Il binomio tra Lecce e Sud America: da Pasculli a Chevanton

Pasculli e Maradona Lecce - Napoli
Pasculli e Maradona, campioni del mondo nel 1986, scherzano prima di un Napoli-Lecce (fonte: pianetaserieb.it)

In principio fu Pasculli, e Pasculli fu Dio.

Sarà per il clima, sarà per l’affetto, quasi esuberante, dei tifosi, sarà per il territorio pianeggiante che accomuna il Salento alla parte ad est delle Ande del Sud America, ma le due terre sono spesso entrate in simbiosi.

Tramite il calcio, of course.

Corre la stagione 1984/85, quando il Lecce giunge per la prima volta in Serie A, con la possibilità di tesserare due stranieri per l’avventura nella massima serie. Il presidente Jurlano, avvalendosi della preziosa consulenza di Enzo Ferrari (solo omonimo del Drake della casa automobilistica), allora allenatore del Real Saragozza, acquista il centrocampista Barbas da quest’ultimo club, mentre dall’Argentinos Juniors, lo stesso club in cui crebbe un certo Diego Armando Maradona, arriva Pedro Pablo Pasculli, giovane fantasista di origini proprio leccesi.

Necessaria postilla: gli argentini hanno appena vinto campionato e Libertadores, mentre Pasculli si gioca un posto al Mondiale messicano.

Per fare le debite proporzioni, è come se oggi un Lamela firmasse per il Crotone…

Barbas, invece, ha partecipato, seppur da comprimario, al Mondiale 1982 e, da due anni, è nominato come miglior centrocampista della Liga spagnola.

Tali trasferimenti, oggi al limite dello stupefacente, erano ordinaria amministrazione nel nostro campionato, ai tempi senza ombra di dubbio il migliore al mondo.

La stagione non sarà da ricordare per i giallorossi, stante la retrocessione in B dopo appena un anno, ma viene tracciata una linea che verrà seguita negli anni successivi, e che creerà lo strettissimo legame tra il Lecce e l’America Latina.

Pasculli, inoltre, al Mondiale ci va lo stesso. E lo vince, segnando anche una rete agli ottavi contro l’Uruguay…

I due giocatori resteranno anche nei due successivi anni di Serie B, trainando la squadra prima in A e poi ad uno storico nono posto, miglior piazzamento in classifica di sempre, nel 1988/89. E, con loro in campo, nel fortino del Via del Mare cadranno diverse grandi.

Nel 1990, Barbas sceglie di fare le valigie in direzione Locarno, in Svizzera. Tutt’altro calcio, ma soprattutto tutt’altro clima. Lo stesso centrocampista dichiarerà in seguito di essere stato spinto da ragioni essenzialmente economiche, e di aver anche tentato, dopo un solo anno, di tornare a Lecce. Senza esito, però.

Per sostituirlo, in Salento è appena arrivato un centrocampista forse più difensivo, ma carismatico in ugual misura. Per non farsi mancare nulla, ha già vinto una Copa America, giocando quasi tutte le partite da titolare nella Seleçao di Bebeto e Romario.

Stiamo parlando di Mazinho, instancabile polmone di quel Lecce.

La sua carriera si è sviluppata principalmente in Spagna, ma in quella stagione fa intravedere qualità supreme, che non serviranno a salvare la squadra, ma in compenso lo porteranno alla Fiorentina. Ricordo indelebile dell’esperienza, comunque, sarà la nascita del primogenito, un certo Thiago Alcantara, oggi faro del Bayern e della nazionale spagnola, nato nella vicina San Pietro Vernotico.

Nel 1992, dopo sette stagioni in giallorosso, è la volta dell’addio di Pasculli, che dopo l’ennesima dimostrazione d’affetto alla piazza, giocando ancora una volta in B, fa ritorno in patria. Ma approderà nuovamente in Italia, eccome se lo farà: chiude la carriera alla Casertana, prima di iniziare la sua carriera da allenatore nel nostro paese, guidando, peraltro, la nostra nazionale di beach soccer.

