Quel Piacenza tutto italiano – Parte 2

Dario Hubner capocannoniere col Piacenza
Dario Hubner, capocannoniere in Serie A con la maglia del Piacenza (fonte: iogiocopulito.it)

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Vent’anni fa, ma sembra passata una vita: il Piacenza stupisce tutti, in Serie A, con una squadra interamente italiana, ben lontana dalle rose impregnate di stranieri, spesso di dubbia qualità. Da Luiso a Hubner passando per i fratelli Inzaghi, la storia di una provincia biancorossa che oggi sembra lontana anni luce.

Arriva Pasquale Luiso, il Toro di Sora

L’estate del 1996 porta a numerosi cambiamenti: in primis, si dimette Gigi Cagni, che seguirà l’ex De Vitis nell’avventura della neopromossa Verona, sostituito da Bortolo Mutti, reduce dall’esperienza a Cosenza.

Ancora una volta, il Piacenza è costretto a rinunciare al suo pezzo forte: Nicola Caccia e l’esterno Turrini volano a Napoli. Insieme a lui, vanno via Corini, per fine prestito, e Cappellini, che firma per l’Empoli.

Privati dei propri giocatori migliori, i biancorossi sembrano cedere al fascino dell’Est Europa: Igor Kolyvanov, attaccante russo, vuole cambiare aria dopo che il suo Foggia delude e non va oltre l’undicesima posizione in B.

Marchetti si espone, presentando un’offerta. I rossoneri di Puglia accettano, ma l’affare sfuma di fronte alle pretese dello zar: 800 milioni di lire a stagione, ben al di sopra rispetto al tetto d’ingaggi fissato da Garilli, ma alla portata del neopromosso Bologna, che se ne aggiudica le prestazioni.

Sfumato Kolyvanov, si punta alla soluzione nostrana: tanti svincolati, dal terzino Tramezzani all’esperto Pari, da Fabian Valtolina ad Aladino Valoti.

Manca solo il tassello per l’attacco e, ad Avellino, nonostante la retrocessione in C1, è esploso, a 27 anni, un attaccante campano, dal baricentro basso ma capace di fare reparto da solo. Nella precedente esperienza di Sora, l’abilità nel gioco aereo e l’impeto del lottatore non è sfuggito né ai tifosi locali né alla stampa nazionale, tanto che il soprannome che lo contraddistinguerà nell’intera carriera sarà legato alla città ciociara: il Toro di Sora, Pasquale Luiso.

Il Piacenza se lo aggiudica dal Chievo, che, titolare della metà del cartellino, nel frattempo lo ha riscattato. Le prime 5 reti del Piacenza, in appena sei giornate, portano la sua firma, e vengono festeggiati con la Macarena.

Piacenza – Milan, la vittoria più bella

Ma il gol, con conseguente balletto, che porterà definitivamente alle luci della ribalta Pasquale Luiso arriva il primo Dicembre del 1996. Siamo al Galleana di Piacenza, di fronte ai biancorossi c’è il Milan, in evidente crisi di risultati.

Il primo tempo si chiude 2-0: a segno Valoti e Di Francesco. I presenti nella zona spogliatoi nel canonico quarto d’ora di riposo, ricordano le urla provenienti dalla porzione riservata agli ospiti: il solitamente pacato Tabarez, allenatore dei diavoli, fa fede al soprannome della squadra.

Dugarry rileva un impalpabile Locatelli e mette a ferro e fuoco la difesa piacentina: segna appena entrato, al 46′, e al 68′ insacca la doppietta personale, portando la partita in parità.

Ma nessuno ha fatto i conti con Luiso: al 71′, cross dalla destra, l’attaccante controlla tenendo a debita distanza Costacurta, si alza la palla col destro e si coordina in rovesciata: Rossi, colpevole sulle prime due reti, non può nulla, è 3-2.

A fine partita, il Piacenza si troverà a metà classifica, mentre, in casa Milan, Berlusconi esonererà Tabarez, rimettendo sulla panchina rossonera Sacchi.

La morte di Garilli, il crollo verticale e la ciclicità

A spegnere la gioia per le prestazioni sul campo, però, ci penserà il fato: il 30 Dicembre, Leonardo Garilli viene colto da infarto negli uffici della sua Camuzzi a Milano e morirà nel tragitto per l’ospedale. Ai funerali, tenutisi a Piacenza il 2 Gennaio, parteciperà l’intera squadra, oltre ad una grandissima folla di concittadini.

