascendere nella volgarità: al massimo, qualche goliardico “chi non salta è veronese”, rivolto ai cugini dell’Hellas.

Il risultato finale (2-0 a favore dei padroni di casa) è solo un dettaglio per noi, in una giornata come questa, passata in un clima festoso prima e dopo la gara. I giocatori di entrambe le squadre, dopo il match, escono dall’impianto a piedi, senza la necessità di una scorta, salutati dai tifosi rimasti fuori dall’impianto come se si fosse tra vecchi amici. Anche la signora Maria, accompagnata dal suo fedele ombrello usato come bastone, lascia gli spalti a braccetto dei tifosi, che la conducono affettuosamente verso l’uscita.

Possiamo senz’altro dire che, dal nostro punto di vista, il miracolo Chievo tanto decantato dai giornalisti quasi 16 anni fa è un termine ancora attuale, ma con un’accezione diversa: non tanto sul campo, dove pure i gialloblu, nel lasso di tempo trascorso dai fatti narrati ad inizio articolo ad ora, hanno giocato nella massima serie per ben 15 anni, retrocedendo in B solo una stagione, ma nell’aver conservato quella genuinità e allegria dei primi tempi, la stessa che accompagnava l’ambiente nelle categorie inferiori e che oggi sembra essere merce rara. E respirare questa tipologia di aria anche in Serie A, sinceramente, ci lascia piacevolmente stupiti, ma allo stesso tempo felici.

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