Il Ballarin, lo stadio della tragedia

7 Giugno 1981. A San Benedetto del Tronto, non è una giornata come tutte le altre. La Samb, dopo un anno di C1, è pronta a tornare in B.
Manca un solo punto, per la matematica. E non dovrebbe essere impossibile ottenerlo. Di fronte, c’è il Matera, già rivale nella stagione precedente ma praticamente destinato ad un doppio salto indietro, e soprattutto si gioca al Dino e Aldo Ballarin, fortino inespugnato nel corso della stagione, con 10 vittorie e 6 pareggi in 16 gare.
In città, l’entusiasmo è alle stelle. Gli oltre 12.000 biglietti disponibili per la partita si volatilizzano in poche ore, tra i quali i 3500 della curva Sud, che finiscono per essere prenotati nel giro di una mezz’oretta.
Già, la curva Sud, l’anima dello stadio. Il tempio del tifo, la Fossa dei Leoni. È dal 17 Maggio, ultima partita giocata in casa contro la Paganese, che la parte più calda della curva prepara la coreografia per la pronta risalita.

È calda, quella curva. Come l’estate 1981 che sta per iniziare, passando per un Maggio che frena la Samb. Il doppio pareggio esterno con Livorno e Benevento sembra quasi un’agonia. Fortuna vuole, tuttavia, che le due dirette rivali, Cavese e Campobasso, non siano in grado di infliggere il colpo di grazia ai rossoblu. Si festeggia al Ballarin.

 

Già dal mattino, i tifosi ammassano all’interno della curva circa sette quintali di carta, destinata a divenire striscioline, da essere lanciate in aria, per le celebrazioni. E già alle 15, due ore prima del calcio di inizio, dopo un corteo intorno all’impianto, la curva Sud è piena. Non solo di persone, ma anche di speranze, di sogni. Come quelli di Carla e Maria Teresa, giovani sambenedettesi che affollano l’impianto, in attesa della tanto agognata serie B.

 

Alle 16.57, è tutto pronto per il calcio di inizio. La Sambenedettese è entrata in campo in anticipo, per tributare un saluto alla curva, dalla quale si alzano al cielo migliaia di cartoncini rossi e blu, stesso colore dei fumogeni. E che festa sia, allora.

Zenga, Tedoldi, Cavazzini, Schiavi, Bogoni, Cagni, Caccia, Ranieri, Perrotta, Colasanto, Speggiorin. Lo speaker Sciarretta legge a voce alta la formazione della squadra locale, e la tifoseria si scalda.

È calda, quella curva. E la temperatura, già di per sé afosa e percepita in misura maggiore a causa dell’affollamento, diviene insopportabile, soffocante. Rovente.

Al rosso e blu dei fumogeni, si affianca un innaturale nero. In curva divampa un incendio, si dice a causa dello scoppio di un bengala o per colpa di una sigaretta, che trova un naturale conduttore nella cartaccia ammassata nello spicchio dello stadio.

È il finimondo. I calciatori corrono verso la curva, per tentare di offrire un disperato aiuto, mentre i tifosi si accalcano verso l’uscita di sicurezza più vicina, quella diretta dentro il terreno di gioco.

Il fuoco, nel frattempo, aumenta a dismisura. Non si trovano le chiavi della porta d’accesso al campo, per cui i più atletici cercano disperatamente di scavalcare le recinzioni. I più fortunati se la cavano con qualche taglio, provocato dal filo spinato, ma, almeno, non sono in pericolo di vita. Non è lo stesso per chi rimane dall’altra parte: l’idrante della curva è rotto, non si sa da quanto tempo, ed è necessario andare a recuperare quello delle tribune.

 

Carla e Maria Teresa sono le più sfortunate: si trovano nei pressi del focolare, e divengono vere e proprie torce umane. Le immagini televisive riprendono la seconda mentre, istintivamente, cerca di strapparsi i vestiti, per poi ricadere all’interno del rogo.

 

Apparentemente, la situazione sembra calmarsi. Le fiamme vengono domate in circa 15 minuti, e le forze dell’ordine suggeriscono all’arbitro Tubertini di fischiare il calcio d’inizio, per motivi di ordine pubblico.

La voce di Sciarretta, prima festante alla lettura delle formazioni, ha un timbro molto più grave nel dettare gli annunci delle persone che invitano i propri cari a ritrovarsi nei pressi delle tribune. La partita, eppure procede. E finisce 0-0. La Sambenedettese è in Serie B, ma con la morte nel cuore.

 

Maria Teresa Napoleoni, 23 anni, e Carla Bisirri, 21, insieme ad un ragazzino di 13 anni, pur coscienti, sono in condizioni gravissime e vengono immediatamente trasportate al centro grandi ustioni del Sant’Eugenio di Roma, con il corpo ricoperto per il 70% da ustioni di primo, secondo e terzo grado. Gli altri 10 ustionati gravi, invece, sono trasferiti in altri ospedali italiani.

 

Si salveranno tutti, tranne le due ragazze. Maria Teresa morirà il 13 Giugno, Carla quattro giorni dopo. Lo stesso, amaro destino dei due Ballarin, deceduti nella strage di Superga e ritrovati ai piedi del colle, con i corpi completamente carbonizzati.

 

La Samb continuerà ad esistere, e giocherà al Ballarin fino al 1985, anno in cui viene inaugurato il più nuovo e capiente Riviera delle Palme, e in B fino al 1988, prima di retrocedere nei campionati inferiori. Ma il grande orologio del destino, in quei maledetti 15 minuti, si è fermato, ripartendo con rintocchi più fiochi.

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