L’ambiente sembra essere scosso dalla scomparsa del presidente, al quale il 26 Gennaio 1997 sarà intitolato lo stadio piacentino: delle sedici partite successive, capitan Lucci e compagni ne vinceranno appena una, contro il Napoli dell’ex Caccia, ritrovandosi invischiati in zona retrocessione. All’ultima di campionato, le possibilità di salvezza passano tutte per lo scontro diretto casalingo con il Perugia. Una vittoria porterebbe gli emiliani a pari punti con gli umbri, con il vantaggio della classifica avulsa, qualsiasi altro risultato, invece, li condannerebbe alla B.

Ma la storia, si sa, a volte è ciclica, ma aggiungerei anche cinica e stronza. Alla pari con il Piacenza, c’è anche il Cagliari, e indovinate dove gioca? A San Siro, contro il Milan. E, incredibile ma vero, i sardi espugnano per 1-0 la Scala del Calcio: la vittoria per 2-1 dei piacentini porta appaiate, a quota 37, le tre squadre appena citate.

I risultati negli scontri diretti condannano il Perugia alla retrocessione diretta, mentre Cagliari e Piacenza saranno obbligate allo spareggio in campo neutro, al San Paolo di Napoli.

Ma quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: Pasquale Luiso si fa beffe del torero Minotti, che gli sta francobollato addosso tutta la partita, e segna due reti. Quella iniziale dell’1-0 e quella del 3-1 a tempo scaduto, che chiude di fatto la partita, concedendo al Piacenza il terzo campionato di A consecutivo.

La stagione 97/98

La stagione 97/98 si apre con un altro cambio alla guida tecnica della squadra: Mutti passa al Napoli, sostituito da Guerini, ma ancora una volta la rosa viene rivoltata come un calzino. Taibi torna al Milan, stavolta a titolo definitivo, Di Francesco va alla Roma di Zeman ma soprattutto, per l’ennesimo anno, parte la prima punta titolare. Per Luiso, dopo una lunghissima gavetta, si prospetta la possibilità di giocare la Coppa delle Coppe con la maglia del Vicenza, opportunità che difficilmente si ripeterà in carriera. Per tre miliardi più il cartellino di Murgita, il passaggio è cosa fatta.

In entrata, invece, arrivano due tasselli di grande esperienza: a Luglio firma l’ex azzurro Stroppa, centrocampista offensivo, mentre a Settembre è la volta del colpaccio Vierchowod, difensore campione del mondo, pur senza presenze in campo, nel 1982.

Sarà la solita annata di stenti. Se l’arrivo del centrale difensivo sopracitato puntella la difesa, una delle meno battute in tutto il campionato, in attacco la prolificità offensiva è molto scarsa: appena 29 reti, con Piovani, Murgita e Dionigi capocannonieri della squadra a quota 5 reti stagionali. La salvezza arriverà all’ultima giornata, nella vittoriosa trasferta contro il già retrocesso Lecce.

Inzaghi, ancora tu?

Nonostante la stagione deludente, il retrocesso Napoli punta forte su Murgita per risalire immediatamente in A: senza troppe remore, Garilli jr accetta l’offerta da 3 miliardi arrivata da Ferlaino, sostituendolo con un autentico colpaccio. A parametro zero, arriva, direttamente dal Bayern di Trapattoni, Ruggero Rizzitelli. Tutti sperano nei suoi gol per mantenere la categoria, ma il nuovo allenatore Materazzi non è dello stesso avviso. Il 13 Settembre del 1998, a sorpresa, alla prima di campionato contro la Lazio la coppia d’attacco è formata da Rastelli e Inzaghi. Inzaghi?

Non si tratta di Superpippo, nel frattempo approdato alla Juve dopo una stagione mostruosa con la maglia dell’Atalanta (24 reti nel 96/97), ma del fratello minore Simone, anch’esso prodotto del vivaio biancorosso e reduce dall’esperienza a Brescello in C1.

Più tecnico e fisico del fratello, dimostra di avere lo stesso fiuto del gol: al 31′ raccoglie una respinta corta di Marchegiani e batte a rete, ma l’arbitro Farina annulla per fuorigioco. Si ripete al minuto 87, sovrastando Couto (mica pizza e fichi) nello stacco aereo e segnando, questa volta in maniera regolare, il gol del definitivo 1-1.

La salvezza arriva, come di consueto, alla trentaquattresima ed ultima giornata: al Garilli, tra Piacenza e Salernitana finisce 1-1, ed i campani abbandonano la A dopo una sola stagione. Nei telegiornali del 24 Maggio, giorno successivo alla gara, non si parlerà della partita: 1500 dei diecimila tifosi giunti da Salerno sono protagonisti di disordini sul treno che li riporta a casa, dando fuoco ad una carrozza a pochi passi da casa, all’interno della galleria Santa Lucia, nel territorio di Nocera Inferiore. Domato il fuoco, al suo interno verranno rinvenuti i cadaveri di quattro tifosi, carbonizzati.