Dopo una stagione all’insegna del nazionalismo calcistico, la nuova promozione e l’acquisto di Gerson (centrocampista che è riuscito nell’intento di giocare prima a Bari, poi a Lecce ed infine nuovamente a Bari, facendosi odiare, ad alternanza, da ambo le tifoserie), arriva la doppia retrocessione dalla A alla C1, seguita da una rapida risalita in A. In appena 5 stagioni, dal 93/94 al 97/98, i salentini giocano 5 diversi campionati (A, B, C1, B e nuovamente A).

Il ritorno in A è festeggiato con l’acquisto di Andres Martinez. Chiamarlo fuoco di paglia è anche eccessivo: 12 presenze e passaggio al Bologna a metà stagione, dove toccherà il campo in una sola occasione.

Ma è nel 99/00 che, dopo alcuni anni di assenza (o di marginalità, come nel caso precedente), al Via del Mare riprende vigore il fuoco sudamericano: il neo direttore sportivo Pantaleo Corvino pesca, nella vicina Svizzera, due calciatori brasiliani. Un difensore e un centrocampista, assoluti protagonisti nel raggiungimento dell’undicesimo posto finale. Il primo, Juarez, rimarrà tre stagioni, il secondo, Lima, una sola, prima di spiccare il volo verso Roma via Bologna.

Eppure quest’ultimo è rimasto nel cuore dei tifosi, anche grazie alle sue parate. Non si tratta di un refuso giornalistico, ma di un Lecce – Reggina in cui, espulso Chimenti, si rese protagonista tra i pali.

Mateo, Osorio e Casanova, a cavallo tra il 1999 e il 2001, saranno solo delle comparse nel gioco leccese, contrariamente ai tre arrivi della stagione 01/02. Il primo, Cristian Ledesma, rimarrà 5 stagioni, per poi passare alla Lazio, dove si ergerà tra i migliori registi in Europa, gli altri due invece rimarranno legati alla piazza per molto più tempo.

Le parole sarebbero vane per spiegare cosa hanno rappresentato Guillermo Giacomazzi e Ernesto Javier Chevanton per il Lecce, e viceversa.

Vi lasciamo a due dati oggettivi: Giacomazzi è il secondo giocatore per numero di presenze con la maglia giallorossa, tra A, B e C1 (316), Chevanton il miglior capocannoniere straniero (54 reti).

Non me ne vogliano i vari Angelo, Babù, Cichero, Tesser, Edinho, Fabiano, Digao, Olivera, Piatti, Grossmuller, Jeda, Miglionico, Julio Sergio, Diniz, Vanin, Vinicius, Walter Lopez, Bogliacino, Amodio, Bustamante, Pià, Ferreira Pinto, Sacilotto, Filipe Gomes e Gustavo, tutti, chi giocando più e chi meno, transitati per la città dal 2001 in poi, neppure Jaime Valdès e Josè Ignacio Castillo (altri due ad aver giocato sia a Bari che a Lecce, con il secondo che, addirittura, ha anche giocato in altre piazze salentine come Brindisi, Nardò e Gallipoli), Cuadrado e Muriel, arrivati in prestito dall’Udinese e prontamente emigrati verso altri lidi, o anche l’attuale, unico superstite sudamericano Surraco, ma la narrazione non può che terminare con questi due giocatori, che dall’Uruguay sono approdati a Lecce e ne hanno fatto una seconda casa, dipingendo il loro cuore con i due colori della maglia del Lupo.

Entrambi hanno giocato con la Celeste in gare ufficiali, entrambi hanno lasciato Lecce per giocare in Europa, ma soprattutto entrambi vi sono tornati, giocando anche in C1. Chevanton, addirittura, dopo aver vinto Coppa Uefa, Coppa di Spagna e le due Supercoppe ad esse collegate (Europea e Spagnola), con un contratto al minimo salariale, 900 euro, e chiudendo la sua esperienza tra le lacrime, al termine della finale play-off, persa contro il Carpi, in cui scese in campo, seppure per pochi minuti, nonostante una lussazione alla spalla che si procurò nella gara d’andata.

Se Pasculli fu il Dio, Giacomazzi e Chevanton sono i suoi figli.

Con una parte del cuore votato al tango, ma con l’altra alla taranta.

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