Il Bologna, lo squadrone che fece tremare il mondo

Il Bologna che tremare il mondo fa
La foto celebrativa successiva la vittoria del Torneo dell’Esposizione di Parigi (fonte: 1000cuorirossoblu.it)

“Il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa”.

Una volta udito questo detto popolare, non è facile toglierselo dalla testa. Sia per la sua eufonia e sia per il suo significato: infatti non è sempre detto che le grandi squadre, anche se al vertice in un determinato periodo, possano incutere un simile timore sugli avversari.

Eppure il Bologna, pur non essendo certo, al giorno d’oggi, la prima squadra a cui si potrebbe pensare, si è in qualche modo guadagnato tale fama negli anni ’30. Quello slogan potrebbe semplicemente sembrare il frutto della fantasia di alcuni tifosi sognatori, ma in realtà è una buona sintesi di un preciso lasso di storia calcistica, italiana ma non solo. Ben 6 scudetti in 16 anni, prima dell’avvento del secondo conflitto mondiale, lanciarono di diritto i rossoblu nella storia del campionato italiano, oggi quinta squadra in Italia per numero di titoli in campionato (7, alla pari con Pro Vercelli e Torino).

Il Bologna Football Club, nato nel 1909, già poco dopo il termine della Grande Guerra iniziò a ottenere risultati di notevole spessore. Quando si tornò a giocare, si dovette aspettare ancora un decennio per assistere alla nascita della Serie A a girone unico. Nel frattempo si susseguirono diverse formule: inizialmente ogni squadra doveva affrontare delle eliminatorie regionali, che furono accantonate, solo per il Nord, pochi anni dopo e sostituite da due macro-gironi. Nel 1926 cadde anche la distinzione tra settentrione e meridione che non si addiceva all’ideale fascista di unità nazionale e i due raggruppamenti iniziarono a comprendere anche alcune squadre del Sud, sebbene non fossero ancora a un livello confrontabile a quello delle formazioni che giocavano dalla Pianura Padana in su. In questi anni il Bologna occupò costantemente le posizioni di vertice dei gironi a cui partecipava, ottenendo i primi due scudetti della propria storia, nel 1924-1925 (con qualche giallo, a dire il vero, grazie alla compiacenza del gerarca fascista Arpinati, nel cosiddetto Scudetto delle Pistole) e nel 1928-1929, ultimo campionato disputato prima dell’introduzione del girone unico.

I primi anni della Serie A furono caratterizzati dal dominio della Juventus, che vinse lo scudetto nel 1930- 1931 e si riconfermò per i quattro anni successivi. Intanto nella città delle due torri venne nominato un nuovo presidente della società calcistica: Renato Dall’Ara, che assunse l’incarico nel 1934 e lo mantenne per trent’anni, fino alla morte, avvenuta pochi giorni prima dello spareggio – poi vinto – contro l’Inter, che assegnò ai felsinei il settimo scudetto.

Un’altra novità fu rappresentata dall’arrivo in panchina di Arpad Weisz nel 1935. Ungherese di origine ebrea, Weisz aveva avuto una buona carriera da giocatore, vantando anche alcune presenze in nazionale. Durante un’amichevole contro l’Italia venne notato dal Padova, che lo fece sbarcare nella Penisola e dove rimase un anno prima di passare all’Inter. Un infortunio lo costrinse a sospendere la propria carriera di calciatore e decise quindi di trasferirsi per un anno in Uruguay per affinare le proprie conoscenze calcistiche che erano già molto buone, così come la propria capacità di capire il gioco. Tornato in Italia, iniziò quasi subito ad allenare partendo proprio dall’Inter, allora denominata Ambrosiana, con la quale riuscì a conquistare lo scudetto prima che la Juventus cominciasse a farla da padrone. Proseguì il proprio percorso facendo da coach al Bari e al Novara prima di giungere ai piedi del colle di San Luca. Lì trovò una squadra che dopo i primi due titoli era sempre rimasta nelle parti alte delle classifiche e che era stata in grado di ottenere successi a livello internazionale, con la conquista della Coppa dell’Europa centrale nel 1932 e nel 1934, competizioni alle quali partecipavano formazioni provenienti da Repubblica Ceca, Ungheria, Austria oltre che dall’Italia. Il Bologna poteva contare sui gol segnati da uno dei propri giocatori simbolo: Angelo Schiavio, detto Anzlèn, indossava la maglia rossoblù dal 1922, e la vestì complessivamente per 348 volte in campionato. Grazie alle sue 242 reti, si trova tuttora in vetta alla classifica dei marcatori all-time del Bologna, e ai vertici di quella comprendente tutte le squadre; inoltre la sua media di gol segnati per partita è inferiore solo a quella che riuscì a mantenere qualche decennio più tardi Gunnar Nordahl. Schiavio lasciò il segno anche con la nazionale, con la quale si laureò campione nel 1934, chiudendo la carriera in azzurro proprio col gol segnato in finale contro la Cecoslovacchia. Nel Bologna militavano anche alcuni giocatori provenienti dall’Uruguay, nazione che all’epoca era una vera e propria fucina di talenti: Francisco Fedullo e Raffaele Sansone facevano parte del reparto offensivo, mentre Michele Andreolo era centromediano. Quest’ultimo vinse la Copa America con la Celeste, e una volta naturalizzato italiano, fu un punto diriferimento per la nazionale di Vittorio Pozzo che si riconfermò campione del mondo nel 1938.

