I grandi numeri 10: Domenico Morfeo, l’eterno Cyrano

Domenico Morfeo e la sua numero 10 a Parma
Domenico Morfeo esulta dopo una rete nella sua parentesi a Parma (fonte: thegentlemanultra.com)

Come disperdere il talento, parte 1. Domenico Morfeo sembra poter essere il futuro “10” della Nazionale, in seguito all’Europeo Under 21 del 1996. Invece, alle prime difficoltà, “Mimmo” si perde: un po’ come il Cyrano che crede di poter vincere tutto e tutti, e invece viene sopraffatto dal Cristiano di turno.

 

 

“Anch’io, finito il mio cammino, mi accascio e vado verso il mio destino. Che è quello di chi inizia e già finisce, sboccia e dopo un attimo appassisce. Di chi vive soltanto un paio d’ore, sperando in un applauso, e dopo muore”.

L’Europeo Under 21 del 1996

Io, del 1996, ho solo fugaci ricordi. Non potrebbe essere altrimenti: la memoria a lungo termine è fallace per natura, specie nel ricordare gli episodi accaduti nei primissimi anni di vita. E, in campo calcistico, le mie reminiscenze legate alla Nazionale iniziano da una calda estate, quella del 1998, e da un rigore calciato dal Divin Codino contro il Cile. Tutto ciò che è accaduto prima, ho avuto modo di apprenderlo solo per via successiva.

Nella mia mente, in sintesi, nessuna immagine azzurra dei due eroi del Montjuic e di una finale dell’Europeo Under 21 vinto in casa della Spagna di Mendieta, De La Peña – poco più che comparse alla Lazio – e soprattutto Raul.
Il primo, un letteralmente miracoloso Angelo Pagotto, ha compromesso definitivamente la propria carriera risultando per ben due volte in sette anni positivo alla cocaina.
Il secondo, l’autore del rigore decisivo, si è perso nei meandri del suo stesso talento, disperdendo la sua classe nella convinzione, stando alle testimonianze di chi gli è stato vicino, che avere più qualità degli altri fosse molto più che sufficiente per emergere.

 

L’epopea di “Mimmo” Morfeo

Quando, a Natale del 2000, nelle sale cinematografiche impazza “Chiedimi se sono felice” di Aldo, Giovanni e Giacomo, film dal quale proviene la citazione di inizio articolo, Domenico Morfeo ha già dato tutto, o quasi, alla sua carriera.
Chiunque, però, gli avrebbe chiesto più di un Europeo Under 21 ed uno scudetto vinto da comparsa al Milan, appena un anno e mezzo prima. E, una volta chiuso da protagonista il ciclo vincente di quella che, a mio parere, è stata la selezione giovanile più forte che abbia mai avuto l’Italia, non vestirà mai più la maglia della Nazionale, accontentandosi di un apostrofo d’azzurro.

Perché scomodare la chiosa del narratore Aldo Baglio al termine del Cyrano de Bergerac da lui stesso messo in scena?
Perché si addice terribilmente ai trascorsi calcistici di Mimmo, il quale, dopo un esordio folgorante con la maglia dell’Atalanta, spegne l’interruttore della propria ascesa, ad un passo dalla luce che consacra i Campioni con la “c” maiuscola.
Più che di una morte, però, dovremmo parlare di un sonno profondo dal quale Morfeo si desta – gli va riconosciuto – quando si sente al centro del progetto offensivo del tecnico. Così a Verona, come a Parma, Prandelli gli cuce addosso l’etichetta del “10” libero da ogni connotazione tattica, portandolo ad un accenno di rinascita che poi, però, si rivela effimero e si traduce in letargo.

Ed in fondo, Domenico un po’ assomiglia al Cyrano della prima parte della commedia che, in punta di spada, è talmente sicuro di poter ridicolizzare il nemico, ed usa un sinistro letale, al posto dei giochi di parole, per avere la meglio. Nella corsa all’amata Rossana, però, le abilità non bastano: per un motivo o per un altro, il Cristiano di turno, amato, bello ed impossibile, raramente è lui.

