Rosario: il tempio del Fútbol 

Rosario Central e Newell's Old Boys
I loghi di Rosario Central e Newell's Old Boys, le due formazioni di Rosario, il tempio del fútbol
I loghi di Rosario Central e Newell’s Old Boys, le due formazioni di Rosario, il tempio del fútbol 

Rosario è probabilmente la città dell’Argentina in cui si respira maggiormente calcio. Anzi, fútbol. Fucina di campioni, e pregna di storia e storie incredibili. E’ più di una delle protagoniste del calcio mondiale, Rosario è il tempio del fútbol.

Il Fútbol nasce differente e senza alcuna influenza, ma con una pulce nell’orecchio. Questo difetto, tipico del modo di essere e di vivere “l’Argentina”. È una specie di reazione, del tutto incontrollabile, di una volontà di affermazione nei confronti del resto del mondo. Si vede calcio, ma si respira una rivendicazione nazionale figlia di un popolo oppresso, a mo’ di codice religioso, e soprattutto si vuole dare importanza ad una filosofia che racchiude in sé il gusto latino dell’arte. 

Un equilibrio precario tra ordine e caos. Il calcio è sostanzialmente fede da quelle parti e quindi Rosadio è il tempio del fútbol. Una città nata quasi per caso nel nord dell’Argentina, ma che con l’arrivo dei soliti inglesi e del dopolavoro iniziò a conoscere e ad amare il pallone.

Rosario sta al calcio come Siena sta al Palio. Un’equazione semplice che viene supportata dalla fucina di talenti impressionanti che la città ha sfornato nella sua storia: dalle origini fino a Mauro Icardi, Angel Di Marìa e forse il più grande di tutti, Lionel “la pulga” Messi.

Le origini. Il Rosario Central

Siamo agli inizi del secolo scorso. Il regno di sua maestà Vittoria d’Inghilterra ha messo il suo timbro anche a queste latitudini e la città muta radicalmente, passando da luogo di scambi di cavalli per raggiungere le Ande a secondo centro urbano del “paese”: perché ancora non si può definire l’Argentina un paese.

Gli inglesi riescono, tramite degli accordi, anche a importare il loro commercio, le loro ferrovie e la loro istruzione, quindi anche i loro sport: rugby e soprattutto il football. A Rosario il dopolavoro ferroviario mise in piedi una squadra, il Central Argentine Railways Athletic Club: ciò che oggi intendiamo per Rosario Central.

E attorno a questa compagine si aggiungono poi altre cinque squadre, formate da gruppi di lavoratori o di universitari. Nasce il primo campionato rosarino. Nel 1905 si gioca già il primo “clasico”. Si, tra quelle sei squadre era già nata una rivalità nella rivalità. Due squadre in particolare, non si sopportavano. Una squadra è la squadra dei ferrovieri, il Central, l’altra invece ha una storia un po’ diversa. 

Le origini. Il Newell’s Old Boys

Qualche decennio prima era infatti giunto in città il professor Isaac Newell: una mente fine per le ricerche scientifiche ma anche per un gioco, quello del pallone. I ragazzi lo seguono in una maniera possibile solamente nel tempio della divinità inventata da GioannBrerafuCarlo: l’Eupalla, il dio del Calcio.

Il figlio di Isaac, Claudio, che è già un argentino a tutti gli effetti, vuole fondare insieme ai suoi amici un club. Si arriva a decidere il nome per la squadra e la scelta ricade su “i vecchi ragazzi di Newell”: nasce il Newell’s Old Boys. E quando si tratta di scegliere i colori delle magliette, la leggenda racconta che la scelta ricade sul rosso, in onore della bandiera inglese (per il papà) e sul nero, in onore del colore della bandiera della mamma: la Germania.

Il primo clàsico nato per beneficenza che non venne giocato

Il clàsico, quell’anno, nasce però a sfondo benefico più che competitivo. Infatti le donne di cura dell’ospedale della città stanno raccogliendo i fondi per finanziare i malati del morbo di Hansen: meglio nota come lebbra. La scelta delle donne è quella di utilizzare lo sport come mezzo per racimolare qualche soldo. Un calcio benefico, con Rosario sempre più tempio del fútbol.

