Quel Piacenza tutto italiano – Parte 1

Un giovanissimo Filippo Inzaghi con la maglia del Piacenza
Un giovanissimo Filippo Inzaghi con la maglia del Piacenza (fonte: valderrama.it)

Una rosa composta interamente da giocatori italiani, con diversi elementi del vivaio, in Serie A. Sembra quasi anacronistico oggi, in un’epoca nella quale capita, nemmeno troppo di rado, di vedere in campo 22 giocatori stranieri. Quel Piacenza di fine secolo scorso, dunque, segna la storia recente del nostro campionato.

Dalla C2 con rischio fallimento alla Serie A

Ci sono storie che, più di ogni altra, meritano di essere raccontate.

Ci sono storie che, dalla prospettiva del calcio attuale, sembrano anacronistiche, di tempi ormai remoti, ma che invece risalgono a meno di venticinque anni fa, prolungandosi nel tempo fino alla deadline del 2001.

Siamo negli anni immediatamente precedenti alla celeberrima sentenza Bosman, che di fatto aprirà le frontiere al libero accesso dei giocatori stranieri nei campionati europei. In un angolo di terra emiliana, ma culturalmente e fisicamente vicino alla Lombardia, racchiuso tra la foce del Trebbia, del torrente Nure e il corso del maestoso Po, l’ingegner Garilli, titolare della Camuzzi, azienda leader nella distribuzione del gas metano, dà vita ad un miracolo di calcio.

Nel 1983 il Piacenza, appena retrocesso in C2, è sull’orlo del fallimento. Le istituzioni cittadine chiedono disperatamente aiuto per salvare la storica squadra, nata nel 1919, e Garilli non è insensibile al richiamo della propria terra natia. Rileva il pacchetto di maggioranza della società, sanando la situazione debitoria e dando vita ad un progetto sportivo teso a rilanciare il calcio piacentino, con grande rilievo al vivaio.

Non passano nemmeno dieci anni e i frutti della passione smisurata del presidente portano allo storico traguardo della serie A, mai raggiunta in precedenza. Trainata dal bomber Totò De Vitis e guidata dal bresciano Luigi Cagni in panchina, sbaraglia all’ultima giornata la concorrenza dell’Ascoli di Bierhoff, sconfitto a Padova, e festeggia nella trasferta di Cosenza del 13 Giugno 1993.

Non passa lo straniero

L’approdo nella massima serie sembra richiedere rinforzi degni per il 4-3-3 di Cagni: le voci di corridoio, negli salotti del calciomercato, parlano di ingenti sforzi economici. Il Piacenza sembra vicino ad assicurarsi le prestazioni di un paio di giocatori provenienti dal Nord Europa, assoluto protagonista del calcio continentale, nell’estate precedente, con la vittoria danese all’Europeo.

Garilli, però, mise immediatamente a tacere gli immotivati pettegolezzi: in un intervista a La Repubblica, dichiarerà che:

“Non possiamo permetterci di sbagliare e la nostra struttura non ci permette di andare in giro per il mondo a scoprire talenti. Il Piacenza non vuole dipendere da nessuno e stiamo bene con i nostri giocatori italiani”.

Coadiuvato dal fedele direttore sportivo Marchetti e col placet di Cagni, il presidente riesce ad ottenere dal Milan la comproprietà del giovane portiere Taibi, già artefice della promozione dell’anno precedente, e mette a segno appena un paio di colpi, portando a Piacenza il terzino Cleto Polonia e il promettente attaccante Ferrante.

Pochi soldi, ma tanta fantasia: il Piacenza di Cagni esprime un bel gioco, le ali Turrini e Piovani sorprendono per corsa e tempi di inserimento, e la squadra, data per spacciata alla vigilia, lotta con i denti per la salvezza. L’ultima giornata, foriera di gioie nel 1993, sarà letale nel 1994: i biancorossi non vanno oltre lo 0-0 nel derby contro il Parma, già matematicamente in Europa ma restio a concedere punti ai cugini, mentre l’altra emiliana di A, la Reggiana, espugna clamorosamente San Siro facendosi beffe di un Milan rimaneggiato, in vista della finale Champions di Atene contro il Barcellona. La quindicesima posizione in classifica, col meccanismo delle quattro retrocessioni, vuol dire serie B.

L’esplosione di Pippo Inzaghi

Il ritorno in serie cadetta sarà solo di passaggio: nel tridente offensivo si fa largo, a suon di reti, un ventunenne attaccante piacentino, prodotto del vivaio, di ritorno dall’esperienza in prestito all’Hellas Verona.

Tecnicamente non è un granché, fisicamente è gracilino e non brilla per velocità, soffre parecchio se costretto a giocare spalle alla porta. Le prime righe di un taccuino di qualsiasi allenatore relegherebbero una prima punta del genere a qualsiasi tribuna del calcio professionistico, ma Filippo Inzaghi ha una capacità innata: legge i movimenti dei compagni e dei difensori avversari un millesimo di secondo prima degli altri, gioca costantemente sul filo del fuorigioco e sotto porta è un cecchino infallibile. Sarà capocannoniere del club con 15 reti, e a fine stagione i 6 miliardi di lire offerti dal Parma non saranno rifiutabili, per la piccola società piacentina. Allo stesso tempo, l’ormai ultratrentenne De Vitis decide di rinunciare alla nuova avventura in A in biancorosso, optando per l’ambizioso gialloblù del Verona in B.

Il secondo Piacenza in Serie A

I soldi provenienti dalle cessioni serviranno a ricostruire il reparto avanzato: nell’affare Inzaghi, il Parma cede al Piacenza l’attaccante Caccia, appena acquistato dall’Ancona, mentre dall’appena retrocesso Foggia torna Massimiliano Cappellini, già protagonista in terra emiliana dal 1989 al 1992. Inoltre, a centrocampo arrivano in prestito il regista Corini e a titolo definitivo Eusebio Di Francesco, del quale Cagni si innamorò vedendolo giocare contro la sua squadra nelle fila della Lucchese, all’ultima di campionato. Ancora una volta, nemmeno uno straniero in squadra.

La stagione inizia col piede storto: eliminazione in Coppa Italia contro il Forlì, squadra di serie C, poi 8 gol subiti alle prime due di campionato contro Lazio e Juve. Ma a fine stagione sarà ancora l’attacco ad essere sugli scudi: Caccia conferma le buoni doti da bomber viste nelle due stagioni precedenti ad Ancona e totalizzerà 14 reti, il solito Piovani va a segno per 8 volte e, con una giornata d’anticipo, sul campo di Udine il Piacenza potrà festeggiare la prima salvezza in A.

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