I grandi numeri 10: Shunsuke Nakamura, il Sol Levante

Nakamura Giappone Numero 10
Shunsuke Nakamura, numero 10 del Giappone ai Mondiali 2006 e 2010 e grande protagonista con le maglie di Reggina e Celtic (fonte: planetfootball.com)

Shunsuke Nakamura è stato uno dei giocatori giapponesi più apprezzati tra quelli sbarcati in Europa. Un percorso iniziato in Italia, alla Reggina, che scatenò un’intera città. La storia di un numero 10 capace di grandissime cose, ma mai definitivamente sbocciato.

 

Da Holly & Benji a Nakamura

Se i più forti e rinomati calciatori della storia della tua nazione sono dei cartoni animati, forse c’è qualche problema. Uno, quello di sfornare veri talenti, il Giappone ce l’ha sempre avuto.

Escludendo quindi i vari Holly & Benji, Mark Lenders e Julian Ross, il paese del Sol Levante ha avuto giocatori di ottime qualità, ma mai campioni nella massima espressione del termine. Una difficoltà evidenziata anche dai diversi Mondiali cui ha partecipato la selezione nipponica, che mai ha impressionato fino in fondo. La kermesse del 2018, in particolare, è stata quella delle grandi occasioni mancanti. Hasebe e compagni hanno prima fallito l’assalto al primo posto nel girone, perdendo contro la Polonia già eliminata. Poi, agli ottavi, hanno perso contro il Belgio per 3-2 dopo un sorprendente doppio vantaggio in avvio di ripresa.

Le motivazioni del mancato exploit giapponese fuori dai confini continentali è, probabilmente, da ricercare in un settore giovanile mai troppo florido. Rare volte, da queste parti, si è visto un giocatore da annoverare tra i top mondiali. Non lo è nemmeno Shunsuke Nakamura, eppure il geniale fantasista è uno dei migliori talenti sfornati da queste parti. Nonché il primo calciatore della storia del suo paese ad aver segnato un gol in Champions League, nella sconfitta per 3-2 del suo Celtic contro il Manchester United il 13 settembre 2006. Una rete siglata su punizione, quasi un marchio di fabbrica per il trequartista mancino nato nello stesso giorno (24 giugno 1978) di un pari ruolo con simili capacità balistiche: Juan Roman Riquelme.

Il Giappone in Italia

Nakamura è stato uno dei pochi giocatori giapponesi capaci di lasciare il segno nel nostro paese. In principio fu Kazu Miura, che rimase nel Genoa di Scoglio appena una stagione. Segnando soltanto un gol nel derby della Lanterna prima di far ritorno a casa e divenire uomo dei record con le numerose stagioni giocate oltre i 50 anni.

Ma tante altre sono state le meteore. Il centrocampista Nanami ballò solo una stagione nel Venezia di Novellino, Oguro in due anni al Toro racimolò appena una decina di presenze senza mai trovare la rete, pur essendo attaccante. Ogasawara fu poco più di una comparsa a Messina, mentre Yanagisawa si fermò un po’ di più, giocando con Sampdoria e lo stesso Messina, senza però mai convincere del tutto. Leggermente più positivo Morimoto, che a Catania fu capace di regalare momenti piacevoli da rincalzo di lusso prima di perdersi nell’esperienza a Novara che avrebbe dovuto farlo emergere da titolare. Honda e Nagatomo, invece, dopo un brillante inizio con Milan e Inter (seppure il secondo arrivò in Italia a Cesena per poi transitare in nerazzurro sei mesi dopo) si sono persi con il tempo.

Tra chi invece ha lasciato traccia tangibile, oltre a Yoshida e Tomiyasu (che ancora militano in Italia con discreti risultati), possiamo riconoscere due giocatori. Uno è Hidetoshi Nakata, che dopo essere esploso nel Perugia di Gaucci ha vinto un campionato con la Roma e una Coppa Italia con il Parma (in entrambi i casi con gol decisivi segnati alla Juve), per poi chiudere con Bologna e Fiorentina. L’altro è il nostro Shunsuke, approdato alla Reggina nel 2002 dopo una stagione travagliata.

L’arrivo di Nakamura in Italia

Reduce da un infortunio, Nakamura infatti non fu convocato dal ct Troussier per i mondiali di casa, bissando la mancata chiamata del 1998. Se la scelta di non portare il ventenne Shunsuke in Francia, ritenendolo ancora troppo e giovane e acerbo, lasciò spazio solo a qualche mugugno, la mancata convocazione del 2002 scatenò una vera e propria sommossa popolare. I giornalisti si spinsero a paragonare l’esclusione di Nakamura a quella di Roby Baggio, amatissimo nel Sol Levante, da parte di Trapattoni.

Fu in questo scenario che Nakamura firmò con la Reggina. Un’operazione, quella del presidente Foti, che legò alla qualità calcistica del giocatore anche un innegabile aspetto commerciale. La numero 10 amaranto fu assegnata al giovane giapponese, sfilandola dalle spalle di capitan Francesco Ciccio Cozza, per favorire il merchandising societario in Giappone. Con risultati rilevanti: in appena 5 mesi furono vendute ben 25mila maglie del fantasista nipponico, quasi tutte nel suo paese d’origine. Ma anche in riva allo Stretto scoppiò, sin dall’arrivo del giocatore e per i tre anni di permanenza in rosa, una Nakamura-mania.