L’idea sarebbe nobile, se non fosse che un meccanico per la tua auto, un dentista per i tuoi denti, un commercialista per le tue tasse, a Rosario lo scegli in base alla tua fede calcistica. Scegli sempre uno dei tuoi perché degli altri non ci si può fidare.

E infatti quel derby voluto dalle sante donne non si giocò mai. Quelli del Newell’s si presentarono al campo in perfetto orario, mentre gli altri no. I ragazzi del Newell’s iniziarono a cercare i ferrovieri, con un tono minaccioso di chi questa volta ha un pretesto per litigare.

Newell’s e Rosario Central, la nascita di una rivalità

Nacque in questo modo, si dice, la rivalità tra i due club, che rese ancora di più Rosario il tempio del fútbol. Nasce una rivalità con i giocatori che si cercano per litigare. “Voi, siete soltanto delle Canallas” “Ah sì? E voi studenti che ci siete andati siete soltanto dei Leprosos”. Nacquero così le canaglie, Il Rosario Central, e i lebbrosi, il Newell’s. Noi e loro. In mezzo, la città del dio Eupalla. 

Il Newell’s è la squadra più borghese, mentre il Rosario è la squadra dal ceto più abbiente, ma spesso accade nel corso del tempo che questa differenza si assottigli. Quello che è certo, è che il Newell’s ha qualche soldo in più e nel 1925 riesce a mettere la città di Rosario sulla mappa del mondo. Si gioca Brasile – Newell’s. La partita finisce anche 2 a 2, il che fa capire la forza e la potenza di queste squadre di Rosario

La leggenda del “Trinche” Tomás Carlovich

Tutti hanno omaggiato Rosario, che non a caso continuiamo a definire tempio del fútbol, anche il più grande di tutti. Anche Diego Armando Maradona. El Pibe de Oro disse di Rosario:

Appena arrivi in città senti un aroma di calcio che è unico”.

E a chi gli criticò che giocare solamente 5 partite a Rosario sia stato insignificante, lui rispose:

“Con una donna ci puoi passare venti ore e non succede nulla, con un’altra ne passi 20 minuti e succede di tutto”.

l più grande. Ma non il più grande nella città del calcio. Perché non è stato lui come affermò Diego stesso:

Il più grande calciatore della città è stato solo uno. ‘El Trinche’ Carlovich’”

Non è il classico omaggio che si fa per fare il modesto. Diego non ne ha bisogno. ‘El Trinche’ è un personaggio di autentico culto.

El Trinche Carlovich ed il Central Còrdoba

Nato il 16 aprile del 1946 e morto l’8 maggio 2020 (vittima di una rapina in cui gli venne rubata la bicicletta) vanta solalmente 2 presenze nel massimo campionato argentino e una vita nella terza sconosciuta squadra di Rosario. Il Central Còrdoba. Ai tempi di Tomas Felipe Carlovich, si segnalava con una bandiera se ‘El Trinche’ era o non era in campo. Esta noche juega el Trinche.

E se c’è scritto così sui giornali, l’affluenza e il prezzo del biglietto cambiano. Perché se non gioca ‘El Trinche’, non c’è da divertirsi. A Rosario, come del resto in tutta l’Argentina, ma soprattutto a Rosario, si intende il gioco, come lo vedono gli slavi in Europa.

Non a caso le origini del ‘Trinche’ un po’ croate e un po’ argentine mischiano questo atteggiamento in maniera perfetta. Se non metti due giocolieri in mezzo al campo il pubblico vuole i soldi indietro, ma se perdi 3 a 0 va benissimo, purché ci siano tunnel o rabone durante la partita.

Carlovich è il perfetto giocatore, con un viso da film di Sergio Leone, che non gioca per vivere ma vive per giocare a calcio. Non gli interessa la gloria in altri lidi, a lui interessa essere il re del suo teatro a Cordoba: dove tutti si sono seduti almeno una volta per vederlo giocare in campo. 

El Trinche e la Nazionale albiceleste

In Argentina quando il mito e la realtà entrano in collisione, si infiamma il cielo e qualcosa di magico accade. Il risultato però è già scritto: 2-0 per il mito, un gol per tempo. L’Albiceleste sta preparando il Mondiale in Germania del 1974 e il ‘Trinche’, che non ha mai vestito la maglia della nazionale.

