Amedeo Biavati, l’inventore del doppio passo

Amedeo Biavati è uno di quei giocatori per il quale nemmeno l’invidiabile elenco dei titoli conquistati in carriera è sufficiente a descriverne la grandezza.

Amedeo Biavati, se vogliamo dirla tutta, fu più di un semplice giocatore: un vero e proprio artista del pallone.

Nato a Bologna nel 1915, Amedeo crebbe calcisticamente nella squadra della città felsinea, con la quale esordì in Serie A a soli 18 anni con il ruolo di ala destra. All’inizio della sua carriera non riuscì a giocare con continuità nei rossoblu, anche perché a quei tempi il Bologna era “lo squadrone che tremare il mondo fa”, tra le compagini migliori d’Europa e capace di tenere testa anche alle corazzate inglesi.

Se ad una qualità della rosa eccelsa, aggiungiamo che, all’epoca, non erano previste le sostituzioni, per cui gli undici giocatori iniziali rimanevano in campo per 90 minuti, al giovane Amedeo non rimase che farsi le ossa, per un anno, al Catania, in Serie B.

Una volta tornato, guadagnò passo dopo passo i gradi di titolare e contribuì, con le sue discese sulla fascia e le reti, alla vittoria degli scudetti 1936/1937, 1938/1939 e 1940/1941. Si fece notare anche dallo storico Commissario Tecnico della nazionale italiana Vittorio Pozzo, il quale lo convocò per i Mondiali del 1938, che si tennero in Francia e videro il secondo trionfo consecutivo dell’Italia nella competizione. Biavati fu impiegato a partire dai quarti di finale in quel Mondiale, e in tutta la sua carriera disputò 18 partite in azzurro, con tanto di 8 reti messe a segno.

Ma il motivo principale per cui viene ricordato Biavati è l’invenzione di una finta famosissima, oggi quotidiana anche negli allenamenti dei ragazzi di qualsiasi settore giovanile: il doppio passo (o doppia forbice).

Questo gesto, ripreso poi da numerosi campioni, consiste nel far ruotare un piede attorno al pallone facendo credere all’avversario di colpirlo. Se a prima vista può sembrare semplice, per poter ottenere una finta efficace è necessaria una tecnica sopraffina, ma soprattutto una velocità d’esecuzione che eluda il controllo della difesa avversaria: laddove il calcio si fonde con l’arte, il dribbling con l’estetica, la realtà con la magia, Biavati primeggiava, nonostante soffrisse di piedi piatti, lasciando a bocca aperta gli spettatori e attirando a sé l’attenzione di giornalisti come Gianni Brera e del famoso regista Pier Paolo Pasolini, anch’egli bolognese, il quale ha più volte dichiarato di averlo avuto come idolo ai tempi del liceo.

Dopo la sosta bellica per la Seconda Guerra Mondiale, Biavati disputò ancora 2 stagioni nel capoluogo emiliano, per poi passare alla Reggina, in Serie C, per una stagione.

Quando sembrava che la sua carriera stesse per volgere al termine, ecco la chiamata a due passi da casa: l’Imola, neopromossa in C nel 1949/1950, si affida ad Amedeo nella veste di allenatore-giocatore. Ormai ben lontano dalla forma migliore, Biavati non incide, segnando appena 6 reti, e la stagione culmina con un’amara retrocessione per i colori rossoblu, per la prima volta a strisce verticali (abbandonando quella casacca a due bande ripresa solo quest’anno): l’Imolese arriva quintultima, ma il regolamento prevede che ad abbandonare il palcoscenico della terza serie siano ben sei squadre. La prima delle salve, la Pro Gorizia, dista appena due punti.

Nelle stagioni successive, continuerà a rivestire il doppio ruolo nelle categorie minori, da Molfetta a Belluno, prima di dedicarsi esclusivamente alla panchina, allenando anche in Libia e nel settore giovanile del Bologna. E al suo grande amore calcistico lascerà l’ultimo, grande regalo, prima di essere congedato dalla società: fu lui a portare in rossoblu un giovane talento nato a Portonovo di Medicina, che risponde al nome di Giacomo Bulgarelli. E se il Bologna calcio, in qualche modo, si dimenticò di lui, la sua città non fece lo stesso, affidandogli il ruolo di supervisore degli impianti sportivi per conto del Comune.

Il 22 Aprile del 1979 Amedeo si spegne in quella città che dapprima lo ha sedotto, poi quasi abbandonato ed infine riciclato in un ruolo lontano da quello di tipo dirigenziale che avrebbe sperato di rivestire. Ma la ciclicità della storia, a volte, permette alle grandi figure di essere riconosciute in quanto tali: la sezione del cimitero della Certosa in cui è stato seppellito, negli anni, è stata tappa fissa di tutte le figure societarie rossoblu che si sono succedute, pronte a dare il giusto e meritato tributo ad un maestro del calcio come lui.

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