Le grandi coppie: Antonio ed Emanuele, i gemelli Filippini

Nel calcio, si sa, l’intesa di squadra è a dir poco fondamentale. Un singolo giocatore è solo un tassello di un puzzle ad undici pezzi, e se viene a mancare l’incastro necessario, raramente si ottengono risultati. Così gli allenatori, novelli demiurghi, sono chiamati a plasmare le loro creature, assemblando un vero e proprio mosaico fatto di stili di gioco, personalità e, specie nel calcio moderno, anche differenze culturali e linguistiche.

Non sempre, tuttavia, e oseremmo dire per fortuna, per certi versi, quest’affinità viene raggiunta. Pensate ad un calcio in cui tutti i club del mondo giocassero il tiki-taka del Barça di Guardiola. Bello, senz’altro, ma perderemmo quel quid di imprevedibilità e, perché no, di sano catenaccio all’italiana che, almeno una volta nella vita, chiunque tra voi lettori abbia giocato a calcio avrà provato a formare contro l’imbattibile avversaria di turno. E vi sfidiamo a certificare il contrario: magari lo avrete anche fatto, ma vi assicuro che quel livello di goduria che voi non avete mai provato, in certe partite vinte dopo aver realizzato le peggio barricate, calcisticamente l’abbiamo vissuto poche volte.

Allo stesso tempo, però, quando ciò accade, la sintonia del gruppo con un magico scambio di consonanti si trasforma in sinfonia, metafora calcistica che si realizza nella musicalità del pallone che circola tra i reparti con la stessa facilità con cui i grandi maestri della musica classica componevano le loro grandi opere.

Nelle scorse uscite de Le grandi coppie, tra i vari temi che abbiamo trattato c’è quello di un’intesa ancora più stretta, quella che coinvolge due membri dello stesso club. E se a volte, nelle interviste, sentiamo parlare di una squadra assimilabile ad una famiglia, a volte può accadere che l’intesa di coppia si realizzi all’interno di una famiglia, nell’accezione classica del termine. Se non addirittura, ed è il caso di cui parleremo oggi, all’interno dello stesso grembo…

Avremmo potuto parlarvi di Ronald e Frank de Boer, che insieme hanno fatto la storia di Ajax, Barcellona e Olanda. Avremmo potuto raccontarvi, con un tocco di esterofilia, degli Altintop, dei Ravelli, persino dei Berezutski. Ma non l’abbiamo fatto.

In casa nostra, c’è stata una coppia di gemelli che ha condiviso lo stesso spogliatoio per una vita intera, dalla Voluntas di Brescia alle rondinelle della stessa città lombarda, passando per Ospitaletto, Palermo, Lazio, Treviso e Livorno. In tutto, a parte una parentesi di due stagioni in mezzo, 36 anni di vita calcistica, e non solo, insieme.

Antonio ed Emanuele Filippini, spesso e volentieri, hanno dato il meglio di loro solo giocando insieme, pur sulle fasce opposte del centrocampo. Quando uno dei due era escluso dall’undici titolare, per motivi tecnici o di salute, non poche volte l’altro finiva per tendere all’estraneazione dal gioco. A giustificare questa teoria, il fatto che i maggiori successi ottenuti dai club in cui hanno giocato sono stati raggiunti con ambo i Filippini, o con nessuno dei due, sul terreno di gioco.

Escluderli dalla formazione, però, era compito arduo per quasi tutti gli allenatori avuti, a partire da Paolo Ciapina Ferrario, ex punta del Milan e primo loro allenatore tra i pro ad Ospitaletto, in Serie C2, ma anche per i più rinomati Mircea Lucescu, Carletto Mazzone e Francesco Guidolin.

Proprio nella provincia bresciana, in quell’Ospitaletto che ricordiamo solo per la simpatia che suscitava leggere il nome della squadra all’interno dell’album delle figurine a metà anni ’90, i due iniziano la loro carriera fatta di folate sulla fascia, scambio di posizioni sulle corsie e di una grinta capace di sopperire a quell’abilità tecnica non proprio da regista.

Le sette stagioni di Brescia tra B ed A, al fianco di fenomeni come Pirlo, Baggio e quel Guardiola già citato, ormai prossimo al ritiro e in Italia per carpire i segreti della nostra scuola calcistica, come da lui stesso confermato in alcune interviste, li portano alla ribalta nell’intero territorio nazionale. E poi la riunificazione sotto la stessa bandiera a Palermo, da protagonisti nel ritorno in A dei rosanero dopo 32 anni di assenza, con tanto di concerto della Filippini Band sotto la Curva Nord al termine dell’ultima di campionato contro il Bari.

Già, perché, oltre alla famiglia e al calcio, Antonio ed Emanuele hanno condiviso la passione per il rock e la chitarra, tanto da suonare insieme ancora oggi in una band chiamata The Stalkers. Così, tra una strimpellata e l’altra, sono arrivate le esperienze alla Lazio, con tanto di Coppa Uefa, la retrocessione al Treviso e l’ultima avventura a Livorno, con un finale felice che però conserva il retrogusto di malinconia: l’atto finale dei play-off della serie B vede i labronici, con i Filippini in rosa, sfidare il Brescia, amore di una vita.

Nel 3-0 finale per i toscani, il trentacinquenne Antonio, schierato titolare, ridicolizza il dirimpettaio Gorzegno con una facilità di corsa degna dei colleghi ventenni, ed esce dal campo stremato ad otto dalla fine, sostituito dal fratello Emanuele, che ha già comunicato l’addio al calcio, e tributandolo con un lungo abbraccio. Si esaurisce così, con una staffetta, un’epopea degna di un film.

Ma, come dicono i Negrita, qui non è Hollywood. Al massimo, possiamo accontentarci di un Ospitaletto.

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