Da “Campioni” alla presidenza dell’Imolese: il sogno di Spagnoli

Lorenzo Spagnoli e i Football Pills
Lorenzo Spagnoli… con lo staff di Football Pills!

Per chi, come noi, è nato nei primi anni ’90 e per il calcio ha qualcosa in più che una semplice passione, il reality di Italia 1 Campioni, il Sogno, andato in onda tra il 2004 e il 2006, è tra i simboli dei primi anni dell’adolescenza, ben più di una semplice trasmissione televisiva.

Ben prima che le telecamere di Sky prima e Mediaset poi entrassero all’interno degli spogliatoi di Serie A, era possibile assistere a spezzati di vita quotidiana dei calciatori. Di fatto dilettanti, ma con le groupie al seguito: stadi pieni ogni domenica, giocatori idolatrati dalle ragazze di ogni età, amichevoli negli stadi di Serie A col tutto esaurito. Emblematica è la frase, estratta da un articolo de La Stampa del 2007, dell’allora attaccante del Cervia Emanuele Morelli.

“Il primo anno la simulazione era perfetta, cinquemila spettatori a partita, 42 mila in un’amichevole a Palermo, manco fosse la Nazionale azzurra. Cervia era un cult, venivano da fuori, dalla Sicilia, dalla Puglia, dalle Marche, legioni di ragazzine invasate, la figa che ci rincorreva per strada, eravamo finti ma sembravamo veri, eravamo catorci ma sembravamo Porsche”.

Per chi, come noi, vive in Romagna, a meno di un’ora di macchina da Cervia, e al Todoli di Milano Marittima (noto come Stadio dei Pini, ndr), seppure lontano dagli anni d’oro degli sponsor di rilevanza nazionale, delle riprese in diretta delle gare e, purtroppo, anche delle groupie, ci ha anche giocato da avversario (e vincendo, puntualizza il sempre precisino Claudio), ha avuto la possibilità di vedere giocare parecchi di quei giocatori per molte altre volte, nei campionati regionali.

La nostra attenzione, da imolesi, non può che concentrarsi su Lorenzo Spagnoli: dopo il reality, il premio finale consistente nella preparazione precampionato con la Juve, della quale parleremo in seguito, e qualche stagione passata in giro per l’Italia (Lecco, Legnano, Tempio e Sarzanese), ecco il ritorno a Cervia, per un paio di stagioni, e l’approdo, nel 2010, nella nostra città, all’Imolese. Tre stagioni sul campo, culminate con la fascia di capitano, la promozione in Serie D e la contemporanea scalata alla presidenza della società, della quale oggi, ritiratosi dal calcio giocato, detiene il 100%.

Per chi, come due di noi, ha anche avuto modo di giocare, in passato, nella storica Imolese, nata nel 1919, oggi varcare le porte del Centro Tecnico Bacchilega, sede, oggi come allora, della società e degli allenamenti del settore giovanile, nonché, negli ultimi anni, anche della prima squadra, ha avuto un sapore diverso, un gusto quasi melanconico.

È lì che, negli anni, migliaia di ragazzi, hanno assaporato per la prima volta il contatto con l’erba del campo, hanno gioito per una vittoria, hanno condiviso momenti indimenticabili negli spogliatoi.

Ed è lì che oggi, accompagnato dal fedele direttore sportivo Filippo Ghinassi, ci ha accolti per una lunga chiacchierata lo stesso Spagnoli, dove abbiamo avuto modo di soddisfare parecchie nostre curiosità. E siamo certi che molti di voi, al termine della lettura, proveranno le stesse sensazioni che abbiamo provato in quel pomeriggio.

Entrati nella struttura, veniamo accolti dallo staff organizzativo della società, che gentilmente ci invita ad entrare all’interno della sede. Nella mente si accavallano migliaia di ricordi, che si tramutano quasi in emozione e timore reverenziale una volta che il Presidente ci invita a sederci al tavolo. Saranno anche passati più di dieci anni da quando guardavamo Spagnoli e compagni in TV, ma ho ancora stampata negli occhi quella punizione calciata dall’allora numero 8 del Cervia contro il Lugo: palla ad aggirare la barriera e portiere battuto. È un vero peccato che il video sia completamente sparito dalla rete…

Per nostra fortuna, Lorenzo e Filippo ci mettono subito a nostro agio, e la conversazione si svolge in un’atmosfera di totale serenità, inframezzata anche da alcune risate.