La stagione del 1935-1936 si rivelò per il Bologna essere quella del ritorno al tricolore. Davanti al proprio pubblico, che poteva assistere ai match dall’imponente stadio Littoriale, costruito nel 1925 grazie all’apporto del già citato gerarca Arpinati, allora podestà della città felsinea, ed oggi intitolato alla memoria del presidente Dall’Ara, la squadra di Weisz affrontò nell’ultima e decisiva partita la Triestina. Il successo per 3-0 decretò il ritorno dello scudetto in Emilia. Il Bologna si riconfermò anche l’anno successivo, guadagnando l’accesso a uno speciale torneo ideato in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1937. A differenza delle coppe europee precedenti, in questo giocarono anche formazioni francesi e una tedesca ma soprattutto partecipò anche una squadra proveniente dalla patria del calcio, il Chelsea, che conquistò la finale. Il Bologna, sconfitti il Sochaux e lo Slavia Praga, si trovò a fronteggiare dei veri e propri maestri del calcio.

Il Bologna era veramente in grado di far tremare il mondo? O, pur essendo un’ottima squadra, quando si trattava di affrontare avversarie veramente forti, era destinata a soccombere? Il campo avrebbe dato un esito che lasciò spazio a pochi dubbi. Il Bologna non solo vinse, ma trionfò con il risultato finale di 4-1 grazie anche alla tripletta di un altro grande giocatore di quegli anni, Carlo Reguzzoni.

Nelle successive 4 stagioni il Bologna conquistò altri due scudetti e un secondo posto, ma con il cambio alla guida tecnica: l’austriaco Felsner, già allenatore bolognese dal 1920 al 1931, sostituì Arpad Weisz, che, nonostante fosse in quel momento uno dei migliori allenatori in Europa, dovette lasciare l’Italia in quanto, dopo la promulgazione delle leggi razziali, per gli ebrei il clima si faceva sempre peggiore. Si stabilì qualche anno in Olanda, dove allenò il piccolo club del Dordrecht, ma quando questa venne invasa dalla Germania lui e la sua famiglia furono deportati nel campo di concentramento di Auschwitz, dove vennero uccisi. La sua figura è stata riscoperta dopo anni di oblio grazie al lavoro del giornalista Matteo Marani, e adesso a Weisz sono dedicate targhe commemorative a Bologna, Milano e nelle altre città italiane in cui ha lavorato.

Il campionato 42/43 fu l’ultimo prima della sospensione dovuta alla guerra: il Torino vinse il suo primo scudetto, mentre il Bologna si dovrà accontentare del sesto posto, perdendo, al termine della stagione, gran parte dei suoi grandi campioni, specie gli uruguayani, che fecero ritorno in patria.

Dopo il campionato d’Alta Italia, che a causa del conflitto mondiale fu giocato solo al di sopra della Linea Gustav (situata tra Lazio e Campania, al’altezza di Cassino) e a livello regionale, fatto salvo le finali, e l’anno di sospensione nel 44/45, il campionato riprese, seppur spezzato in due macrogironi a causa dei gravi danneggiamenti alle strade di valico degli Appennini. Ma del grande Bologna era rimasto ben poco, se non qualche giocatore, come Biavati.

E un vivido ricordo, che sa di storia, ripercorre le vene dei tifosi osservando, all’interno dello stadio, la Torre di Maratona, simbolo di una squadra incrollabile, quantomeno nella memoria, ma che in compenso faceva tremare le altre…

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