Anche questa volta non la indossa e gioca per la selezione rosarina: che spesso giocava partite celebrative contro la nazionale maggiore. Carlovich gioca 45 minuti di pura distruzione per ogni suo marcatore, nessuno lo riesce a contenere e non segna solo per il gusto dell’umiliazione: sennò sarebbe già notte fonda per la nazionale albiceleste. Arriva però l’umiliazione finale. Il direttore tecnico dell’Albiceleste chiede al collega di sostituirlo. Nasce la leggenda. 

Dicono che non fosse pagato a prestazione o a gol, ma bensì a tunnel e si narra che una volta, in trasferta, espulso nel primo tempo, fu richiamato in campo dalla tifoseria ospite che voleva godersi altri 45 minuti le giocate di un calcio che non esisteva più. Differente.

La Palomita de Poy

Ma torniamo al clàsico. Ogni grande derby che si rispetti ha la sua drammaticità, ma ce ne sono alcuni che entrano di diritto nel mondo dell’iperuranio e che segnano chiunque lo guardi. Uno di questi è il derby più importante della storia del clàsico di Rosario. Non si gioca a Rosario. Si gioca all’ Estadio Monumental di Buenos Aires.

È la semifinale del campionato argentino del 1971 e il Rosario Central affronta in semifinale il Newell’s, in una partita che ancora oggi viene ricordata per un evento: La Palomita de Poy.

Siamo agli sgoccioli di una partita orribile, come tutte quelle partite che valgono il dominio della città, ma ad un certo momento sbuca dall’alto un pallone verso il dell’centro area e Aldo ‘el palomo’ Poy che sembra non arrivarci si tuffa in volo, come una colomba (da cui il suo soprannome “paloma”). La palla gonfia dolcemente la rete. Il pubblico non crede ai suoi occhi. Il gol più bello della storia del Rosario segnato nella partita più importante della sua storia.

Il Central vince quella partita, il campionato e da quel momento Aldo Poy diventerà il simbolo della storia canalla. In un mondo perfetto la storia terminerebbe qui. Ma siamo a Rosario, il tempio del fútbol, e nel tempio del dio Eupalla la realtà spesso incontra la fantasia. Perché la vera storia inizia qui.

19 Dicembre, una ricorrenza diventata tradizione

I tifosi da quel momento in poi, chiedono a Poy di segnare quel gol ogni 19 dicembre, giorno della ricorrenza. Ancora oggi che va per i settanta, Aldo Poy, il 19 dicembre, si presenta allo stadio e una palla sbuca dall’alto. Poi il resto è storia. Come se non fosse più solo calcio, ma arte nella sua definizione più pura.

Un circo del sole, rivisitato e rivisto, esportato in tutto il Sud America, che è entrato anche nel cuore dei poeti sudamericani. Uno su tutti, Roberto ‘el negrito’ Fontanarrosa, che dedicherà un libro alla ‘palomita de Poy’. Trama del libro? Banale. Per farla in breve si parla della partita.

Della partita ma non solo. C’è un tifoso, il più scaramantico di questo mondo fittizio, che porta il padre di un suo amico allo stadio: lui sa che ‘ el viejo’ non ha mai visto il Central perdere un clàsico dal vivo, ma sa anche che il dottore gli ha sconsigliato ogni tipo di sforzo. Il ‘viejo’ non dovrebbe andarci alla partita, visti i problemi cardiaci ma i ragazzi vogliono vincere e lo sequestrano portandolo poi in tribuna al Monumental, in quel 19 dicembre 1971. Come finisce? Beh.El viejo’ muore con la vittoria delle canalle, dopo aver visto il gol di Aldo Poy. Magico. 

Rosario: tempio del fútbol e fucina dei talenti argentini

Rosario è il tempio del fútbol, e lo dimostra anche sfornando campioni.

