I grandi numeri 10: Jay-Jay Okocha, la Nigeria al potere

Emmanuel Babayaro in porta, Taribo West e Celestine Babayaro in difesa, Lawal, Oliseh e Oruma a centrocampo, Kanu, Ikpeba, Amokachi e Amunike in attacco, Babangida a scorazzare sulla fascia destra e lui, Jay Jay Okocha, a inventare calcio.

Alzi la mano chi non ricorda questa squadra, che andando a battere un’Argentina piena zeppa di talenti (Simeone, Crespo, Ayala, Ortega, Zanetti, Sensini e Ayala) per 3-2 alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 fece l’impresa, prendendosi quello che è rimasto ancora oggi l’unico oro olimpico della storia della Nigeria. Curiosamente, anche negli ultimi giochi brasiliani la sola medaglia del paese centrafricano, questa volta di bronzo, è giunta dal calcio.

 

La nostra storia potrebbe tranquillamente iniziare dall’impresa americana, ma facciamo un passo indietro fino al 1973, anno in cui vede la luce il nostro protagonista odierno, quell’Augustine Azuka Okocha che ben presto tutto il mondo conoscerà semplicemente come Jay-Jay.

Il piccolo Augustine nasce in un piccolo villaggio alle porte di Enugu, nella Repubblica del Biafra, epicentro dell’etnia Igbo, gli ultimi ad essersi arresi alla colonizzazione britannica. Un’etnia di guerrieri dove Jay-Jay cresce nella più assoluta povertà, ma con il sogno di calciare quel pallone fin da bambino. Nessuno di noi probabilmente sa cosa vuol dire crescere in posti del genere e in condizioni ben lontane da quelle in cui viviamo, ma la fortuna della famiglia Okocha ha la forma di un biglietto con destinazione Germania.

 

È in terra teutonica che Jay-Jay spicca il volo che lo porterà a divenire quel personaggio amato in tutta Europa, ma soprattutto in Africa. Come nella più classica delle storie di calcio, un giorno il giovane Augustine accompagna un amico ai provini per il modesto Borussia Neunkirchen, ma l’allenatore rimane folgorato dal talento sbagliato e decide subito di tesserarlo. Scelta oculata: resterà appena due anni, quanto basta per guadagnarsi la Bundes e la chiamata dell’Eintracht Francoforte. E, sulle rive del Meno, prende finalmente forma la sua carriera da numero 10 puro: un talento naturale che fa impazzire avversari e allenatori, un anarchico del pallone impossibile da incatenare in schemi tattici, e per il quale l’unica cosa che si può fare è liberarne l’estro e la fantasia, che porta a giocate sbalorditive, frutto di una spensieratezza tecnica che lo rende apparentemente unico nel panorama calcistico africano.

Sembra una storia destinata ad un lieto fine: ma se giochi in una squadra che non fa certo della fantasia una virtù e in panchina siede un vero e proprio sergente di ferro come Jupp Heynckes, un guru dell’organizzazione tattica, non puoi sperare di avere vita facile. I rapporti tra i due si incrinano praticamente subito, ma Okocha non si scompone: nemmeno le panchine frenano la sua voglia di libertà, espressa nella massima magnificenza nel gol da fantascienza messo a segno contro il Karlsruhe, nel quale, con una serie che pare interminabile di finte e contro finte, lascia a sedere tutta la difesa e, infine, il portiere. Non uno qualsiasi, ma un soggetto di cui si sentirà parlare. Oliver Kahn.

 

La visibilità concessa dalla Bundes lo porta finalmente in Nazionale. Nel 1994, ai Mondiali in USA, la Nigeria si presenta con una squadra stellare: Oliseh a far legna sulla mediana, un’imprendibile Finidi sulla fascia, Amunike e Yekini a buttarla dentro e, ovviamente, Okocha con il 10 sulle spalle. Nella fase a gironi gli africani spazzano via Bulgaria e Grecia con perentori 3-0 e 2-0 e, nonostante la sconfitta contro l’Argentina, approdano agli ottavi dove solo un infinito Roby Baggio, con la sua doppietta, mette fine ai sogni di gloria delle Super Aquile, che pure erano passate in vantaggio e per quasi tutta la gara avevano sognato i quarti, e chissà cos’altro. Saranno ancora gli Stati Uniti, due anni dopo, sotto la luce e il tepore della fiamma olimpica, ad accendere una nidiata di talenti assoluti e, di riflesso, il popolo nigeriano.

