Antonella Carta, campionessa senza età

Oltre trenta gol e 120 presenze con la maglia azzurra della nazionale ed un numero sterminato di apparizioni con più di una dozzina di squadre di club.

Cinquant’anni compiuti a marzo e quella rete segnata all’11’ della finale del Mundialito ’86, quando ne aveva diciannove, tra Italia e Stati Uniti che valse alla nazionale azzurra l’ultimo trofeo internazionale conquistato a livello femminile.

Basta questo per iniziare a parlare di Antonella Carta, che a dispetto di quell’1 marzo 1967 stampato sulla carta d’identità continua a correre dietro ad un pallone nel campionato italiano femminile di calcio a cinque con la maglia del Real Balduina (Serie C Lazio).

“In campionato siamo seconde, ma mancano ancora tante partite per provare a recuperare. Poi abbiamo vinto la Coppa Regionale ed ora disputeremo quella nazionale”.

Nelle sue parole traspare ancora quella voglia di sana competizione che fa di Antonella un pezzo da novanta del calcio femminile italiano e non a caso fu proprio una sua rete a segnare da un lato il momento più alto della nazionale, dall’altro l’inizio di un declino portato da incuria e disinteresse da parte di “chi di dovere”. “Ero molto giovane a quei tempi – racconta -, e in quella partita giocai terzino fluidificante nonostante non fosse il mio ruolo, ma il mister in attacco voleva far giocare altre”.

Il problema delle altre si presentò più volte nel corso della sua carriera in nazionale, tanto che Antonella ci scherza su con un “l’unico ruolo che non ho fatto è il portiere” che la dice lunga anche sul suo spirito di adattamento per il bene della squadra.

La sua storia con il calcio nasce giovanissima e, anche in questo caso, si sviluppa in famiglia. “Nacque tutto grazie a mio fratello, ma inizialmente non capivo proprio nulla delle regole al punto che non concepivo che nel calcio il fallo laterale si battesse con le mani. I primi tempi – racconta – diventai la mascotte della squadra di mio fratello e alle partite mi mettevano dietro alla porta a fare la raccattapalle. Mi piaceva talmente tanto andare con loro che quando non avevo la possibilità di andare cercavo un passaggio senza farlo sapere ai miei genitori”.

Da questo momento il pallone entra a pieno titolo nella vita di Antonella. Per lei ogni occasione è buona per fermarsi a tirar calci, con buona pace di quella parte della famiglia che non vede di buon occhio questa passione. “Eravamo molto numerosi in casa ed ovviamente c’era chi stava dalla mia parte e chi invece non vedeva bene questa cosa. Io appena potevo mi mettevo sempre la palla tra i piedi. Finita la scuola tiravo calci al muro con qualsiasi tempo, anche con la pioggia e quando mia mamma mi mandava a farle delle commissioni trovavo sempre un gruppetto di ragazzini e mi univo a loro. Alla fine facevo sempre tardi perché dovevo cercare di far passare la sudata, ma ovviamente mia mamma se ne accorgeva ogni volta”.

A quel punto di fronte ad Antonella si aprono ovviamente le porte del calcio femminile e la sua passione alla fine convince anche la parte più intransigente della sua famiglia.

Inizia nel Nuoro in Serie C, poi appena quattordicenne passa all’Alaska Lecce dove vince Scudetto e Coppa Italia.

“Il mio primo anno avevo quattordici anni, feci anche qualche presenza e qualche gol. Non fu facile, ma cercai di sfruttare ogni opportunità”. La cosa le riesce molto bene e dalla Puglia Antonella spicca il volo: la chiama la Roma e ad appena diciassette anni arriva la prima convocazione con la Nazionale azzurra.

Proprio su questo punto però Antonella ha una riflessione amara. “Se penso che nel 1986 battemmo gli Stati Uniti che oggi sono tra le squadre più forti al mondo mi viene molta malinconia. Loro hanno investito molto nel calcio femminile ed i risultati si vedono, mentre noi anche per colpa di una mentalità troppo chiusa non siamo più a quel buon livello. È un peccato che non si riesca a capire che investire nel femminile non andrebbe a togliere nulla al maschile”.

Il calcio però per Antonella ha voluto dire molto di più di un semplice sport che nel 1997 le ha consegnato il titolo di miglior centrocampista italiana ed europea, ma è stato anche un modo per rimanere attaccata alla vita. Nel 1996, infatti, poco prima di disputare le partite di finale di Coppa con la maglia del Lugo, viene coinvolta in un grave incidente stradale in Sardegna nel quale muore sua madre. Recupererà in fretta e disputerà la gara di ritorno a Monza, contribuendo alla storica vittoria del club romagnolo. Non bastasse questo poi qualche anno dopo arriva anche il tumore al seno, ma lì vicino a lei c’è sempre il pallone a darle forza.

“Pensavo di avere il mondo in mano, invece quegli episodi mi fecero capire che era il contrario. Finisci a vivere momenti surreali nei quali ti chiedi perché tutto ciò stia capitando a te. Purtroppo di tante cose te ne rendi sempre conto dopo, ma devo dire che lo sport mi ha aiutato in tutti i sensi a superare questi momenti difficili, non ho mollato e sia i medici sia chi mi conosce sono rimasti stupiti dalla forza con la quale ho vinto queste battaglie”.

Non a caso proprio ai tempi del Lugo Antonella Carta riuscì a convincere Doriano Tamburini (vice di Zaccheroni al Baracca Lugo) a sedersi sulla panchina delle romagnole. L’allenatore in una recente intervista spiegò che a fargli cambiare idea fu veder giocare Antonella dicendo che “era meglio dei maschi che allenavo a Lugo”.

Ma com’era Antonella Carta come giocatrice? “Se dovessi fare un parallelo con i giocatori di oggi difficilmente riuscirei a trovarne uno. Oggi – spiega – il calcio è tutto velocità e niente ragionamento e non mi ci vedo. Se dovessi per forza scegliere un giocatore direi che quello che mi somiglia di più è Francesco Totti. Anche io giocavo dietro alle punte e servivo palla alle compagne per cercare di segnare”.

Non è difficile intuire la poca stima che Antonella nutre per il calcio moderno, come lei stessa racconta. “Credo ci sia troppa ignoranza e arroganza al di là del fatto che sia cambiata la generazione, ma non c’è più voglia di migliorarsi, cosa che io continuo a fare per cercare di arrivare a certi traguardi. Ora c’è la presunzione di essere già arrivate e non si ascoltano i consigli, ma quando ero giovane anche io ho portato le borracce alle mie compagne”.

E ora, invece, per quanto altro tempo quelle poche giovani con un po’ di umiltà dovranno portare le borracce ad Antonella? “Ho compiuto cinquant’anni pochi giorni fa – sorride -, ma ho ancora tanta voglia di dare il mio contributo. Ogni anno mi dico che è ora di smettere, ma alla fine penso sempre di fare ancora una stagione e… sono ancora qua!”.

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