I grandi numeri 10: Landon Donovan, capitan America

C’era una volta, in America, un bambino che fin dai primi passi sentiva dentro di sé di essere diverso dagli altri.

L’incipit dell’articolo potrebbe farlo apparire come una favola: di fatto, lo è. Perché se, a 12 anni, tutti i tuoi amici e compagni di scuola sognano di ripetere le gesta di Michael Jordan, o di tirare forte una pallina con una mazza da baseball, oppure di calcare quel magnifico rettangolo dove ogni Super Bowl che si rispetti infiamma le platee, e tu invece sogni di mettere quella sfera rotonda sotto un incrocio dei pali, magari dopo una magistrale punizione, significa che non sei un ragazzino come gli altri. E se vivi negli States, paese in cui di calcio davvero masticano poco, e ti innamori, ai Mondiali che si giocano in casa tua, nel 1994, di un certo Roberto Baggio da Caldogno, proveniente da una cultura distante anni luce dalla tua, tanto da cercare di imitarlo con risultati mai visti dalle tue parti, allora sì, vuol dire che sei davvero un predestinato.

È così che Landon Donovan da Ontario, nella bellissima e immensa California, capisce che il suo futuro è quello, su un prato verde, a deliziare le folle con le sue magie. Anacronistico, per un paese in cui gli spettatori delle partite di calcio, su molti campi, si possono davvero contare stando seduti a bordo campo. Anche per questo, a 17 anni, dopo aver sorpreso il mondo intero con la sua Nazionale ai Mondiali di Calcio di categoria (dove gli viene assegnato il Pallone d’Oro della competizione) viene acquistato dal Bayer Leverkusen, che lo vincola con un contratto di ben 6 anni e lo porta subito in Germania.

Il ragazzino cresce nel settore giovanile delle Aspirine dove rimarrà due anni senza riuscire, però, ad esordire in prima squadra. Dopo averne forgiato il fisico e il carattere e averlo migliorato tatticamente (sulla tecnica non si discute, Lan non ne ha bisogno) la società tedesca, senza troppe remore, decide di rimandarlo in prestito in America, ai San José Earthquakes, dove in tre anni realizza la bellezza di 32 gol, vince per due volte la MLS e per due volte consecutive viene nominato Giocatore dell’Anno. Non solo: al mondiale nippo-coreano trascina letteralmente la nazionale a stelle e strisce, segnando un gol contro gli storici rivali del Messico agli ottavi e sfiorando l’impresa ai quarti, contro la Germania, nazione che lo aveva adottato calcisticamente, facendo impazzire l’arcigna difesa teutonica.

Il brutto anatroccolo sembra essere cresciuto, ed il momento è perfetto per ritornare in Europa: tuttavia i rossoneri dimostrano di non credere fino in fondo nel giocatore e, dopo 7 misere apparizioni in Bundesliga, lo rispediscono a casa, questa volta a titolo definitivo.

Sono i Los Angeles Galaxy ad acquisirne le prestazioni, e qui troverà l’allenatore che più di tutti ne saprà apprezzare il carisma e il talento: Bruce Arena. Non solo: farà di questa maglia, con il numero 10 sulle spalle, quella della sua vita, vestita praticamente fino a fine carriera, a parte sporadici ritorni in Europa nelle pause invernali tra una stagione e l’altra, creando un binomio indissolubile coronato in 4 vittorie della MLS e 3 coppe internazionali.

L’unica nota dolente di una carriera perfetta, però, rimane proprio quell’incapacità di spiccare il volo lontano dalla sua patria e dagli affetti. Il primo ritorno in Europa, al Bayern Monaco nel 2009, va malissimo: racimola la miseria di 6 gettoni, senza mai segnare, e torna mestamente a casa. L’anno successivo ci riprova, scegliendo la Premier e l’ambizioso Everton. Impiegato, quasi inspiegabilmente, come esterno destro di centrocampo, ottiene i migliori risultati della sua carriera nel Vecchio Continente: in 10 partite realizza 2 gol, ma soprattutto dispensa quattro assist decisivi, venendo inserito nella formazione del mese e ribaltando la stagione fin lì negativa dell’Everton. Visti i risultati, i Toffees provano a prolungare il prestito fino a fine stagione, trovando però l’opposizione dei Galaxy, che mirando al titolo nazionale lo riportano in America. A Liverpool, però, non sono tipi molto arrendevoli, e nel Gennaio successivo lo riprendono, nuovamente a titolo temporaneo, nella pausa invernale: Donovan, pur rimanendo a secco dal punto di vista realizzativo, in 9 partite colleziona la bellezza di 7 assist decisivi.

La cocente ed enorme delusione dell’esclusione dalla rosa dei 23 per i Mondiali in Brasile da parte di Jurgen Klinsmann, a causa di una condizione fisica ritenuta non idonea, fa sì che Landon Donovan decida, a soli 32 anni e dopo aver vinto la sesta MLS in carriera, di chiudere i conti col calcio. Per chi ha dato veramente tutto per far sì che non solo la Nazionale targata USA, ma l’intero movimento calcistico americano, potesse crescere dalla nicchia nella quale viveva fino a una decina di anni fa al livello più che accettabile attuale, lo smacco di non poter giocare il quarto mondiale, da miglior marcatore nella storia degli Yanks, sia a livello senior che giovanile, è troppo difficile da accettare.

Solo un uomo, nel 2016, sarà in grado di toccare le corde giuste per far sì che Landon torni sui suoi passi, e solo con una maglia. Chi e dove? Che domande… Bruce Arena e i LA Galaxy.

In fondo, senza cadere nell’esagerazione, possiamo dire tranquillamente che negli States, per quanto riguarda il calcio, esiste un periodo pre-Donovan e un post-Donovan. Lan ha cambiato il modo di intendere il calcio per i ragazzini, ha creato un Mito, ha fatto si che un bambino americano che sognasse di diventare un calciatore potesse avere una Leggenda alla quale aggrapparsi.

“Landon ha portato il vero cambiamento nel gioco del calcio negli Stati Uniti. Ha fatto tutto”. Parola di Bruce Arena. E chi siamo noi per contraddirlo?

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