Thiago Motta e l’elogio alla lentezza

Thiago Motta, numero 10 azzurro all'Europeo 2016
Thiago Motta con la numero 10 dell’Italia, in occasione dell’amichevole pre-Europeo 2016 (fonte: gazzetta.it)

Classe ’82, brasiliano dal passaporto e, soprattutto, dalla mentalità italiana. Thiago Motta, troppo spesso vituperato dai tifosi di casa nostra per quel suo modo di giocare lento e compassato, è ancora tassello (quasi) imprescindibile del suo PSG, al netto degli infortuni. Forse, uno di quei metronomi che è mancato alla Nazionale del biennio Ventura.

 

Gioco di testa, più che di gambe: il ruolo del metronomo

Categoria: metronomo. Il regista degli anni 2000 è sempre più uomo d’ordine all’interno della squadra, colui il quale smista il gioco. Abile tanto nello stretto, quanto nel gioco profondo, senza disdegnare l’utilizzo delle maniere forti, all’occorrenza. È il centrocampista che deve, giocoforza, azionare il cervello un secondo prima di compagni ed avversari. Ed in fondo, chi se ne frega se le gambe non frullano come quelle dei compagni, se il passo è cadenzato e non da centometrista. O quasi.

Non è un caso, infatti, che il metronomo sia uno di quei giocatori tanto amati dai propri allenatori, quanto odiati, tendenzialmente, da quel pubblico innamorato di un calcio dinamico. Se un giocatore come Sergio Busquets è idolo per i tifosi del Barça e della Spagna, e un Andrea Pirlo ha dovuto dimostrare, in azzurro e in bianconero, di non essere quel calciatore finito del quale si parlava in casa Milan, ci sono tanti esempi meno fortunati.

Riccardo Montolivo, ad esempio, subisce l’ingiustificato astio di quanti, da tempo, non lo ritengono più un calciatore idoneo alla Serie A. Paga, probabilmente, il fatto di non avere la qualità del già citato Pirlo e di esserne stato il sostituto al Milan, una squadra finita clamorosamente in pezzi dopo lo scudetto 2010/11. Non tanto da meritare, a parere di chi scrive, i fischi e gli sberleffi del tifo di mezza Italia.

 

Thiago Motta, l’idolo degli spalti del Paris Saint-Germain

Chi è sfuggito alla medesima gogna mediatica da baraccone, dei Calciatori Brutti e dei Chiamarsi Bomber di turno, è Thiago Motta. O meglio: è finito nello stesso calderone solo in corrispondenza delle competizioni internazionali cui è stato convocato con l’Italia.

Quasi un’antitesi, rispetto all’ampia considerazione della quale gode a Parigi. E non parliamo solo dei vari allenatori che si sono succeduti, che hanno affidato a Motta il ruolo di centrocampista d’equilibrio davanti alla difesa. Oltre ai vari Ancelotti, Blanc ed Emery, c’è la platea del Parco dei Principi ad adorare l’anello di congiunzione tra la difesa e il grandissimo potenziale offensivo del quale gode il PSG.

Il calciatore classe ’82, infatti, gode ancora dello status di intoccabile nei meccanismi della squadra. Nonostante la soglia dei 35 anni sia già stata superata e nella stagione 2017/18 gli infortuni ne abbiano limitato l’impiego, Thiago Motta è il perno di un reparto votato al sostegno offensivo dei terminali offensivi. La sua posizione è stata messa in discussione solo nel 2018, con l’arrivo di Diarra nel mercato invernale. Eppure, nell’11 titolare contro il Real Madrid, nel ritorno della Champions, è nuovamente toccato a lui.

 

La storia di Thiago Motta

Disciplina, precisione, semplicità. Sono le tre caratteristiche che contraddistinguono il gioco di Thiago Motta sin dagli esordi con la Nazionale Under 17 del Brasile al Sudamericano 1999, trampolino di lancio verso il Barcellona. Squadra nella quale, dopo un biennio di apprendistato con le riserve, Thiago Motta si è ritagliato il posto da titolare in giovanissima età.

Il compito? Sempre quello. Uomo d’ordine in un 3-4-1-2 che poco si addice alla storia recente del Barcellona, in coppia con un compagno dalle doti più offensive (da Luis Enrique a Xavi, da Cocu a Gabri) e a supporto del talento offensivo dei Saviola, dei Riquelme, di un giovane Iniesta ai primi passi con i grandi.

