In fuga dal servizio militare: la follia di Riccardo Maritozzi

Tra le maggiori paure a contraddistinguere la gioventù di molti ragazzi fino alla prima metà del Duemila ci fu la tanto famigerata “naja”, quel servizio militare di leva obbligatorio che per anni aveva costituito un vero e proprio spartiacque tra l’età della gioventù e il tempo di diventare uomini.

All’inizio degli anni Ottanta, quando quell’incubo dai colori mimetici era ancora in voga, il centrocampista Riccardo Maritozzi era uno dei protagonisti del Palermo dell’indimenticato presidente Renzo Barbera e guidato in panchina dal tecnico Giancarlo Cadè. Nella serie cadetta i rosanero veleggiavano nelle zone medio-alte (chiuderanno poi al nono posto) e tra i protagonisti figuravano anche i futuri allenatori Fausto Silipo, Ignazio Arcoleo e Gian Piero Gasperini, solo per citare i più noti.

In quella squadra di prim’ordine, come già detto, spiccava il talento del giovane Riccardo Maritozzi. Attaccante classe 1959 al suo secondo anno in Sicilia dopo che i rosanero erano riusciti ad acquistarne la comproprietà dal Torino. Quella stagione mise in luce la grande potenza fisica di Maritozzi, che assieme a delle eccellenti doti tecniche gli valse l’interessamento di diversi club di Serie A tra i quali Milan, Napoli, Lazio e Sampdoria. In quel periodo, però, l’appena ventunenne Maritozzi oltre che con gli avversari sul campo, stava anche facendo i conti con nottate in camerata, piantoni e marce.

Di stanza a Napoli nella compagnia atleti, per Maritozzi la vita da soldato era ingestibile, specialmente dal punto di vista sportivo. Allenarsi in piena solitudine e raggiungere i propri compagni solo per giocare alla domenica oltre a farne calare il rendimento, proprio non riusciva a mandarlo giù. Così per preparare al meglio la partita contro il Pisa del 5 aprile 1980 di fronte al pubblico de La Favorita, Maritozzi escogitò un diversivo per poter restare vicino ai suoi compagni. All’indomani della partita persa per 2-0 dai siciliani contro la Sambenedettese, il centrocampista ingigantì all’inverosimile un eritema alla pelle con l’unico scopo di farsi ricoverare nell’ospedale militare di Palermo. Il piano inizialmente riesce e Maritozzi torna in Sicilia coi suoi compagni. Fin qui nulla di strano, se non che dopo pochi giorni senza potersi neppure allenare il giovane romagnolo decide di andare a farlo con i suoi compagni, ma non chiede una licenza come si farebbe normalmente. Maritozzi fa di testa sua: scavalca la recinzione della caserma e si presenta tra lo stupore di tecnico e compagni al campo d’allenamento.

“Sono in licenza per potermi allenare” racconta. La scusa però è destinata a durare poco, perché in Sicilia la carta stampata segue in modo quasi maniacale le gesta dei rosanero e in particolare dell’uomo mercato Maritozzi. Lo stesso accade in caserma, dove il comandante il giorno dopo all’ora della colazione quasi si affoga con il cornetto leggendo che Maritozzi ha partecipato alla partitella in famiglia del giorno prima, quando invece doveva essere rinchiuso tra quelle mura in mimetica.

Il danno è fatto: Maritozzi viene confinato in caserma e salta Palermo-Pisa (finirà 1-0, ndr) scatenando l’ira non solo del suo comandante, ma anche dell’allenatore Giancarlo Cadè e del direttore sportivo Erminio Favalli.

“Il mister si arrabbiò tantissimo quando scoprì che ero scappato dalla caserma”, racconta Maritozzi a Football Pills. Il centrocampista pensava di essersi garantito l’impunità accordandosi con alcuni commilitoni di fede rosanero, ma come abbiamo visto fu la stampa a ritorcersi involontariamente contro di lui. “Le cose così come le avevo organizzate con alcuni altri soldati della caserma erano andate bene e dopo essermi allenato con i compagni ero tornato tranquillamente in camerata senza che nessuno se ne accorgesse o si facesse troppe domande. Il problema – spiega – fu che al mattino nel bar degli ufficiali il comandante lesse nel giornale che mi ero allenato regolarmente il giorno prima, e lì fu la fine del mio piano per la fuga perfetta”.

In fumo andò anche la possibilità per Maritozzi di prender parte alla gara della domenica. Il Palermo decise di multarlo, ma non si privò di lui, che tornò già in campo la settimana successiva a Vicenza. “Fu la società a costringermi a tornare e restare in caserma, poi mi fecero una multa e presi una bella strigliata da Cadè e Favalli che mi accusarono di voler sempre fare quello che mi pareva. Devo dire – sorride – che avevano proprio ragione sotto questo punto di vista”.

Ma l’estro di Maritozzi non venne a galla solo a Palermo. Ne sa qualcosa Luigi Radice, che ebbe a che fare con lui quando – proveniente dalle giovanili del Russi – il diciassettenne venne aggregato con la prima squadra granata in occasione della gara di Coppa Italia contro l’Inter a San Siro. Sarebbe il sogno di ogni giovane e qualsiasi ragazzo sarebbe in preda all’emozione più profonda nei minuti precedenti alla gara, ma Maritozzi reagì a quell’occasione a modo suo, come racconta lui stesso. “Prima della partita Radice incontrò i ragazzi aggregati dalla Primavera. Ero io assieme ad altri due. Ci chiese che scuola facessimo e io gli dissi che andavo a scuola guida. Ci fu un attimo nel quale tutti rimasero in silenzio e vidi che Radice stava pensando a come reagire e, alla fine, per fortuna si fece solo una risata”.

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