Azteca, lo stadio del secolo

Nel corso del tempo il calcio, da semplice sport, è diventato una passione, che più di una volta ha raggiunto la sacralità. Il successo di questo gioco è dovuto ai molteplici avvenimenti accaduti da oltre cent’anni a questa parte, a partite che hanno fatto fibrillare i cuori di milioni di persone e a giocate entrate nella leggenda. Alcune istantanee sono letteralmente scolpite nella memoria di intere generazioni, che rivivono i ricordi del momento impresso nell’immagine come se stesse succedendo nuovamente, ricordandosi addirittura dove fossero e con chi fossero, mentre assistevano alle gesta entrate nella storia dell’umanità.
Un ruolo importante lo giocano anche gli stadi teatro di questi capitoli fondamentali di ogni almanacco del fùtbol e a questo discorso non fa eccezione l’Estadio Azteca di Ciudad de México.

Non stiamo parlando di un banale impianto sportivo, bensì di un’autentica cattedrale di questo sport, all’interno della quale si sono conclusi il torneo di calcio dei Giochi Olimpici del 1968 e ben due campionati del mondo FIFA, oltre ad essere stato il terreno di gioco degli ultimi atti di tre edizioni della CONCACAF Gold Cup, nelle edizioni del 1977, 1993 e 2003.

 

Costruito in vista dei sopracitati Giochi della XIX Olimpiade e dei successivi mondiali del 1970, venne inaugurato nel 1966 dopo tre anni di lavori, supervisionati dagli architetti Pedro Ramirez Vasquez e Rafael Mijares e che videro coinvolte circa 850 persone, tra operia, ingegneri e architetti, fu edificato utilizzando rocce laviche residuate di un’eruzione del vulcano Xitle, alle quali si aggiunsero oltre 100.000 tonnellate di cemento, rinforzato con 8000 tonnellate di ferro. Questo impianto ha la caratteristica di essere imponente, pensato per poter contenere ben oltre 105.000 spettatori e formato da tre anelli, tra cui quello centrale di capienza minore. E’ stato concepito in maniera da garantire una buona visibilità anche agli occupanti dei posti più alti. Il campo da gioco misura 105 metri per 68 e, daa l’altitudine della capitale messicana, è tutt’altro che semplice giocare a calcio ad alto livello.

La prima partita disputata all’Azteca fu Club de Fùtbol América – Torino. Al calcio di inizio di quella partita, terminata 2-2, assistettero in loco più di centomila spettatori.

 

Quattro anni più tardi fu il momento della massima competizione mondiale per nazioni, che fece tappa per la prima volta nell’America centrale, dopo diverse edizioni ospitate in Sudamerica. La finale in questo caso fu senza storia, con il Brasile che sconfisse per 4-1 l’Italia. Infatti fu il match precedente ad entrare negli annali. E’ il 17 giugno del 1970 e si gioca la semifinale tra Italia e Germania, che terminerà per 4-3 ai tempi supplementari in favore degli azzurri di Valcareggi, dopo che i tempi regolamentari finirono 1-1, con il pareggio di Schnellinger allo scadere del tempo regolamentare, davanti ad oltre 102.000 spettatori. Ci furono quindi la bellezza di cinque reti in 30 minuti durante i quali successe davvero di tutto, tra cui uno stoico Beckenbauer che continuò a giocare con il braccio legato lungo il corpo, a seguito della lussazione della spalla destra.

Il giorno dopo, Gianni Brera, sulle pagine de “Il Giorno”, commentò così la contesa:

 

“I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimenti. Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato […]Come dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato l’infarto, non per scherzo, non per posa. Il calcio giocato è stato quasi tutto confuso e scadente, se dobbiamo giudicarlo sotto l’aspetto tecnico-tattico. Sotto l’aspetto agonistico, quindi anche sentimentale, una vera squisitezza, tanto è vero che i messicani non la finiscono di laudare (in quanto di calcio poco ne san masticare, pori nan).I tedeschi meritano l’onore delle armi. Hanno sbagliato meno di noi ma il loro prolungato errore tattico è stato fondamentale. Noi ne abbiamo commesse più di Ravetta, famoso scavezzacollo lombardo. Ci è andata bene. Siamo stati anche bravi a tentare sempre, dopo il grazioso regalo fatto a Burgnich (2-2).”

Questo epico scontro tra le due nazionali fu subito nominato dai messicani “partido del siglo”, con tanto di targa celebrativa installata su due piedi, pochi giorni dopo il fischio finale, per poi essere definitivamente consacrato con questa denominazione da tutto il mondo del calcio.

Nel 1986 la nazione centroamericana fu nuovamente la sede designata del Mundial, e anche in quell’occasione ospitò la finale, che vide contrapposte Germania Ovest e Argentina.

Come per la competizione del 1970, anche nel 1986 la partita che entrò nel mito non fu l’ultima. Durante il quarto di finale tra Argentina e Inghilterra, l’attaccante sudamericano Diego Armando Maradona diede sfoggio delle sue abilità tecniche e della sua sregolatezza, con due reti che evocano tuttora ricordi in tutti gli appassionati. Il momento storico era delicato, con le due nazioni che erano state protagoniste, pochi anni prima, della Guerra delle Falkland, considerato un sopruso da parte del popolo argentino. E fu in quell’occasione che un pasionario come il Pibe de Oro decise di rendere, a modo suo, il favore agli inglesi, segnando la prima marcatura con la mano, attribuendo nel post partita il tocco decisivo a Dio, per l’episodio rimasto celebre come la mano de Dios. Otto minuti dopo però, il 10 albiceleste legittimò il risultato, palesando il suo talento con il gol del siglo, realizzato dopo essersi liberato di cinque giocatori più il portiere, partendo da centrocampo, prima di depositare la sfera nella porta difesa da Shilton, che non potè altro che assistere inerme alla magnificenza del diez.

 

In seguito l’Azteca ha continuato ad essere la casa dell’América, uno dei club più titolati del Messico, con la capienza ridotta per motivi di sicurezza agli attuali 95.000 posti, tutti a sedere, che fanno di questo tempio il terzo stadio più grande al mondo, dopo la riduzione del Maracanà.

Questo stadio, pur essendo di grande impatto visivo, non è un’arena avveniristica o dotata di chissà quale meraviglia tecnologica. Eppure è ricordato per quello che nessun architetto al mondo può ideare: gli episodi più celebri di uno degli sport più emozionanti del pianeta.

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