Poi, con l’approdo di Rijkaard nel 2004 e il passaggio al 4-3-3 che ha contrassegnato i blaugrana e il tiki-taka di Guardiola, il passaggio al ruolo di metodista puro, spesso e volentieri con due compagni di reparto votati al puro gioco offensivo.
E lui, col suo passo lento ma ordinato, a gestire la fantasia dei già citati Xavi ed Iniesta, gli inserimenti di Deco e, soprattutto, il brio e il bel gioco del magico tridente Eto’o – Ronaldinho – Giuly, con alle spalle un emergente Messi e il sempreverde Henrik Larsson. Tutto questo, però, solo in linea teorica.

 

Una lunga serie di infortuni

Le buone prestazioni col Barça, nel frattempo, lanciano Thiago Motta anche in Nazionale.
La trafila con la Seleçao tocca tutti i punti intermedi verso la nazionale maggiore, con il picco massimo dato dalla convocazione nella selezione che giocherà la Gold Cup del 2003. È una squadra sperimentale composta da soli Under 23, tra i quali spiccano i vari Maicon, Kakà, Diego e Robinho, giusto per citarne alcuni. Thiago scende in campo, da subentrante, in due delle tre gare del girone, per un totale di 71 minuti, per poi lasciare agli altri lo scranno da protagonisti. Un cammino che si chiuderà solo in finale con la sconfitta contro il Messico ai supplementari.

Tutto sembra volgere per un ruolo da protagonista assoluto, ma al 5′ della seconda gara del campionato 2004/05, i legamenti del ginocchio destro saltano. 9 lunghissimi mesi di stop ai box lo riportano in campo ad Aprile, dopo una lunga riabilitazione, e il pubblico blaugrana, contro il Getafe, lo riaccoglie con un lungo applauso.

Sarà l’inizio di un lungo calvario fatto di ricadute ed acciacchi vari, con la contemporanea ascesa del trio Xavi-Iniesta-Deco e l’emersione di Rafa Marquez nel ruolo di centrocampista difensivo, che relegheranno Thiago Motta al ruolo di riserva di lusso. La grande fisicità contribuirà a rallentare un pieno recupero fisico, evidenziando ancor più i limiti nella velocità del giocatore. E l’evoluzione del gioco del Barcellona, col contestuale arrivo di Yaya Tourè, lo renderà superfluo per la squadra.

 

Il calvario di Thiago

Il passaggio all’Atletico Madrid è l’ennesima tappa buia nella carriera di Thiago Motta. È l’altro ginocchio, quello sinistro, ad evidenziare i primi segnali di cedimento e a tradirlo ripetutamente.
Quando, tra Gennaio e Febbraio 2008, Thiago sembra aver trovato la continuità e la giusta collocazione tattica sulla mediana, in un 4-2-4 iperoffensivo, ecco che il menisco interno cede. E il contratto annuale firmato coi colchoneros va fino a naturale scadenza senza alcun rinnovo, con appena sei presenze in campionato.

È un’estate amara per il centrocampista di Sao Bernardo. Un solo provino, quello col Portsmouth, che non va a buon fine per due motivi. Il primo, gli ovvi dubbi legati alle condizioni fisiche del calciatore, mai pienamente ripresosi dal primo infortunio datato 2004. Il secondo è legato ad una velocità già di per sé latente, la cui assenza è evidenziata da una tenuta fisica lontana dai tempi migliori. E, probabilmente, accompagnata anche da qualche fantasma mentale di troppo che rallenta gli ingranaggi di un cervello che ha bisogno di correre più delle gambe.

 

La rinascita

A Settembre, quando nessuno sembra poter credere in un Thiago Motta bis, il Genoa entra in contatto con il procuratore Alessandro Canovi. L’obiettivo dei genoani è quello di comprare un centrocampista centrale da inserire nel 3-4-3 di Gasperini, dall’altra parte del telefono Canovi propone un Motta desideroso di rivincite.
Il matrimonio si consuma a metà mese, dopo la prima sosta per le nazionali. Un mese di tempo esatto per recuperare la condizione mancante e, contro il Siena, l’infortunio di Milanetto al 15′ costringe il tecnico ad una scelta. Tocca a Thiago Motta.

