I grandi numeri 10: Jay-Jay Okocha, la Nigeria al potere

Okocha Numero 10 Nigeria
Okocha Numero 10 Nigeria
Jay-Jay Okocha con la numero 10 della Nigeria, una maglia che lo ha consacrato (fonte: twitter.com)

Per oltre 10 anni la numero 10 della Nigeria ha avuto un solo, indiscusso e indiscutibile titolare. Jay-Jay Okocha, classe cristallina e un look ampiamente riconoscibile, è un giocatore rimasto nel cuore di molti tifosi anche dopo il ritiro dal calcio giocato.

 

La Nigeria Olimpica di Okocha

Emmanuel Babayaro in porta, Taribo West e Celestine Babayaro in difesa. Lawal, Oliseh e Oruma a centrocampo, Kanu, Ikpeba, Amokachi e Amunike in attacco. Il velocissimo Babangida a scorazzare sulla fascia destra e lui, Jay-Jay Okocha, a inventare calcio.

Alzi la mano chi non ricorda questa squadra, capace di una delle più grandi imprese della storia del calcio negli ultimi 50 anni. Si tratta della Nigeria che, alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, fu capace di battere un’Argentina piena zeppa di talenti (Simeone, Javier Zanetti, Crespo, Ortega…) per 3-2, guadagnando l’unico oro olimpico nella storia del paese centrafricano. E curiosamente anche a Rio 2016 l’unica medaglia nigeriana, questa volta di bronzo, giungerà dal calcio.

La nostra storia potrebbe tranquillamente iniziare dall’impresa americana, ma facciamo un passo indietro fino al 1973. Ossia l’anno in cui vede la luce il nostro protagonista odierno, quell’Augustine Azuka Okocha che ben presto tutto il mondo conoscerà semplicemente come Jay-Jay.

Dal Biafra alla Bundesliga, l’inizio del sogno di Jay-Jay

Il piccolo Augustine nasce in un piccolo villaggio alle porte di Enugu, nella Repubblica del Biafra. Un territorio di estrema povertà, epicentro dell’etnia Igbo, gli ultimi a essersi arresi alla colonizzazione britannica. Un’etnia di guerrieri dove Jay-Jay cresce con il sogno di calciare quel pallone, fin da bambino. E nonostante la miseria e gli stenti, il desiderio diventa realtà e prende la forma di un biglietto aereo. La fortuna della famiglia Okocha ha una destinazione chiamata Germania.

È in terra teutonica che Jay-Jay spicca il volo che lo porterà a divenire quel personaggio amato in tutta Europa, ma soprattutto in Africa. E dire che l’inizio della sua carriera calcistica nel Vecchio Continente inizia quasi per caso, materializzandosi come nella più classica e romantica storia di calcio. Un giorno un amico di Augustine, tale Numa Binebi, chiede a Jay-Jay di accompagnarlo ai provini indetti dal modesto Borussia Neunkirchen. L’allenatore si innamora di Numa, ma ancora di più di Okocha. Una folgorazione che sfocia, il giorno successivo, in un tesseramento che farà le fortune, anche economiche, del club.

Dopo appena due anni, infatti, l’Eintracht Francoforte acquisisce il cartellino di Okocha. E sulle rive del Meno prende finalmente forma la sua carriera da numero 10 puro.

Genio e sregolatezza, l’avventura di Okocha all’Eintracht

Come descrivere Jay-Jay Okocha in poche parole? Potremmo definirlo un talento naturale che fa impazzire avversari e allenatori, un anarchico del pallone impossibile da incatenare in schemi tattici. Una gemma per la quale l’unica cosa che si può fare è liberarne l’estro e la fantasia, che porta a giocate sbalorditive, frutto di una spensieratezza tecnica che lo rende apparentemente unico nel panorama calcistico africano.

Sembra una storia destinata al magico e lieto fine. Ma non se giochi in una squadra che non fa certo della fantasia una virtù, anche e soprattutto a causa dell’inflessibilità del sergente di ferro Jupp Heynckes. I rapporti tra i due si incrinano praticamente subito, ma Okocha non si scompone. Nemmeno le panchine frenano la sua voglia di libertà, espressa nella massima magnificenza nel gol da fantascienza messo a segno contro il Karlsruhe.

Okocha dà vita a una serie che pare interminabile di finte e contro finte, lascia a sedere tutta la difesa e, infine, il portiere. Non uno qualsiasi, ma un soggetto di cui si sentirà parlare. Oliver Kahn.

Tra drammi e gioie nelle estati americane

La visibilità concessa dalla Bundes porta, finalmente, alla convocazione in Nazionale di Okocha. Nel 1994, ai Mondiali in USA, la Nigeria si presenta con una squadra stellare. Sunday Oliseh, promesso sposo della Reggiana, è deputato a far legna sulla mediana. A lui si sommano un’imprendibile Finidi sulla fascia, Amunike e Yekini a buttarla dentro e, ovviamente, Jay-Jay nel ruolo di rifinitore offensivo con il solito 10 sulle spalle.