In amaranto il giocatore nipponico raccolse tre salvezze e regalò giocate di altissima qualità ai tifosi amaranto, soprattutto nella prima annata. 81 presenze e 11 gol complessivi, sempre con la 10 sulle spalle, che lo consacrarono a idolo della tifoseria. In una piazza che pochi anni prima, a pochi chilometri di distanza dal Granillo, aveva fatto lo stesso con un solo altro sportivo straniero. Ossia quel Manu Ginobili che nel basket, con la maglia della Viola, spiccò il volo verso la Virtus Bologna prima e l’NBA poi.

L’approdo al Celtic e il finale europeo

«Se parliamo di puro genio e di visione di gioco il miglior giocatore dell’ultimo grande Celtic è stato Nakamura. Non sto dicendo che fosse il miglior giocatore al mondo, ma vedeva una linea di passaggio dove nessun altro la vedeva e controllava il pallone in maniera fantastica. E poi era un professionista modello: poteva prendersi un calcione, rialzarsi, scuotere la testa e continuare a giocare. Pure i compagni di squadra finivano per applaudirlo in allenamento, facendolo imbarazzare» (Gordon Strachan).

La Confederations Cup del 2005 è il trampolino di lancio per Nakamura, che bagna la competizione con un gol spettacolare contro il Brasile. Il Celtic Glasgow strappa l’assegno che convince Foti a separarsi dall’asso giapponese e il giocatore vola in Scozia. Ed è proprio nel suo quadriennio in biancoverde che Nakamura si toglie le soddisfazioni migliori, vincendo 3 campionati e 3 coppe nazionali. La Champions League consacra il giocatore giapponese, in anni in cui la squadra compete a lungo per traguardi ben più lungimiranti di quelli attuali. Il gol del provvosorio pareggio all’esordio contro il Manchester United (su punizione, ça va sans dire) eleva ai massimi livelli il talento puro di Nakamura, idolatrato dai sostenitori dei cattolici di Glasgow.

Nel periodo scozzese, finalmente, arriverà anche il primo Mondiale, quello del 2006, con la 10 sulle spalle. Convocazione seguita dal bis targato 2010, anno in cui si ritira dalla selezione nipponica dopo 98 presenze, 24 gol e due Coppe d’Asia in bacheca. Nel frattempo, nel 2009 Shunsuke si è concesso un’altra breve e fugace esperienza in Europa, nell’Espanyol di Barcellona. Si tratta dell’ultima tappa nel Vecchio Continente prima di far ritorno a casa, allo Yokohama Marinos. La squadra nella quale è cresciuto e che è sempre stato il suo primo amore calcistico.

Il finale in Giappone

Un romantico finale di carriera? Tutt’altro. Nakamura gioca 6 campionati con la maglia della sua squadra del cuore, per poi passare allo Jubilo Iwata (la squadra dove giocò anche il nostro Totò Schillaci) nel 2016. Nel 2019 il colpo di scena: a 41 anni Shunsuke firma con lo Yokohama FC, l’arcirivale dei suoi Marinos. Giocando in coppia con Miura in un attacco… da quasi 100 anni in due.

L’età, d’altronde, è solo un numero. Alla carenza di velocità Nakamura ha sopperito, da sempre, con una visione di gioco fuori dal comune e con un tasso tecnico a dir poco elevato. Complice anche la fornitura, da parte di Madre Natura, di un mancino fenomenale, che gli ha permesso negli anni di segnare molti gol dalla distanza, specie su calcio di punizione, e di essere un autentico cecchino su rigore. Nonché di ammaliare, in un paio di apparizioni TV, gli spettatori sul divano. Nella più celebre tradizione giocherellona giapponese (Takeshi’s Castle docet), una volta segnò su punizione a un robot gigantesco, un’altra addirittura spedì il pallone all’interno di un autobus in corsa, diventando così un fenomeno virale anche sul Web.

Insomma, Shunsuke Nakamura non sarà stato degno erede del più celebre Oliver Hutton. Tuttavia è stato senza dubbio un grande numero 10 che, come spesso accade, avrebbe potuto e dovuto pretendere di più da sé stesso e dal suo talento. Ha avuto sicuramente un’ottima carriera e poteva essere di certo più duratura in Europa se solo si fosse applicato un po’ di più anche al di fuori del campo. Ovunque è andato (sia in Italia, che Scozia e Spagna) non è mai riuscito a imparare la lingua, servendosi sempre di un interprete, e non si è mai allontanato troppo dalle sue abitudini culinarie. Per Shunsuke, però, esisteva solo il sushi e la lontananza dalla sua famiglia, rimasta sempre a Yokohama, ha fatto il resto. Nulla da dire, comunque, sul suo grande talento. Ed è stato bello poterlo ammirare anche nella nostra Serie A.

 

 

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