Il dato che, più di ogni altro, spiega la rinascita del calciatore è dato dal numero di presenze. 26 gare giocate sulle 31 successive all’esordio, 25 da titolare, 22 dal primo all’ultimo minuto. E, soprattutto, le chiavi del centrocampo rossoblu, con una piccola variazione del tema tattico.
I difensori rimangono tre, così come gli attaccanti, mentre sulla mediana gli esterni Rossi e Criscito accentrano leggermente il proprio raggio d’azione, Thiago Motta arretra di qualche metro lasciando più libertà al compagno di reparto. Una sorta di 3-1-3-3 che porta il Genoa al quinto posto finale, ad un passo dalla Champions League.

 

Il passaggio all’Inter e la convocazione in azzurro

L’ottima stagione al Genoa vale il ticket per il passaggio all’Inter, in una trattativa che vede coinvolto anche il compagno di squadra Milito. E anche a Milano la musica non cambia: Thiago Motta è veramente tornato il centrocampista di una volta. In più, la saggezza e l’acume tattico che solo l’esperienza maturata può dare, che compensano, decisamente, i chilometri orari mancanti.

Sarà una stagione trionfale, con l’incetta di trofei comunemente ricordata come Triplete. Thiago Motta è impiegato con continuità, costretto a saltare la finale solo per la squalifica maturata in seguito all’espulsione ottenuta al Camp Nou, per una presunta manata a Sergio Busquets. Colui che, di fatto, riveste quel ruolo che era stato ritagliato, su misura, a Motta.

Nel 2011, dopo la vittoria al Mondiale per Club, si inseguono le voci secondo le quali la FIGC sta chiedendo lumi alla FIFA per una convocazione di Thiago Motta in azzurro. In linea teorica, le due presenze alla Gold Cup col Brasile escluderebbero ogni possibilità, ma la parte italiana solleva l’obiezione legata alla nazionale sperimentale composta da soli Under 23.
L’esito finale arriva solo ad inizio Febbraio. La FIFA accetta la richiesta italiana e permette al calciatore di difendere la patria dei nonni, emigrati ad inizio ‘900 dalla provincia di Rovigo. Il 9 Febbraio, nell’amichevole di Dortmund contro la Germania, Motta sarà titolare, per la prima volta.

 

L’elogio alla lentezza

Nel Gennaio 2012, la clamorosa rottura con l’Inter porta Thiago Motta al Paris Saint-Germain. Squadra nella quale il centrocampista italobrasiliano è subito titolare inamovibile, ruolo che, come anticipato ad inizio articolo, rivestirà negli anni mostrando una condizione fisica ottimale. E, come dicevamo, sarà tanto idolo della tifoseria parigina, quanto non particolarmente amato in Italia.

30 saranno, complessivamente, le presenze in azzurro, con una rete siglata contro la Slovenia nel 2011. Se, nel biennio che porta all’Europeo 2012, Thiago Motta è praticamente sempre convocato da Prandelli, viene solo ripescato a qualificazioni in corso dallo stesso CT per il Mondiale 2014. Uguale il destino con Conte, che lo richiama solo a Marzo 2016 confermandolo, poi, tra i 23 per l’Europeo.

L’amichevole di Verona contro la Finlandia, antecedente la spedizione francese, segna il punto più basso dell’esperienza azzurra di Thiago Motta. Il calciatore, che è già da qualche giorno vittima delle offese social di chi non lo ritiene meritevole della numero 10, viene fischiato sin dai primissimi minuti di gioco a causa di quella lentezza nella manovra che sembra frenare gli assalti italiani. La vittoria per 2-0 contro la Spagna segnerà, di fatto, la fine dell’esperienza in Nazionale, con 36 minuti di estrema qualità messi sul terreno di gioco.

A parere di chi scrive, Thiago Motta è uno dei migliori interpreti del suo ruolo tra i calciatori ancora in attività, nonostante l’età. È un elogio a quella lentezza alla quale si contrappone il brio, l’ingegno del calciatore in grado di garantire solidità alla squadra e sprazzi di qualità a bassi ritmi. Una calma e un passo apparentemente rilassato che si contrappongono ad una frenesia alla quale, troppo spesso, siamo costretti al giorno d’oggi. E, ad essere onesti, ci piace particolarmente.

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