Storia delle sorelle Gheduzzi: l’8 Marzo del calcio italiano

L’otto Marzo, giornata internazionale della donna, è una di quelle date aventi un grandissimo significato perché rappresenta a livello mondiale una ricorrenza che sottolinea le conquiste sociali, politiche ed economiche del gentil sesso, ma ricorda anche discriminazioni e violenze delle quali, purtroppo, le donne continuano ad essere vittime ancora oggi.
Anche Football Pills desidera dare un contributo a questa giornata ricordando quello che si può definire, senza alcuna paura, l’otto marzo del calcio italiano. Non è nemmeno necessario fare un balzo all’indietro di troppi anni, ma “solo” al 1986 in un piccolo paesino della provincia di Piacenza, per la precisione Gragnano Trebbiense, cittadina che all’epoca dei fatti contava poco più di tremila anime, ma che balzò sulle prime pagine di tutti i giornali italiani per un caso curioso ed eccezionale.

Ma andiamo con ordine. Per ogni rivoluzione che si rispetti, servono elementi ben precisi. Nel nostro caso la cronologia parte da un vuoto normativo che ai tempi impediva ad una ragazzina di praticare il calcio. Un vuoto che non prevedeva settori giovanili “in rosa” né tanto meno la possibilità di giocare tra i maschi, e che ha sicuramente spezzato molte carriere in quegli anni. L’altro elemento di questa storia sono Emanuele e Massimo, rispettivamente attaccante e difensore. L’ultimo è la squadra Esordienti del Gragnano, dove i due fanno faville assieme ai loro compagni e viaggiano a vele spiegate verso la vittoria del proprio girone.

Fin qui tutto quadra e fila liscio. La storia del Gragnano, di Emanuele, Massimo e dei loro compagni di squadra sono storie come se ne sentono tante, regalate uno sport bellissimo come il calcio, ma è proprio a questo punto che arriva l’innesco di una rivoluzione destinata a regalare finalmente alle donne del calcio una conquista importante.

Perché? Perché Emanuele e Massimo non sono due ragazzi, si chiamano Manuela e Debora Gheduzzi, hanno dodici anni e giocano assieme ai ragazzi del Gragnano. Giocano persino meglio: le definiscono due fuoriclasse, tagliate fuori da quel vuoto normativo tutto italiano che struttura campionati e società unicamente in ottica maschile. Debora e Manuela possono giocare solo grazie alla complicità dei dirigenti della società piacentina, che li tessera sotto falso nome, spacciandoli per maschietti, anche grazie alla fisionomia delle ragazze, ancora in età pre-sviluppo. Dall’altra parte anche Manuela e Debora fanno il loro compitino, abbandonando il taglio da ragazzina per quello “alla maschietto”.

Il piano sembra perfetto e frutta anche a livello sportivo: il Gragnano vince e macina punti su punti. Il meccanismo, tuttavia, si inceppa proprio nel corso di una partita di campionato vinta dal Gragnano, quando una mamma di uno degli avversari riconosce il padre delle ragazze. Ne nasce una polemica infinita ed un reclamo, poi finito in una bolla di sapone, e in breve tempo i giornalisti arrivano nel piacentino da ogni parte dello stivale.
È così che emerge la storia di un’Italia calcistica in piena febbre mondiali di Messico ’86, con una squadra campione del mondo in carica, una nazionale femminile che ha appena vinto il “Mundialito” a Jesolo, ma nella quale le donne non possono assolutamente dar calci a un pallone. La presenza del vuoto normativo fa sì che Manuela e Debora non rischino nulla, nemmeno una squalifica, e a pagare sarà solo il Gragnano con una multa da un milione di lire e la squalifica di alcuni dirigenti, tra i quali il responsabile del settore giovanile, al quale viene inflitto uno stop biennale.

Ma a loro e a questa storia va il merito di aver dato una scossa ad un sistema vecchio e ormai divenuto per i tempi anacronistico. Di lì a poco, infatti, la Federazione cambierà finalmente i regolamenti, in modo da permettere anche alle ragazze di giocare a calcio.

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