Da imolesi, le prime domande non possono che riguardare la squadra cittadina, concentrandoci in particolare sul passaggio dal campo alla scrivania dello stesso Spagnoli e sull’evoluzione societaria degli ultimi anni.

“Ho lasciato casa a 14 anni per giocare a calcio”, ci risponde Lorenzo con grande sicurezza, “e non mi sono mai visto in un ramo diverso rispetto a quello sportivo. Per questo, una volta approdato ad Imola, nel 2010, in una società storica e dal grosso potenziale, quando sono venuto a conoscenza di alcune difficoltà economiche della vecchia proprietà, mi sono attivato in prima persona, insieme alla mia famiglia, per prendere in mano il 60% del pacchetto societario, acquisendo poi la parte restante nell’Aprile 2013 e apportando nuove idee gestionali. Appena due mesi dopo, con gli spareggi vinti contro Giulianova e Sancolombano, è arrivata la grande gioia della promozione in D, in seguito alla quale ho deciso di farmi da parte per dedicarmi pienamente al nuovo ruolo di presidente.

Nasce dall’insieme di questi fattori la volontà di migliorarci a 360 gradi, non solo sul campo ma anche dal punto di vista societario, circondandoci di uno staff composto da persone fidate e che rivestono il proprio ruolo in maniera idonea. Abbiamo investito tanto sul settore giovanile, accrescendo quella che era un’ottima base già presente (a queste parole il volto di Ghinassi, fino all’anno scorso Responsabile del settore giovanile, assume visibilmente un ghigno di soddisfazione, ndr) tramite la creazione di un’apposita area scouting, che ci permette di battere costantemente il circondario imolese, e dotandoci anche di un campo in sintetico, destinato all’attività dei più piccoli. Non solo, è in programma anche un potenziamento delle strutture, che ci consentirà di avere a disposizione nuovi uffici e spogliatoi nonché un bar/ristorante, una palestra ed una sala stampa.

Sono questi gli ingredienti che fanno dell’Imolese una società florida in crescita continua, sia nei risultati che nel gioco. Ne è simbolo la Juniores, composta integralmente da giocatori classe ’98 e che sta ben figurando in campionato. Eppure, purtroppo, rispetto agli anni passati, in cui abbiamo lanciato numerosi ragazzi del settore giovanile, la riforma dei campionati professionistici, con l’eliminazione della C2, ha aumentato notevolmente la qualità della serie D, per cui oggi è più difficile far esordire in prima squadra i nostri giovani. Alcuni, comunque, come ad esempio Carboni, hanno trovato spazio, anche da titolari. Ci proponiamo, comunque, di lavorare al meglio con i nostri ragazzi al fine di migliorare anche sotto questo aspetto”.

A questo punto della gradevole chiacchierata, la nostra sete di curiosità si sposta sull’esperienza al Cervia. Al momento in cui accenniamo di voler parlare dell’esperienza Campioni, Lorenzo ci guarda con un’espressione che sembra chiaramente dire me lo aspettavo.

Rimaniamo quasi stupiti dalla risposta ricevuta quando chiediamo cosa lo avesse spinto a lasciare la C2, categoria in cui militava, per l’esperimento Cervia in Eccellenza, scendendo di due categorie. Ci aspettiamo i soliti paroloni, rigorosamente ripetuti in loop come nelle più classiche interviste dei personaggi di rilievo. Il progetto, provare un’esperienza nuova, la voglia di rimettersi in gioco.

E invece no. Risposta semplice, precisa e concisa.

“Ciccio Graziani”.

