Antonella Carta, campionessa senza età

Antonella Carta Nazionale
Antonella Carta con la numero 10 della Nazionale: 120 presenze e 31 gol per lei in azzurro (fonte: calciodonne.it)

Antonella Carta è autrice del gol più importante della storia del calcio femminile italiano, quello che consegnò all’Italia l’ultimo trofeo internazionale. E, nonostante l’età segni una cifra superiore a 50, la calciatrice indossa ancora le scarpette…

Il gol più importante del calcio femminile italiano

Un numero sterminato di apparizioni con i club, vestendo una dozzina di maglie diverse. 120 presenze e 31 gol con la maglia azzurra della nazionale, e la più preziosa delle reti siglata al Mundialito ’86. In quello che di fatto era il Mondiale Femminile (nato solo nel 1991), al minuto 11, la 19enne Antonella Carta siglò la rete decisiva nella finale tra Italia e Stati Uniti. Fattore simbolico, è l’ultimo trofeo internazionale conquistato dall’Italia a livello femminile.

Basta questo per iniziare a parlare di un talento purissimo. Che, a dispetto di quell’1 marzo 1967 stampato sulla carta d’identità, a 51 anni, nel 2018, correva ancora dietro un pallone. Sia pure a rimbalzo controllato, nella Serie C di Calcio a 5 femminile con la maglia del Real Balduina, a Roma.

Nelle sue parole traspare ancora quella voglia di sana competizione che fa di Antonella un pezzo da novanta del calcio femminile italiano. E non a caso fu proprio una sua rete a segnare da un lato il momento più alto della nazionale, dall’altro l’inizio di un declino segnato a lungo da incuria e disinteresse. «Ero molto giovane a quei tempi», racconta. «In quella partita giocai terzino fluidificante nonostante non fosse il mio ruolo, ma il mister in attacco voleva fare giocare altre».

Il problema delle altre si presentò più volte nel corso della sua carriera in nazionale. Al punto che Antonella ci scherza su con un «l’unico ruolo che non ho fatto è il portiere». Particolare che la dice lunga anche sul suo spirito di adattamento per il bene della squadra.

L’inizio della passione di Antonella

La storia di Antonella Carta con il calcio nasce giovanissima e, come spesso accade, si sviluppa in famiglia. «Nacque tutto grazie a mio fratello, ma inizialmente non capivo proprio nulla delle regole. Non concepivo, ad esempio, che nel calcio il fallo laterale si battesse con le mani. I primi tempi – racconta – diventai la mascotte della squadra di mio fratello e alle partite mi mettevano dietro alla porta a fare la raccattapalle. Mi piaceva talmente tanto andare con loro che quando non avevo la possibilità di andare cercavo un passaggio senza farlo sapere ai miei genitori».

Da questo momento il pallone entra a pieno titolo nella vita di Antonella. Per lei ogni occasione è buona per fermarsi a tirar calci, con buona pace di quella parte della famiglia che non vede di buon occhio questa passione. «Eravamo molto numerosi in casa ed ovviamente c’era chi stava dalla mia parte e chi invece non vedeva bene questa cosa. Io appena potevo mi mettevo sempre la palla tra i piedi. Finita la scuola tiravo calci al muro con qualsiasi tempo, anche con la pioggia e quando mia mamma mi mandava a farle delle commissioni trovavo sempre un gruppetto di ragazzini e mi univo a loro. Alla fine facevo sempre tardi perché dovevo cercare di far passare la sudata, ma ovviamente mia mamma se ne accorgeva ogni volta».

A quel punto di fronte ad Antonella si aprono ovviamente le porte del calcio femminile e la sua passione alla fine convince anche la parte più intransigente della sua famiglia. Inizia nel Nuoro in Serie C, poi appena quattordicenne passa all’Alaska Lecce dove vince Scudetto e Coppa Italia. «Feci anche qualche presenza e qualche gol. Non fu facile, ma cercai di sfruttare ogni opportunità».

La prima convocazione in Nazionale

Dalla Puglia Antonella spicca il volo. L’approdo a Roma è la tappa intermedia che la porta, ad appena diciassette anni, alla prima convocazione con la Nazionale azzurra.

Proprio su questo punto però Antonella ha una riflessione amara. «Se penso che nel 1986 battemmo gli Stati Uniti che oggi sono tra le squadre più forti al mondo mi viene molta malinconia. Loro hanno investito molto nel calcio femminile e i risultati si vedono. Noi invece, anche per colpa di una mentalità troppo chiusa, non siamo più a quel buon livello. È un peccato che non si riesca a capire che investire nel femminile non andrebbe a togliere nulla al maschile».

Il calcio, però, per Antonella è stato molto più di un semplice sport. Una passione trascinante che nel 1997 le ha consegnato il titolo di miglior centrocampista italiana ed europea, ma è stato anche un modo per rimanere attaccata alla vita.

Tra la morte e la vita, sognando il successo

Nel 1996, infatti, Antonella viene coinvolta in un grave incidente stradale in Sardegna nel quale muore sua madre. Il misfatto accade poco prima di disputare la finale di Coppa con la maglia del Lugo. Recupererà in fretta e disputerà la gara di ritorno a Monza, contribuendo alla storica vittoria del club romagnolo. Non bastasse questo poi qualche anno dopo arriva anche il tumore al seno, ma lì vicino a lei c’è sempre il pallone a darle forza.

«Pensavo di avere il mondo in mano, invece quegli episodi mi fecero capire che era il contrario. Finisci a vivere momenti surreali nei quali ti chiedi perché tutto ciò stia capitando a te. Purtroppo di tante cose te ne rendi sempre conto dopo, ma devo dire che lo sport mi ha aiutato in tutti i sensi a superare questi momenti difficili. Non ho mai mollato e sia i medici sia chi mi conosce sono rimasti stupiti dalla forza con la quale ho vinto queste battaglie».

Non a caso proprio ai tempi del Lugo Antonella Carta riuscì a convincere Doriano Tamburini (vice di Zaccheroni al Baracca Lugo) a sedersi sulla panchina delle romagnole. L’allenatore in una recente intervista spiegò che a fargli cambiare idea fu veder giocare Antonella dicendo che «era meglio dei maschi che allenavo a Lugo».

La carriera infinita di Antonella

Ma com’era Antonella Carta come giocatrice? «Se dovessi fare un parallelo con i giocatori di oggi difficilmente riuscirei a trovarne uno. Oggi – spiega – il calcio è tutto velocità e niente ragionamento e non mi ci vedo. Se dovessi per forza scegliere un giocatore direi che quello che mi somiglia di più è Francesco Totti. Anche io giocavo dietro alle punte e servivo palla alle compagne per cercare di segnare».

Non è difficile intuire la poca stima che Antonella nutre per il calcio moderno, come lei stessa racconta. «Credo ci sia troppa ignoranza e arroganza. Al di là del fatto che sia cambiata la generazione, non c’è più voglia di migliorarsi, cosa che io continuo a fare per cercare di arrivare a certi traguardi. Ora c’è la presunzione di essere già arrivate e non si ascoltano i consigli, ma quando ero giovane anche io ho portato le borracce alle mie compagne».

E ora, invece, per quanto altro tempo quelle poche giovani con un po’ di umiltà dovranno portare le borracce ad Antonella? «Ho compiuto cinquant’anni pochi giorni fa – sorride –, ma ho ancora tanta voglia di dare il mio contributo. Ogni anno mi dico che è ora di smettere, ma alla fine penso sempre di fare ancora una stagione e… sono ancora qua!».

 

 

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