Nella fase a gironi gli africani prima spazzano via prima la Bulgaria di Stoichkov con un sonoro 3-0, poi spezzano le reni alla Grecia con un netto 2-0. Nonostante la sconfitta contro l’Argentina, nell’ultima partita del Pibe de Oro con la maglia della Nazionale prima della squalifica per la positività all’efedrina, le Super Aquile approdano agli ottavi. E il match contro l’Italia, al primo turno eliminatorio, fa sognare un’intera nazione. Amunike porta in vantaggio i suoi, Zola si fa espellere e la Nigeria è avanti fino al minuto 89. A mettere fine ai sogni di gloria ci penserà un infinito Roby Baggio, con il gol del pari e il definitivo raddoppio ai supplementari.

Due anni dopo saranno ancora gli Stati Uniti, sotto la luce e il tepore della fiamma olimpica, ad accendere una nidiata di talenti assoluti. E, di riflesso, il popolo nigeriano.

Il colpo di scena: Okocha va al Fenerbahçe

Chi ama essere fuori dagli schemi sul campo, in fondo, non può non avere la medesima indole una volta uscito dal terreno di gioco. E non parliamo di sregolatezze, in questo caso, ma di scelte di vita. Come quella che porta Jay-Jay Okocha controcorrente.

Mentre numerosi turchi scelgono di eleggere la Germania a seconda casa, Okocha lascia Francoforte e firma per il Fenerbahçe, in quell’angolo di mondo a metà fra Asia ed Europa che lo cullerà e coccolerà fino a farlo diventare un campione assoluto. 30 i gol siglati in 62 partite, impreziosendo il suo bagaglio da illusionista con un’abilità sorprendente nei calci da fermo. Ma anche colpi d’esterno, doppi passi portati avanti con la suola o botte di collo pieno da distanza impensabile. Oppure colpi di tacco al volo e dribbling impossibili da concepire per qualsiasi altra mente umana. Nel Bosforo rimarrà due stagioni, prenderà persino la nazionalità turca e si farà chiamare Muhammet Yavuz. Tutto ciò gli basterà per farsi amare come pochi altri dalla tifoseria dei canarini gialli.

PSG, la Premier e il finale di carriera di Jay-Jay Okocha

Ad aspettarlo, però, ci sono Parigi e la Torre Eiffel. Il PSG è ancora lontano parente dell’attuale corazzata costruita dagli emiri del Qatar, ma è comunque una solida realtà del calcio francese. Okocha ne sarà fiero rappresentante per quattro stagioni, con fortune alterne. Alzerà al cielo una Coppa di Lega e farà da chioccia a un giovanissimo talento con le stimmate del campione: un certo Ronaldinho. I due stringeranno un autentico legame fraterno, guidato dalla medesima lingua parlata. E non si tratta né di inglese né di portoghese, ma quella della fantasia al potere, delle giocate impossibili, del genio che incontra la sregolatezza.

La chiamata di Sir Alex Ferguson sulla sponda Red di Manchester sembra essere un premio alla carriera per Okocha. Con lo United, però, il trequartista nigeriano non giocherà nemmeno uno scampolo di gara. La cessione al piccolo Bolton avviene nel corso della stessa estate 2002, ma gli concederà la gloria eterna dei supporters locali. In un ambiente tranquillo e periferico Jay-Jay diventa ben presto il leader carismatico, il capitano, il faro a cui aggrapparsi dentro e fuori dal campo. Guiderà i suoi compagni verso salvezze raggiunte sempre sul filo di lana, regalando gioie ai suoi tifosi e perle di vero calcio anche in Premier. Lascerà la squadra, dopo quattro anni, solo per i petroldollari del Qatar per poi tornare a sprecare le ultime energie rimaste all’Hull City, a 35 anni e con un fisico irrimediabilmente compromesso dagli infortuni.

L’orgoglio di un intero continente

Si chiude così la carriera di colui il quale, insieme ad Abedi Pelè, probabilmente è stato il più forte numero 10 della Storia del calcio africano. Un ragazzo sempre col sorriso sulle labbra, partito da uno sperduto angolo della Nigeria e capace di ergersi a Dio del pallone ovunque. Da Francoforte al Bosforo, dalla romantica Parigi a Horwich, cittadina immersa nel verde nei dintorni di Manchester, passando per l’oro di Atlanta al deserto del Qatar. Dove, affermerà all’atto dell’addio, «non mi divertivo, non c’era mai nessuno a vedere le partite».

Tutto qui? Non ancora. Jay-Jay si ritira, incide un disco, passa un’intera estate in Australia alla ricerca di sé stesso, si sposa e si dà alla politica. Tutti noi, però, preferiamo conservare il ricordo delle sue giocate sopraffine e di un’immensa classe cristallina che lo ha reso idolo incontrato delle folle, pur senza fare incetta di trofei.

 

 

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