Il ritorno in B, il primo Gilardino e la risalita

Alle quattro strepitose salvezze di fila, non seguirà una quinta: la stagione 99/2000 sarà quella della seconda retrocessione. Simone Inzaghi passa alla Lazio per la cifra colossale di 30 miliardi di lire, 8 dei quali vengono reinvestiti per Arturo Di Napoli, ex compagno di reparto di Luiso al Vicenza.

Sarà la classica annata storta. Luigi Simoni, tecnico ex Inter, viene nominato allenatore, ma ad Ottobre viene sconvolto da una tragedia familiare: il figlio Adriano muore in seguito ad un incidente stradale. Nel mese di Dicembre, Stefano Garilli litiga con il fratello Fabrizio, al quale lascerà la presidenza del club.

Sul campo la situazione non è migliore: la squadra naviga nei bassifondi e si rende necessario il primo esonero in A di un allenatore piacentino. Simoni viene rimpiazzato dal suo vice Braghin e da Bernazzani, proveniente dalle giovanili. La retrocessione arriva già alla ventisettesima giornata: il pareggio con il Venezia condanna entrambe le squadre alla B. 

Nel 2-2 finale, tra i marcatori troviamo l’ennesimo attaccante uscito dalle giovanili: un certo Alberto Gilardino, appena diciassettenne, segna la prima rete in Serie A proprio nell’infausto match, dopo appena 3 minuti.

Le ultime gare serviranno solo a metterlo in luce, e Gila risponderà con altre due reti, segnate rispettivamente contro Bari e Torino.

Dopo appena un anno di purgatorio in B, con Gilardino ceduto al Verona in comproprietà per 7 milioni, il Piacenza di Novellino, trascinato dal figliol prodigo Nicola Caccia, autore di 23 reti, torna in A vincendo a Genova contro la Samp.

I primi stranieri e l’arrivo di Hubner

Ma nell’estate del 2001 si spezza la storia d’amore e fedeltà tra il Piacenza e gli italiani. Se ne va Marchetti, vero e proprio artefice del mercato emiliano degli 8 anni precedenti, seguito da Gianpietro Piovani, storico recordman di presenze con la maglia dei lupi, che passa a Livorno (vincendo, tra l’altro, l’ennesimo campionato). Marchetti viene sostituito dall’ex campione del mondo Collovati, che decide, d’accordo con Novellino, di mettere fine al sogno autarchico tricolore.

Firmano due giovani prospetti arrivati dal Napoli via Parma, entrambi brasiliani: Matuzalem e Amauri.

Marchetti però, prima di andarsene, fa un ultimo regalo al Piacenza. In biancorosso arriva Dario Hubner, che a fine stagione si laureerà capocannoniere del campionato, alla pari con Trezeguet, e arriverà ad un passo dal vestire la maglia azzurra per i mondiali giapponesi.

Alla salvezza del 2001/2002 seguirà la terza ed ultima retrocessione: nonostante i 6 punti delle prime due giornate, il Piacenza torna in B.

L’ultimo Piacenza – Milan e il Piacenza oggi

A proposito di ciclicità della storia: l’ultima partita del Piacenza in A si gioca al Garilli, il 24 Maggio 2003, contro quel Milan che più volte, fece soffrire indirettamente i tifosi piacentini; i rossoneri si presentano in campo con le riserve, data l’incombente finale di Manchester contro la Juve. Arriverà la vittoria, per 4-2, ma sarà del tutto inutile ai fini della classifica: la squadra, infatti, è già retrocessa in B il turno di campionato precedente.

Capiterà, in seguito, di vedere in campo altre formazioni con 11 italiani titolari sul terreno di gioco, ma la squadra del 99/2000 sarà l’ultimo esempio di squadra di A completamente composta da calciatori nati nello Stivale.

Oggi il Piacenza, passato addirittura dall’Eccellenza e dall’inedita stracittadina contro la Royale Fiore, gioca nel campionato di Serie C, dividendo il Garilli con un’altra squadra piacentina, la Pro Piacenza. Un derby poco sentito dai tifosi, che riconoscono come rivali le vicine Cremonese e Parma, oggi in B, e la Reggiana, che tuttavia gioca in un diverso girone. La nostra speranza, per i tifosi biancorossi, è quella di ritornare a riassaporare i vecchi palcoscenici. E, perché no, mettendo in mostra l’italico talento.

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