Caserta e la Rivolta del Pallone

Da : prima pagina de “La Stampa”, 9 settembre 1969

Nel lontano 1969, per qualche giorno, le attenzioni delle cronache del nostro paese furono incentrate su un evento che, in Italia, rimane tuttora senza paragoni. Per ben 48 ore un’intera città fu scossa da una violenta manifestazione che la mise a soqquadro, e la cui origine (è questa la particolarità) è da ricercarsi nel mondo del calcio. Ciò, inoltre, non avvenne in una delle piazze più celebri per questo sport, ma la passione per il calcio, si sa, è uniformemente distribuita sul nostro territorio, e ovunque i tifosi sostengono la squadra della propria città, qualsiasi categoria affronti, con vigore. Ci sono zone in cui tutto ciò è accentuato all’ennesima potenza, come in Campania. Tutti, nel mondo, conoscono il calore del tifo napoletano, tuttavia oggi non si parla del capoluogo, bensì di Caserta, che ad oggi può vantare sì successi sportivi a livello nazionale, ma nel basket.

 

Sul prato verde, la Casertana, che partecipò solo saltuariamente ai campionati federali prima del secondo conflitto mondiale, si fece notare negli anni ’50 nella IV serie, l’attuale Serie D. Una svolta avvenne nella stagione 1962/63, quando i falchetti ottennero la promozione in Serie C e la squadra fu acquisita da Giuseppe Moccia, un imprenditore che da subito non nascose l’ambizione di voler al più presto salire ancora più in alto. Dopo vari tentativi, nel 1968/69 sembra essere arrivata l’occasione giusta per vincere il campionato: al termine di un lungo testa a testa col Taranto, riuscirono ad aggiudicarsi il primo posto e la promozione in Serie B.

 

Nell’estate del 1969 scoppiò però un caso destinato a fare molto rumore. Ai primi di luglio, il presidente del Taranto Michele Di Maggio accusò la Casertana di aver combinato una partita del campionato appena vinto. Secondo quanto ricostruito, egli avrebbe saputo dall’allora allenatore del Trapani che un suo giocatore, Renato De Togni, fu avvicinato da un collega della Casertana, Renzo Selmo, in occasione della sfida giocata il 18 maggio di quell’anno, che gli offrì dei soldi in cambio di un aiuto per vincere. La partita si concluse 1-0 per i campani, e il gol venne propiziato proprio da un errore di De Togni. Ma a nessuno sul momento sorsero dei dubbi. Le indagini partirono subito dopo l’accusa di Di Maggio: i due sospettati furono interrogati, e, mentre Selmo negò qualsiasi tipo di coinvolgimento nella vicenda, De Togni confermò tutto e rivelò i dettagli dell’accordo. Al momento dell’apertura del processo, De Togni ritrattò la propria versione dei fatti con una lettera in cui spiegò di essersi inventato tutto perché spinto da Di Maggio, che gli consegnò una cospicua somma di denaro per convincerlo a mettere in scena la vicenda. I giudici però ritennero che la versione veritiera di De Togni fosse la prima, e che, sebbene ci fosse stato un incontro tra De Togni e Di Maggio, questo non avrebbe influito sul racconto di De Togni, e così la commissione disciplinare, che emise la propria sentenza a Firenze l’8 settembre, comminò 6 punti di penalizzazione alla Casertana, che le costarono la promozione a vantaggio del Taranto.

 

La notizia non fece in tempo ad arrivare a Caserta che nella città scoppiò il caos: i tifosi invasero le strade organizzando delle barricate e scontrandosi con le forze dell’ordine, ci furono numerosi lanci di sassi e lacrimogeni e vennero dati alle fiamme automobili, edicole, cartelloni pubblicitari. Venne anche indetta una giunta comunale straordinaria, che in una delibera invitava tutta la popolazione a manifestare il proprio sdegno con tutti i mezzi leciti contro l’ingiusto verdetto. E questo non contribuì a placare gli animi. Anzi, gettò benzina su un fuoco già ardente.

 

La stazione ferroviaria venne incendiata e il traffico dei treni bloccato. Anche il casello autostradale fu presidiato dai manifestanti, e quindi la città risultava isolata. Molti uffici pubblici e scuole furono presi d’assalto e furono registrati gravi danni nel Provveditorato agli studi, all’interno del quale i manifestanti riuscirono a entrare. Le attività commerciali erano ferme, e in molte case mancavano l’acqua e i generi di prima necessità. In serata fu trasmesso in televisione un appello di Gianni Rivera, il quale cercò di ricordare che “il nostro è un gioco”. Il giorno successivo si ripeté però lo stesso copione, finché non si sparse la voce che era stato fatto ricorso contro la sentenza di Firenze. Gradualmente si tornò quindi alla calma, e anche se il ricorso fu respinto, gli episodi di violenza non ebbero seguito. I due giorni di battaglie avevano però causato una grandissima devastazione, un centinaio di persone furono arrestate, e i feriti furono decine. I danni furono stimati in centinaia di milioni di lire.

 

Che ne fu dei personaggi coinvolti nell’inchiesta? Selmo e De Togni furono squalificati a vita dalla commissione. Renzo Selmo, il quale sentì ricadere su di sé la responsabilità della mancata promozione, tentò il suicidio provando a gettarsi dalla finestra della sede della società, dove si trovava al momento della lettura della sentenza, bloccato però dai presenti. Il giorno successivo, ancora sotto choc, fu condotto in una clinica psichiatrica, dalla quale fu dimesso in serata. Tenterà poi di rifarsi una carriera calcistica oltreoceano, in Canada. De Togni invece era ormai prossimo al ritiro. Venne inflitto un anno di squalifica anche a Di Maggio e all’allenatore del Trapani, per aver ritardato la denuncia dell’illecito.

 

Non sappiamo indicare con certezza chi avesse ragione o torto. Certo è che l’eco sessantottino era ancora forte in Italia, e ciò porto ad una reazione di piazza che, oggi apparentemente irragionevole per la portata dell’evento, è da contestualizzare in un particolare momento storico. Non bisognerà attendere molto, comunque, per la promozione: la Casertana vinse il campionato l’anno successivo e poté finalmente saggiare la tanto agognata Serie B. Assieme ai propri tifosi.

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