Bruno Neri e Dino Fiorini, partigiano contro fascista sul campo

Bruno Neri non effettua saluto fascista
Inaugurazione dello stadio di Firenze, 1931: Bruno Neri, contrariamente dai compagni, non effettua il saluto romano (fonte: toronews.net)

Nel 1944, la Seconda Guerra Mondiale sembra volgere verso il termine: partendo dalla Sicilia, l’esercito degli alleati sta lentamente risalendo lo stivale, spingendo i tedeschi verso Nord, da dove sta partendo un’ulteriore offensiva anglo-americana.

Superata, non senza problemi, la linea Gustav, fortificazione approntata dalla Wehrmacht a scopi difensivi nel punto più stretto dell’Italia centrale, all’altezza di Cassino, nel frusinate, che, di fatto, divise in due l’Italia, il conflitto riprese vigore su una seconda linea posta in essere, lungo l’appennino tosco-emiliano, dalle forze armate tedesche.

Perché, vi chiederete, un sito che parla di calcio si sofferma a parlare, proprio nel giorno della Liberazione, di tali pagine di storia della nostra penisola?

La risposta va trovata tra coloro che, all’interno del conflitto mondiale, diedero vita ad una guerra civile proprio all’altezza di questa seconda linea, denominata Gotica. A sostegno degli alleati, i partigiani, dall’altra sponda i membri della Guardia Nazionale Repubblicana, denominati repubblichini. E, a pochi chilometri di distanza, sulla stessa linea, come già accaduto sul campo, si affrontarono due giocatori: Bruno Neri e Dino Fiorini.

Nato a Faenza nel 1910, Neri è un centromediano, quello che oggi definiremmo un centrocampista di quantità, in grado di rompere sul nascere gli attacchi avversari per poi far ripartire l’azione. Ad appena 16 anni, è già titolare in serie C, nella squadra della sua città, insieme al fratello maggiore Gaetano.

Nel 1929, nella stessa estate in cui avviene la riforma della massima serie, per la prima volta a girone unico, la Fiorentina si assicura le sue prestazioni per la cifra, allora tutt’altro che modica, di 10 mila lire. Da sottolineare il nome del presidente della squadra gigliata: il marchese Luigi Ridolfi, fascista della prima ora.

Appena due anni dopo, il 13 Settembre del 1931, la squadra gigliata, appena promossa in A, inaugura il suo nuovo stadio, intitolato alla memoria dello squadrista Giovanni Berta, nell’amichevole contro l’Admira Vienna.

Lo stadio è stato fortemente voluto dal presidente Ridolfi, sotto la abile regia di Benito Mussolini in persona. L’architetto Pier Luigi Nervi, in ossequio al Duce, progetta un impianto a pianta semicircolare, con una delle due tribune fortemente schiacciata, al fine di ricreare una D, che verrà cancellata soltanto con la ristrutturazione del 1987, quando avviene il restyling della struttura, che adesso porta il nome dell’ex presidente UEFA Artemio Franchi, in vista del Mondiale ’90.

Alla presenza di numerosi gerarchi presenti sugli spalti, tra cui il podestà Della Gherardesca, i giocatori della Fiorentina si esibiscono nel saluto romano. Tutti, ma non Bruno Neri.

Durante la militanza fiorentina di Neri, al Bologna esordisce un ragazzo della vicina San Giorgio di Piano, che ad appena 18 anni, nel 1933, gioca la prima da titolare in A.

Nel sistema, modulo tradizionalmente caro al calcio europeo dell’epoca, il terzino è un giocatore che deve assicurare una spinta costante sulla fascia, quasi un centrocampista aggiunto. E Dino Fiorini ha le caratteristiche idonee per giocare lì: potenzialmente può correre i 100 metri piani in 11 secondi, ma si limita a percorrerli in uno/due secondi in più. Di continuo, per 90 minuti, in 30 partite di campionato. Davanti a sé, però, ha un certo Eraldo Monzeglio, titolare fisso della Nazionale di Pozzo che vinse il mondiale del 1934, per cui il posto nell’undici iniziale, nel suo ruolo naturale, è solo occasionale. Comunque, nel 1935, il suo nuovo allenatore Arpad Weisz, quando manca la punta arretrata Sansone, lo utilizza nell’inedito ruolo.

Per la prima volta, il 19 Maggio del 1935, si fronteggiano, sul campo, Neri e Fiorini, con il primo destinato a marcare direttamente il secondo. Finirà 1-0 per la Fiorentina, terza a fine campionato.

Monzeglio, in occasione dei Mondiali, ha stretto una profonda amicizia con Benito Mussolini, che lo sottrarrà letteralmente al Bologna, non più protetto dal potente Arpinati, mandato al confino a Lipari per atteggiamenti antifascisti, al fine di spingerlo alla Roma nell’estate del 1935. Per Fiorini, dunque, si libera il posto da “2”, terzino destro titolare. Nella gara di ritorno del campionato 35/36, il suo Bologna si prende la rivincita sulla Fiorentina di Bruno Neri: nuovamente 1-0, ma per i rossoblu, futuri campioni d’Italia.