Storicamente la parte rosarina che ha offerto più talenti dalla sua fucina è quella vestita di rossonero, grazie soprattutto agli insegnamenti di Josè Griffa e del ‘loco’ Bielsa. Ma dall’altra parte è passata forse la mente più umana e umile di questo gioco, ovviamente poteva solo che essere rosarino anche lui. Angelo Tulio Zof. Una sola effe ma originario dello stesso luogo di quello con due effe, Dino.

Nella sua carriera lancia un numero eccezionale di giovani talenti, ma uno su tutti ha lasciato il segno per le canalle, pur restando poco da quelle parti. La madre Diana, esasperata dal suo figlio iperattivo, non sapeva cosa far fare al suo piccolo Angèl, ma un giorno si decide di mandarlo a giocare a calcio. “Sei forte sì, ma sei troppo magro figlio mio! Devi mangiare”. Lo smilzo è Angèl ‘el fideo’ Di Maria. Dove fideo è traducibile come “lo spaghettino”.

Angèl Di Maria e il suo Rosario Central

La sua carriera inizia con il Central, ma ogni volta che sale di categoria i suoi nuovi allenatori gli dicevano:“Questa è l’ultima categoria dove giocherai, sei troppo magro”. Ma ogni volta sale e riesce a debuttare, ancora minorenne, in prima squadra.

“Fideo! A la cancha”. Di Maria entra in campo così, senza preavviso, perché a certi giocatori non c’è bisogno di avvisare. Al debutto entra e decide la partita. È entrato, fin da subito, nel cuore dei tifosi del Central, ma loro sanno che deve lasciare il club.

L’Europa lo aspetta. Nell’ultima partita prima di partire per il Portogallo, destinazione Benfica, ‘el fideo’ segna uno dei gol più belli mai realizzati su un campo da calcio. Tunnel al difensore e gol di rabona. Il Tripudio. Ha promesso di recente che prima o poi, tornerà, perché se sei di Rosario, non torni a giocare in una squadra di Buenos Aires, ma ritorni dalla tua famiglia: per questo Angel ‘el fideo’ Di Maria rimarrà per sempre, il figlio del popolo. El hijo del pueblo.

Rosario e Lionel Messi. Prima o poi segnerà per il Newell’s

Tango. “Vuelvo mi amor, te juro que vuelvo”. Per parlare di Leo Messi, ci sarebbe bisogno di un’intera puntata, o forse due. Ma in questo contesto almeno bisogna accennarne. Leo Messi non è nato in un posto a caso. Quello che forse è il più forte giocatore del Mondo è cresciuto nella patria del calcio, Rosario, provincia di Santa Fe.

Argentina. Una parola lunga come una nuvola d’estate, ma che sa essere sia dolce sia dannata. Messi e il Newell’s, come del resto tutta l’Argentina, sono un amore di quelli che canta Antonello Venditti. Un amore che non finisce mai, fa giri immensi, ma poi ritorna.

Si perché l’amore è la tappa che anticipa la nostalgia e la Nostalgia è figlia dell’aver capito che qualcosa, è finito. Per amore si decide di perdere qualcosa di unico. Un qualcosa che senza non sai stare e allora pensi ai bei momenti passati. E vuoi tornare indietro o meglio “volver”, come nel tango più toccante di Carlos Gardel.

In realtà tra Messi e il Newell’s i momenti passati sono pochi e soprattutto molto giovani, ma i Leprosos sanno che vent’anni non sono nulla dinanzi al destino. E quando Leo tornerà, perché tornerà. E quando Leo segnerà, e su questo ci sono ancora meno dubbi, Leo chiederà scusa. Si scuserà per il ritardo.

Ma poi, sotto il grido della curva leprosa, urlerà come Marcelo Bielsa: Vamos Newell’s! Vamos Carajos”. E solo in quel momento, la clessidra del tempo calcistico di Rosario potrà finalmente scorrere di nuovo.  

Rosario è un luogo unico, con un’anima divisa in due: o sei Newell’s o sei Rosario Central, “leproso” o “canalla”, Il passato della città viene raccontato dalla sapienza inarrivabile di Marcelo Bielsa o dagli scritti di Dante Panzeri, il Gianni Brera d’Argentina, e di Roberto Fontanarrosa. Perché Rosario va a ritmo di Tango e non si confonde. Rosario es puro Fútbol. Rosario es diferente.

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