 

Il giovane, superbo Morfeo

Quando l’osservatore Bixio Liberale, sguinzagliato in Abruzzo dal responsabile delle giovanili dell’Atalanta Mino Favini, si imbatte nel non ancora quattordicenne Domenico Morfeo rimane folgorato dall’abilità palla al piede del trequartista di San Benedetto dei Marsi.
È palese che Dio – o chi per lui –  gli abbia concesso qualcosa in più rispetto ai compagni di squadra: ogni azione passa da quel mancino che pare poter essere capace di tutto. Il passaggio a Bergamo, nonostante la concorrenza del Bologna, è cosa fatta. Non è la qualità dell’affermata cantera orobica ad attrarre il ragazzo, ma, come lui stesso racconterà alla soglia dei quarant’anni, la Casa del Giovane, convitto riservato ai componenti del vivaio bergamasco, ed in particolare la Sala Giochi ad uso e disposizione di chi ci vive.

In fondo, Mimmo vive il calcio come un gioco, nella sua doppia accezione positiva e negativa. La spensieratezza di chi non dà troppo peso ad un pallone che per altri è un macigno, lo esalta nelle giovanili nerazzurre, vissute da protagonista. Lo svago che non necessita di una corazza, fatta di sacrificio e grinta, sarà il tallone d’Achille di Morfeo.

Gli esordi in Serie A

Per chi dà veramente del tu al pallone, l’esordio in Prima Squadra può essere decisamente prematuro. A 17 anni, il 19 Dicembre del 1993, Morfeo mette i piedi su un campo di Serie A per la prima volta in carriera. E a Bergamo tutto fila liscio, con un sempre maggiore impiego culminato proprio in quel 1996, nel quale il ventenne Morfeo mette a segno undici reti in A e si guadagna la convocazione di Cesare Maldini.

La concorrenza, nel medesimo ruolo, dei compagni d’avventura Del Piero e Totti sembra non sortire pressioni per il ragazzo, assoluto protagonista in terra spagnola. Poi, nel primo anno a Firenze (97/98), il ruolo di vice Rui Costa si evolve, in poco più di un mese, in quello di titolare, in coppia con il portoghese alle spalle di Batigol. Però, quando in Toscana sbarca Edmundo, la mancanza della già citata corazza rende tutt’altro che immune ai colpi Maradonino, il soprannome che gli era stato affibbiato. E il mancato impiego fa scoprire la parte peggiore di un Morfeo che, anziché lottare, chiede, dopo appena cinque partite e zero minuti, il nulla osta per andare al Milan.

 

Dalle montagne russe all’affermazione nel Parma

Quello che potrebbe sembrare un nuovo punto di partenza in realtà è solo l’inizio di una discesa, che conosce un tratto in falsopiano, con una leggera risalita, nei sei mesi a Verona di inizio 2000. Ma la fine delle rapide è il preludio alla cascata dei mesi successivi tra i ritorni a Firenze, Bergamo, di nuovo Firenze (nella sciagurata stagione antecedente il fallimento viola) e soprattutto Milano, sponda Inter. E se l’esperienza in nerazzurro è ricordata più per un litigio sul dischetto del rigore con Emre a Leverkusen, nella partita che consacrerà definitivamente Oba Oba Martins in chiave europea, che per i suoi sprazzi di talento, qualcosa vorrà dire.

Le sei stagioni di Parma, finalmente, sono un degno finale di un calciatore divenuto maturo. In una piazza che, alla soglia del fallimento post-Tanzi, sognerà di vincere la Coppa UEFA grazie ad un manipolo di giovani trainati dall’esperienza dei più anziani, tra i quali lo stesso Domenico, diviene l’idolo della tifoseria.

Purtroppo, però, è solo il dolceamaro capolinea di una storia che avrebbe potuto avere un finale ben più che lieto. Ci si dovrà accontentare dell’anonimato, come quello nel quale si è chiusa la carriera di un numero 10 che alla gloria ha preferito lo spirito indomito del gioco, nel suo significato più puro e fanciullesco.

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