La stagione successiva vede approdare in A la Lucchese, guidata dal magiaro Egri Erbstein. Neri sposa il progetto dei rossoneri, guidandoli ad uno strepitoso settimo posto e ad un incredibile doppio pareggio contro il Bologna di Fiorini, che si laureerà campione per la seconda volta di fila: 2-2 al Porta Elisa, 0-0 al Littoriale. Dopo una sola stagione, riecheggiano le sirene del Torino del presidente Novo, alle quali è difficile resistere. Il doppio scontro Neri/Fiorini termina in parità, con una vittoria a testa (3-1 per il Torino al Filadelfia, 2-0 a Bologna), ed entrambe le squadre si piazzano a centro classifica.

Gli ottimi rapporti tra Bruno Neri e Novo convincono il secondo ad assumere, come allenatore, proprio Erbstein, che nella primavera del 1938 è fuggito da Lucca, a causa dell’imperversare delle leggi razziali che lo hanno addirittura costretto a ritirare le figlie dalla scuola pubblica. Già, perché Egri è ungherese, ma soprattutto ebreo, e siederà sulla panchina granata grazie alle garanzie protettive del presidente.

Lo scontro nel 38/39 sarebbe doppio: oltre a Neri contro Fiorini, ci sarebbe anche quello tra Weisz e Erbstein, accomunati da nazionalità ed origini etniche. Il primo non si terrà né all’andata, né al ritorno, data la doppia assenza del terzino bolognese, debilitato da una malattia venerea e ormai rimpiazzato da Pagotto, il secondo solo in occasione della gara d’andata, vinta con un netto 3-0, in trasferta, dal Toro. Alla quinta giornata, Weisz si dimette e fugge in Olanda per fuggire ai deliri di onnipotenza nazisti, Erbstein lo seguirà, tornando in patria grazie ai buoni uffici di Novo, un paio di mesi dopo. Ma il gioco spumeggiante dei due tecnici, ripreso dai sostituti, porterà Bologna e Torino, in ordine, al primo e secondo posto in classifica.

Nel 1940, Bruno Neri appende le scarpette al chiodo, passando alla guida tecnica del suo Faenza, nei campionati regionali emiliano-romagnoli. Fiorini lo seguirà nel 1943, dopo essere diventato testimonial di una famosa marca di brillantina per capelli grazie al suo fascino da tombeur de femmes.

Il ritiro di Fiorini, in realtà, è semplicemente simbolico: è vero, ha 38 anni, e ha giocato solo due partite nell’ultima stagione in A, ma è formalmente in attività quando la sua Bologna viene colpita dai primi raid aerei del Luglio 1943. Campionato sospeso per motivi bellici. E qui inizia la seconda vita, sia per lui che per Neri.

Il primo, infatti, ha spiccate simpatie fasciste, nemmeno troppo nascoste. È tra i circa 200 fondatori del Partito Fascista Repubblicano, a sostegno della neonata, in quel di Salò, RSI (Repubblica Sociale Italiana) e aderisce con slancio alla già citata Guardia Nazionale Repubblicana, tanto da sfilare per le strade di Bologna in uniforme, alienandosi parecchie simpatie.

Neri, al contrario, dopo aver finito di giocare ha stretto i contatti con un cugino milanese, Virgilio, che lo spinge a pieno titolo nell’ambiente antifascista, tanto da convincerlo ad aggregarsi, sotto il soprannome Berni, nel battaglione partigiano Ravenna. Vuoi per le doti da leader già mostrate sul campo, vuoi per il carisma, ne diventa vicecomandante.

L’Appennino, ultimo fronte della Seconda Guerra Mondiale in Italia, chiama. Bruno Neri agisce principalmente tra i monti della Valsenio, tra Faenza e Forlì, Fiorini tra quelli che costeggiano la sorgente del Sillaro, nel bolognese, a poco meno di 40 chilometri di distanza in linea d’aria. Non ci è dato sapere se, come accaduto sul campo, i due si sfidarono direttamente, ma l’epilogo di entrambi fu drammatico.

Bruno Neri cadrà sotto il fuoco nemico il 10 Luglio del 1944, presso l’Eremo di Gamogna, nel territorio di Marradi, nel tentativo di recuperare un aviolancio sul vicino Monte Lavane. Nel 1946, terminata la guerra, lo Stadio comunale di Faenza prenderà il suo nome. Fiorini, invece, dovrebbe essere morto a Monterenzio il 16 Settembre dello stesso anno. Il condizionale è d’obbligo, perché il suo nome figura nell’elenco dei defunti, ma il suo cadavere sparì nel nulla, probabilmente recuperato dai partigiani. Si vocifera di un’imboscata mentre, accompagnato da alcuni membri della Resistenza, si apprestava ad una clamorosa conversione, che lo stava spingendo ad arruolarsi tra i nemici, ma la tesi appare alquanto discutibile.

Ed Erbstein?

Non si salverà dalla prigionia nei campi di lavoro, dopo l’invasione dell’Ungheria, ma riuscirà a fuggire e a rifugiarsi, come molti altri ebrei, nel consolato svedese di Budapest. Tornerà in Italia e al Torino, da allenatore, ma anch’esso non sfuggirà ad una morte cruenta. Il 4 Maggio del 1949, tra i passeggeri dell’aereo che si schiantò a Superga, insieme ai calciatori del Grande Torino, c’era anche lui.

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