 

 

Chi, sul campo, ama essere fuori dagli schemi, non può non avere la medesima indole una volta uscito dal terreno di gioco. E non parliamo di sregolatezze, in questo caso, ma di scelte di vita. Come quella che lo porta controcorrente: mentre numerosi turchi scelgono di eleggere la Germania a seconda casa, Okocha lascia Francoforte e firma per il Fenerbache, in quell’angolo di mondo a metà fra Asia ed Europa che lo cullerà e coccolerà fino a farlo diventare un campione assoluto. 30 i gol siglati in 62 partite, impreziosendo il suo bagaglio da illusionista con un’abilità sorprendente nei calci da fermo. Ma anche colpi d’esterno, doppi passi portati avanti con la suola o botte di collo pieno da distanza impensabile, colpi di tacco al volo e dribbling impossibili da concepire per qualsiasi altra mente umana. Nel Bosforo rimarrà due stagioni, prenderà persino la nazionalità turca e si farà chiamare Muhammet Yavuz. Tutto ciò gli basterà per farsi amare come pochi altri dalla tifoseria dei canarini gialli.

Ad aspettarlo, però, c’è Parigi, la Torre Eiffel e il PSG, ancora neanche nei pensieri degli emiri del Qatar. Con la casacca blu e rossa Okocha vivrà quattro stagioni ad alterne fortune, alzerà al cielo una Coppa di Lega e farà da chioccia a un giovanissimo talento con le stimmate del campione: un certo Ronaldinho Gaucho. I due stringeranno un autentico legame fraterno, guidato dalla medesima lingua parlata: né l’inglese, né il tedesco, né il portoghese, ma quella della fantasia al potere, quella delle giocate impossibili, quella tutta genio e sregolatezza. I fortunati tifosi che assistevano agli allenamenti del PSG ricordano ancora le vere e proprie gare di giocate nelle quali si esibivano i due al termine delle sedute. Il talento, d’altronde, è qualcosa che va lasciato libero di respirare e di mostrarsi al mondo, anche fuori dall’orario di lavoro…

 

La chiamata di Sir Alex Ferguson sulla sponda Red di Manchester sembra essere un premio alla carriera per Okocha, che però viene ceduto subito in comproprietà al piccolo Bolton, dove diventerà una vera e propria leggenda per i supporters locali. In un ambiente tranquillo e periferico, Jay-Jay diventa ben presto il leader, il capitano, il faro a cui aggrapparsi dentro e fuori dal campo. Guiderà i suoi compagni verso salvezze raggiunte sempre sul filo di lana, regalando gioie ai suoi tifosi e perle di vero calcio anche in Premier. Dopo quattro stagioni esaltanti al Bolton chiuderà la carriera in Qatar prima e nuovamente in Premier, con l’Hull City, a 35 anni, nell’ultimo scampolo di vita calcistica che il suo fisico falcidiato da alcuni infortuni sul finale di carriera gli regalerà.

 

Si chiude così la carriera di colui il quale, insieme ad Abedi Pelè, probabilmente è stato il più forte numero 10 della Storia del calcio africano. Un ragazzo sempre col sorriso sulle labbra, partito da uno sperduto angolo della Nigeria e capace di ergersi a Dio del pallone ovunque, da Francoforte al Bosforo, dalla romantica Parigi a Horwich, cittadina immersa nel verde nei dintorni di Manchester, passando per l’oro di Atlanta al deserto del Qatar dove “non mi divertivo, non c’era mai nessuno a vedere le partite”, affermerà all’atto dell’addio.

 

Nel mezzo Jay-Jay incide un disco, passa un’intera estate in Australia alla ricerca di se stesso, si sposa e si dà alla politica. Tutti noi, però, preferiamo conservare il ricordo delle sue giocate sopraffine e di un’immensa classe cristallina che lo ha reso idolo incontrato delle folle, pur senza fare incetta di trofei.

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