Nicolò Carosio, la prima voce del calcio italiano

Si potrebbe parlare a lungo di quanto lo sport sia legato al modo in cui viene comunicato. Gli eventi sportivi tendono sempre di più ad assomigliare a format televisivi, e gli organizzatori si preoccupano di adeguare i regolamenti, a volte rischiando di snaturare la disciplina, per non fare mai mancare la giusta dose di spettacolo, in modo che gli spettatori da casa non cambino canale.

 

Nel calcio, ancora, ciò non accade, ma la grande maggioranza degli appassionati che, un po’ per pigrizia, un po’ per i prezzi, un po’ perché gli stadi non sono adeguati, segue le partite dal divano, davanti a uno schermo o a una radio, non può comunque ignorare l’effetto della voce che racconta ciò che succede in campo. E alcune di queste voci, specialmente ai tempi in cui le telecamere all’interno dello stadio si potevano contare sulle dita di una mano e non esistevano replay da ogni angolazione immaginabile, hanno fatto la storia. Noi italiani abbiamo potuto e possiamo ancora emozionarci ascoltando il racconto di una partita grazie al contributo di una persona, che ha importato nel nostro paese il mestiere del radiocronista prima, e del telecronista poi, ricoprendo per primo entrambi i ruoli nella radiotelevisione di stato.

Fu infatti Nicolò Carosio, nato a Palermo nel 1907, laureato in legge e appassionato del gioco del calcio, ad avere l’ispirazione per questa nuova figura. Seguendo il padre nei suoi viaggi  lavorativi in Inghilterra, aveva potuto ascoltare le radiocronache della BBC, e scrisse all’ente radiofonico italiano EIAR, l’attuale RAI, per proporsi. Per convincere i direttori, narrò le vicende di una partita, Juventus-Torino, inventandosele dal nulla. Venne assunto e nel 1933 ha la possibilità di commentare la prima partita: l’inizio non fu dei migliori, anzi, fu decisamente imbarazzante. Per due minuti non riuscì a dire niente. Ma una volta sbloccatosi, non incontrò più ostacoli. Fu quella l’invenzione di un nuovo genere: la radiocronaca sportiva, ed entrò ben presto nel cuore degli ascoltatori. Raccontò, tra gli altri eventi, i Mondiali vittoriosi del 1934 e 1938 e le Olimpiadi del 1936.

 

Nel 1949, Carosio avrebbe dovuto seguire una trasferta europea di un’importante squadra italiana. Ma all’ultimo momento fu costretto a rinunciare, a causa della concomitante cerimonia di cresima del figlio. Ciò che lo portò a prendere questa decisione fu soprattutto l’insistenza della moglie, alla quale però da quel momento sarà grato per il resto della vita. L’aereo sul quale sarebbe dovuto salire nel viaggio di ritorno non avrebbe mai raggiunto la sua destinazione, perché quella era la trasferta a Lisbona del Grande Torino, e quello era l’aereo che si schiantò sul colle di Superga il 4 maggio.

 

Nel 1954 la RAI iniziò le trasmissioni televisive. Lo spettatore dal quel momento poté iniziare a osservare, coi suoi stessi occhi, quello che succede durante la partita, e quindi non è più necessario che il cronista racconti ogni cosa. A Carosio fu affidato il compito di tenere le prime telecronache. Egli seppe mutare il proprio stile per adeguarsi al nuovo mezzo di comunicazione, e le sue parole, che accompagnavano le immagini, continuarono a essere apprezzate. Il suo stile era semplice, diretto; non mancava di rimproverare quasi affettuosamente i giocatori che commettevano degli errori. Il segreto del suo successo stava nella sua spontaneità. Sono numerosissimi anche le manifestazioni a cui ha preso parte da commentatore televisivo: ad esempio i Mondiali del 1966, quelli della sconfitta contro la Corea del Nord, seguiti due anni dopo dall’unico nostro successo europeo, anche se per la ripetizione della finale, che ci ha decretato vincitori, cedette il microfono a Nando Martellini.

 

Nel 1970, Nicolò Carosio si ritrovò coinvolto in un caso internazionale mentre era in Messico, per seguire ancora una volta l’avventura della nazionale italiana ai Mondiali. Nella terza partita della fase a gironi, gli azzurri affrontarono Israele, dopo aver battuto la Svezia e pareggiato con l’Uruguay. L’Italia imposta la partita, ma il vantaggio è negato da un palo e, per due volte, dalla terna arbitrale che annulla un paio di reti, probabilmente valide. In particolare è protagonista delle decisioni il guardalinee etiope Seyoum Tarekegn. La partita si concluse 0-0, risultato che consentì alla nostra nazionale di accedere ai quarti di finale.

Se, per quanto concerne il campo, Riva e compagni potevano quindi rilassarsi in vista delle eliminatorie, lo stesso non si può dire per Carosio e la RAI. Il giorno successivo alla gara, l’ambasciata etiope avanzò una protesta ufficiale nei confronti dell’emittente televisiva e del cronista, reo di avere offeso pesantemente il guardalinee, al momento dell’annullamento della seconda rete, con la frase “ma cosa vuole quel negraccio?”, richiedendo che Carosio rientrasse immediatamente in Italia. Quest’ultimo negò qualsiasi coinvolgimento, e i suoi colleghi minacciarono di tornare tutti insieme a lui. Per mediare alla difficile situazione, si consentì a Carosio di rimanere in Messico, ma le telecronache dell’Italia furono affidate a Martellini, che quindi si trovò a commentare, pochi giorni dopo, anche la partita del secolo, il celeberrimo 4-3 della semifinale tra Italia e Germania.

 

Quello che successe veramente durante la telecronaca di Italia-Israele rimase a lungo avvolto nel mistero. Pochi anni fa è stato recuperato dagli archivi il nastro contenente quella partita ed è stato appurato dai giornalisti Massimo De Luca e Pino Frisoli che assolutamente nessun insulto fu mai pronunciato da Carosio verso il guardalinee. È possibile invece che qualche parola sgradevole sia stata trasmessa via radio al termine della radiocronaca (che non riguardava Carosio), da qualche intervistato, e che nel passaparola tra una persona e l’altra si fece confusione su chi avesse pronunciato quella frase. Oppure, come spiegò De Luca a una puntata della Domenica Sportiva del 2010, forse bastò il fatto che Carosio si fosse rivolto al guardalinee dicendo “l’etiope” per far scatenare la reazione dell’ambasciata africana, la quale avrebbe colto del risentimento, anche alla luce della storia tra i due paesi, in tale espressione che non voleva assolutamente essere offensiva.

 

Per questa inezia, il padre di tutti i radio-telecronisti dovette lasciare il posto da lui stesso creato, per poi dedicarsi alla carta stampata e a radiocronache locali. E senza scomporsi più di tanto per la decisione, che oggi sappiamo essere sbagliata, della RAI di escluderlo, Non possiamo quindi che ammirare ancora oggi Carosio e quello che ha fatto per coinvolgere gli italiani nella loro passione preferita: il calcio.

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