Stupore generale tra di noi, perché il primo impatto ci ricollega al personaggio televisivo, intreccio tra il burbero e il satirico, nel senso puramente latino del termine. Ma è qui che invitiamo voi lettori ad una riflessione: molto spesso, il divario fra l’essere e l’apparire è tutt’altro che labile…

Eccoci servita la spiegazione dal diretto intervistato: “Lo avevo già avuto a Montevarchi, nella stagione precedente. Non fu un’annata da ricordare: lui fu sollevato a poche giornate dal termine, la squadra retrocedette senza nemmeno passare dai play-out. A fine anno, il mister mi contattò telefonicamente, proponendomi di seguirlo. Dapprima fui scettico sull’avventura, volevo capire di più su cosa avrebbe comportato passare al Cervia, avendo appena 24 anni e andando incontro ad una stagione se non altro particolare. Dopo qualche giorno, mi convinsi ad accettare”.

Entriamo nello specifico, chiedendo di parlarci di cosa si è portato dietro dall’anno disputato in gialloblu. “Stagione incredibile” – ci risponde – “difficilmente avremmo potuto vivere, in altro modo, esperienze del genere. Giocare a Marassi, al Barbera, a Milanello…

Ovunque andavi, in giro, venivi riconosciuto dai tifosi. Un vero e proprio anno di vacanza, da sfruttare come esperienza di vita. Dal punto di vista calcistico, per alcuni è stato penalizzante, se non deleterio: non appena si accendevano le luci delle telecamere, si viveva da uomini di spettacolo prima che calciatori. E c’è chi si è fatto trascinare, come confermano le esperienze successive. Complessivamente, però, mi porto dietro tanti bei ricordi e soprattutto, buoni amici: basta pensare a Bertaccini, allora portiere della squadra, che oggi prepara i nostri numeri uno ad Imola, mentre Gianluca Ricci, fino all’anno scorso direttore sportivo, a causa di altri impegni sopraggiunti si limita a collaborare osservando per nostro conto alcuni giocatori”.

Non avendo parlato della preparazione con la Juventus, premio finale del reality, siamo noi a chiedere di trattare il tema, correlandolo alla domanda sul più forte giocatore con cui abbia mai giocato in squadra.

“Sono tifoso juventino”, racconta, “e in quel momento penso di aver reincarnato il sogno di tutti i sostenitori bianconeri. In quel mese di allenamenti, mi fermavo ad osservare gli spettatori in tribuna, e mi sentivo uno di loro, ma dall’altra parte delle recinzioni.

Molto spesso mi ricordano che sono uno dei pochi ad aver vinto un reality in cui non c’era in palio un montepremi in denaro. Io rispondo che, in questi undici anni successivi, avrei sperperato tutto, invece nessuno mi porterà mai via il ricordo di un mese vissuto fuori dal comune. Era l’ultima Juve quella di Calciopoli, probabilmente la più forte squadra italiana degli ultimi vent’anni, avevo gente come Camoranesi, Emerson, Vieira e Nedved come compagni di reparto, venivo marcato da Zambrotta, Thuram e Cannavaro, passavo il pallone a Del Piero, Trezeguet e Ibrahimovic. Non riesco veramente a dirvi chi di questi fosse il migliore.

Umilmente, Lorenzo elenca soltanto i ricordi lasciati dai giocatori. Non parla, invece, del rigore che i compagni gli lasciarono battere nell’amichevole contro il Pavia.

Al termine del colloquio, Claudio ci racconta di questo episodio. L’aveva letto sui giornali, nell’estate del 2005. Come faccia a ricordarselo, è un mistero. Però non ha voluto aprire bocca, in quell’istante.

Spezzare un momento del genere sarebbe stato equiparabile ad un reato.

“Se escludo quel periodo”, continua Lorenzo, “il miglior compagno di squadra che io abbia mai avuto è Gianluca Ricci, un concentrato di qualità, personalità, carisma e passione per il calcio. Ne ho conosciuti pochi come lui, a Cervia ci ha fatto da chioccia senza averci mai fatto pesare il fatto di essere stato l’unico, a parte il mister, ad aver giocato in Serie A”.

Quando, invece, gli chiediamo di parlarci del miglior avversario, il nome è quello di un grandissimo calciatore italiano. Andrea Pirlo.

