Le grandi coppie: Luciano ed Italo Vassallo

Corre l’anno 1934, quando gli scontri di Ual Ual, località al confine tra la Somalia Italiana e l’Etiopia, forniscono al governo Mussolini il pretesto per formulare una dichiarazione di guerra a quest’ultimo paese, già da tempo obiettivo della campagna coloniale fascista.

In attesa di sferrare l’attacco, le truppe sono stanziate ad Asmara, capitale dell’Eritrea, già da tempo possedimento italiano. È qui che Vittorio Vassallo, bersagliere toscano, conosce Mebrak, indigena locale. Dal loro rapporto, il 15 Agosto del 1935, nasce Luciano.

Il 5 Maggio 1936, dopo lunghe lotte e con l’ausilio di gas ed aggressivi chimici, l’esercito entra trionfalmente ad Addis Abeba, sede di governo etiope. Dal celeberrimo balcone di Piazza Venezia, il 9 Maggio, Mussolini proclama la nascita dell’Impero coloniale dell’Africa Orientale.

Mebrak ha giusto il tempo di dare alla luce un altro figlio, Italo, nato nel 1940, prima che gli inglesi attacchino i territori oggetto di dominio italiano, in collaborazione con parte della popolazione del luogo e, soprattutto, il destituito imperatore Selassié. La vittoria britannica, datata 1941, costringe alla fuga l’esercito italiano, e se in Etiopia viene ripristinato lo status quo ante, in Eritrea la situazione politica è tutta da delineare. Ma ne parleremo dopo.

Per i fratelli Vassallo, cresciuti dalla sola madre, si apre uno scenario a dir poco inquietante, tra stenti e povertà. E, se tutto ciò non bastasse, i due, frutto dell’unione tra un uomo bianco e una donna di colore, sono oggetto di razzismo sia degli europei rimasti in loco, sia della popolazione autoctona, a causa del colore meticcio della pelle.

Per fortuna, però, c’è il calcio, ed ambo i fratelli se la cavano egregiamente con il pallone.

Ad iniziare per prima, è la carriera di Luciano, che a 15 anni viene aggregato alla Stella Asmarina, squadra composta da soli meticci. Ad Asmara, infatti, la formazione delle squadre viene fatta sulla base del gruppo etnico dei giocatori, ed anche i colori di maglia sono predeterminati dall’alto. Quando, in segno di scherno, alla Stella vengono attribuiti d’ufficio i colori bianconeri, a ricordare ai giocatori le loro origini, Vassallo senior decide di mollare il calcio, dedicandosi al solo lavoro meccanico nelle officine della Ferrovia. Ma cambierà idea in fretta, per fortuna.

Nel 1952, l’annoso problema della qualificazione geostorica dell’Eritrea si risolve con la federazione del territorio all’Impero etiope, pur mantenendo una certa autonomia. Le federazioni dei due paesi si fondono, dando vita ad un unico campionato, e, soprattutto, ad un’unica nazionale, nella quale il diciassettenne Luciano trova subito posto, esordendo nel 1953, il medesimo anno in cui si trasferisce al Gaggiret, altra compagine di meticci, nella quale militerà fino al trasferimento all’Asmara, squadra di estrazione italiana, del 1958, affermandosi nel ruolo di centrocampista centrale.

Contestualmente esordì, tra le fila dell’Hamasien, altra squadra di Asmara, il più giovane Italo, nel ruolo di prima punta. Sarà lui, prima del fratello, ad aggiudicarsi il titolo di campione d’Etiopia, nel 1957.

In Italia, i giochi di Roma del 1960 da una parte certificano l’inizio di quella fase di transizione che, col boom economico, porterà la nostra nazione ad essere una superpotenza mondiale, dopo aver curato le ferite di guerra, dall’altra mettono in luce un atleta etiope che, nella maratona, sorprende il mondo correndo i 42 chilometri e 190 metri senza scarpe. Il suo nome è Abebe Bikila, guardia del corpo personale di Selassié, che lo omaggerà una volta tornato in patria.

Sulle ali dell’entusiasmo, l’imperatore cerca di accrescere il proprio successo avvalendosi dello sport: la richiesta di ospitare la terza edizione della Coppa d’Africa di calcio, prevista per il 1962, ad Addis Abeba riscuote successo presso i vertici della CAF, che affidano al paese l’onere e l’onore dell’organizzazione della competizione.

Nello stesso anno, i fratelli Vassallo lasciano Asmara stabilendosi in Etiopia, nella città di Dire Daua. Il motivo del trasferimento è legato all’assunzione di entrambi presso le piantagioni di cotone della città, con uno stipendio da capogiro: 630 dollari al mese contro i 40 normalmente percepiti da un operaio locale. Alle spalle, non può che esserci il calcio: il Cotton FC (nome non casuale) sta costruendo una squadra destinata a vincere 4 campionati in 6 anni.

La vigilia della Coppa d’Africa è tutt’altro che serena nello spogliatoio etiope: Luciano viene alle mani con un compagno di nazionale, reo di averlo apostrofato come meticcio, e proprio per il suo colore della pelle viene osteggiato dai vertici federali.

Le ingerenze politiche limitano non poco l’operato del commissario tecnico Milosevic, al quale viene intimato di non assegnare la fascia di capitano al numero 10 italo-etiope, recordman di presenze tra i convocati. Saranno gli stessi compagni a ribellarsi, facendosi scudo del proprio condottiero sul campo. E anche qui c’è una probabile motivazione ideologica: 9 titolari su 11 di quella nazionale provengono dall’Eritrea, due sono fratelli. Già, perché questa volta tocca anche ad Italo.

La manifestazione sarà un successo: allo stadio Selassié (indovinate a chi è intitolato l’impianto) l’Etiopia, qualificata di diritto, prima batte la Tunisia, rimontando dallo 0-2 al 4-2, con doppietta di Luciano, mentre in finale a cadere, col medesimo risultato, ma dopo i tempi supplementari, sarà l’Egitto. Luciano acciuffa il 2-2 al minuto 84, Italo chiude il match all’undicesimo dell’extratime, prima della rete di Worku. A coronamento dell’impresa, il maggiore dei Vassallo alzerà al cielo la coppa, consegnatagli direttamente dall’imperatore.

I due consanguinei continueranno a giocare al Cotton FC fino al ritiro di entrambi, datato 1973. Luciano avrà anche l’onore di allenare la nazionale per tre volte, nel 1970, nel 1974 e nel 1978. L’ultimo incarico, però, durerà pochi mesi. Con la caduta di Selassié e l’avvento al potere di Menghistu Hailé Mariam, il ct sarà accusato di connivenza con il precedente regime e sarà costretto alla fuga, prima al Cairo e poi nel Lazio, dove si stabilizzerà. Anche Italo, per evitare ripercussioni, scappa in direzione Asmara, luogo in cui vive tuttora. E nel quale Luciano non ha mai più fatto ritorno.

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