“Lo affrontai ai tempi della Primavera, quando io vestivo la maglia del Verona e lui quella del Brescia. Già orbitava nella prima squadra, ma quel fine settimana giocò contro di noi. Quando finì la partita, chiamai mi padre dicendogli che avevo appena giocato contro un marziano. Era palese a tutti che avesse qualcosa in più degli altri…”

Per chiudere, dopo quasi un’ora di chiacchiere, la nostra conversazione, facciamo una domanda apparentemente semplice, ma dalla risposta tutt’altro che scontata.

Ci poniamo con gli occhi del bambino, sia esso il figlio o un qualsiasi ragazzo del settore giovanile, chiedendogli di spiegare, dall’alto della sua esperienza, cosa sia il calcio.

E, per la prima volta, ci pare di mettere Lorenzo in difficoltà.

Fate un piccolo salto indietro in questo articolo, ripensate a quando vi avevamo invitato a riflettere sulla differenza fra essere e apparire…

Per chi è abituato a giocare nella zona nevralgica del campo, le difficoltà sono molteplici: la pressione del mediano avversario, il dover dettare i tempi di gioco, essere sempre pronto a recuperare palla e ripartire.

Spagnoli riprende il pallino del gioco, manda a farfalle la nostra fantomatica linea mediana e piazza il pallone all’incrocio dei pali, come più volte ci ha fatto vedere sul campo.

Vi invito a leggere, rileggere e, se non è bastato, stampare nella vostra testa le parole che seguono.

“Il calcio per me è tutto, mi condiziona nella vita di tutti i giorni. Il calcio mi ha dato da vivere. Quando andavo a prendere lo stipendio, non lo sentivo un semplice lavoro, ma un gioco, una passione smisurata. Ancora oggi, quando vedo un pallone rotolare sul campo, ho i brividi, e se mi viene incontro, non resisto alla tentazione di calciarlo. Tutte le volte che calcio un pallone, che sia durante l’allenamento della prima squadra o con i miei figli, provo le stesse sensazioni di quando battevo una punizione al novantesimo, pur essendo in borghese.

A parte il poter passare un po’ di tempo con i miei figli e la mia famiglia, è l’emozione più grande che io possa vivere, e ho la fortuna di poter fare entrambe le cose nel corso di una giornata ordinaria, trasformando la mia passione in lavoro.

Ciò che direi a qualsiasi ragazzo, sia esso uno dei miei figli o uno dei bambini che veste la maglia dell’Imolese, è che il giorno che, calciando una palla, lui si emoziona, gli si ingrossano gli occhi e ha delle emozioni che non vede l’ora di riprovare, calciando un’altra volta il pallone, anche solo un secondo dopo… Ecco, lì avrà capito che cosa vuol dire giocare a calcio.”

Ci guardiamo negli occhi, noi tre, e conveniamo che ogni ulteriore parola sarebbe del tutto superflua.

L’intervista è da considerarsi conclusa.

Mentre in sede la conversazione si avviava verso il suo finale, sui campi del Bacchilega sono iniziati gli allenamenti della Prima Squadra e della Juniores Nazionale.

Lorenzo e il fidato Filippo, prima di chiudere, ci chiedono di spiegare loro cos’è il progetto Football Pills, e proviamo grande soddisfazione nel vederli interessati.

Se undici anni fa ci avessero detto che ci saremmo ritrovati a discutere di calcio e dei nostri progetti con Spagnoli, probabilmente avremmo riso. Equinamente.

Ci congediamo, e mentre Lorenzo, non prima di aver scattato una foto con noi, adempie al dovere del buon presidente e va ad assistere all’allenamento della sua squadra, Filippo Ghinassi ci guida alla visita del Centro, secondo per dimensione in regione alle spalle di quello del Parma, sito a Collecchio. Ne approfittiamo per scambiare altre chiacchiere sul mondo del calcio, concentrandoci maggiormente su quello giovanile, trovandoci ancora una volta pienamente a nostro agio.

Al termine della giornata, ci ritroviamo a scrivere di quelle due orette trascorse al Bacchilega con i massimi esponenti del calcio della nostra città.

E per chi, come noi, vive il calcio all’ennesima potenza, è libidine allo stato puro.

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