I grandi numeri 10: El Hadji Diouf, una vita fuori dagli schemi

El Hadji Diouf Gerrard litigio
Diouf discute con l’ex compagno Gerrard in un Blackburn – Liverpool (fonte: worldsports.com)

Diamante grezzo, forse anche troppo: El Hadji Diouf prima trascina il Lens al titolo francese e alla semifinale di UEFA, poi stupisce il mondo col suo Senegal al Mondiale 2002. Sembra che il destino abbia scritto per lui pagine mirabolanti: quell’impresa con la Nazionale sarà, di fatto, l’inizio del declino di un talento puro.

 

“Rassegnatevi: dovete prendermi come sono. E giudicarmi soltanto per quello che combino in campo. […] Sì, è vero, non sempre seguo le regole dell’Islam. Ma sono giovane e prego molto: so che il buon Dio mi perdonerà”.

Diouf, un “10” senza lode

Le regole, già. Chi segue “I grandi numeri 10” ha certamente capito il nostro criterio di scelta per le storie che andiamo a raccontare. Quel Dieci, numero magico, i candidati devono averlo portato nella loro carriera se non per tutta la sua durata, almeno per gran parte di essa. Spesso, inoltre, devono aver avuto da quel rettangolo verde meno glorie di quelle che senza dubbio avrebbero meritato.
Il motivo per cui, in parte, infrangiamo una delle nostre regole è che, per certi giocatori, si può fare un’eccezione. E come lo stesso protagonista odierno sostiene in un’intervista, a volte si può trasgredire: magari, con una buona preghiera, tutto si aggiusta.

Le parole con cui abbiamo esordito oggi appartengono a El Hadji Diouf, uno col talento nel sangue, molto più del gol. Seconda punta o attaccante esterno nei club, molto spesso unico centravanti nella Nazionale, Diouf aveva quel genio e quella insana dose di pazzia che ai nostri occhi lo mostrano come un dieci atipico. Un numero, peraltro, quasi mai indossato: in Nazionale sempre con l’11, nei club ha portato il 7, il 9, il 18, ancora l’11 e il 10 solo al Blackburn. Ugualmente meritevole, però, di entrare nel nostro spazio, dopo essere entrato, di prepotenza, nei nostri cuori. Quel 31 Maggio del 2002.

 

Francia – Senegal 0-1, la colonia supera i coloni

È l’ora di pranzo, quando tra una forchettata e l’altra l’Europa resta sbalordita.
Alla mezz’ora, quel numero 11 dai capelli rasati biondo platino si mangia tutta la fascia sinistra e mette al tappeto i suoi diretti avversari con un paio di finte. Pallone forte, a centro area, che aspetta soltanto di essere trasformato in gol. E Bouba Diop non si farà pregare, spingendo in rete e dando il via ai festeggiamenti. Il Senegal batte la Francia campione del Mondo in carica per 1-0.

Siamo solo alla partita inaugurale della competizione, ma già ci siamo innamorati follemente di quei ragazzi, peraltro quasi tutti militanti nel campionato francese. E di quel CT traditore della patria, bianco, riccioluto, dal carattere duro e dal cuore d’oro che risponde al nome di Bruno Metsu, portato via troppo presto da un brutto male. Ma soprattutto, ci siamo innamorati follemente di quel numero 11 con i capelli rasati biondo platino.

La squadra sorprenderà il mondo per la gioia, la freschezza e l’allegria che trasmetterà anche in campo. Fermerà sul pari la Danimarca, annichilirà l’Uruguay nell’ultima partita del girone portandosi sul 3-0 per poi farsi incredibilmente rimontare sino al pari, senza scalfire il passaggio del turno. E agli ottavi infliggerà alla Svezia la sudden death, il golden gol, battendo gli scandinavi 2-1 ai tempi supplementari. E solo, nuovamente, ai supplementari, il Senegal abdicherà, ai quarti di Finale, contro la Turchia di Hakan Sukur, Emre, Basturk e Rustu. Dati alla mano, la Turchia più forte di sempre.

 

L’ascesa pre-mondiale di Diouf

Il nostro eroe in questione non segnerà, ma regalerà ugualmente sprazzi di gran calcio ed entrerà praticamente in tutti i gol della sua Nazionale, tanto da essere inserito nella Top 11 della manifestazione. Diouf, però, è l’emblema di una squadra che attraversa un momento isolato di gloria. Dal portiere Tony Silva, terzo portiere del Monaco, divenuto titolare solo a Lille due anni dopo, al bomber Henri Camara, autore della doppietta contro la Svezia e autentico giramondo (17 squadre in 20 anni di carriera), nessuno si impone. Nemmeno il vero numero 10 di quella squadra, Fadiga, acquistato dall’Inter ma mai impiegato a causa di problemi cardiaci che lo fermarono già alle visite mediche.

Le premesse, però, sembravano ottime. Dopo gli esordi con Sochaux e Rennes, Diouf arriverà al Mondiale dopo un esaltante biennio con la maglia del Lens nel quale segna 18 gol in 55 partite, vince un Campionato e arriva 2° l’anno successivo. In Europa, inoltre, batte l’Arsenal ad Highbury e arriva in Semifinale di Coppa Uefa. Seppur molto giovane, Diouf è il punto di riferimento della Nazionale già prima del Mondiale. Un gruppo gioioso e sin troppo festaiolo, stando ai racconti dell’epoca, compattato magistralmente da Bruno Metsu, in grado di ricavarne una squadra terribile, pronta a giocarsela con chiunque.

“Non avevamo bisogno di un poliziotto bensì di uno come noi, che ci desse consigli, non ordini e che sapesse motivarci” (Diouf su Metsu)

Metsu sceglie la linea morbida, dando spazio a mogli, fidanzate, famiglie, semplici tifosi e persino a uno stregone nel ritiro senegalese al Mondiale. Sarà, come abbiamo già detto, ampiamente ripagato.

 

La disillusione post-Mondiale

Dopo lo straordinaria avventura di Lens e il Mondiale vissuto da protagonista per Diouf si spalancano le porte della Premier. Lo vogliono tutti, alla fine la spunta il Liverpool, che lo preleva insieme al compagno di nazionale Salif Diao.
Con la squadra nel bel mezzo di un ricambio generazionale, con le partenze dei bomber Fowler e Owen, Diouf avrà molte chance di mettersi in mostra, avendo la piena fiducia del manager Houllier, ma steccherà clamorosamente. Mai ai livelli degli ultimi tre anni e, addirittura, mai a rete. Insolito, per un attaccante.

L’anno dopo, con Benitez, se possibile andrà anche peggio. Arriveranno, si, le prime (e uniche) 3 reti con la maglia del Liverpool, ma non la fiducia dello spigoloso tecnico spagnolo che lo costringerà, alla fine della stagione, a chiedere la cessione. Nei quattro anni successivi, al Bolton, si toglierà senza dubbio le maggiori soddisfazioni, giocando con continuità, segnando (21 gol in 114 partite) e diventando un idolo dei tifosi. Nonostante alcuni eccessi caratteriali che culmineranno in numerose ammonizioni e qualche espulsione di troppo.

Il Bolton, però ha bisogno di soldi e lo cede al Sunderland. La magia finisce e Diouf, a soli 28 anni, inizierà un lento e inesorabile declino.

 

Poco genio, molta sregolatezza

Dai Cats si trasferirà al Blackburn dove resterà un anno e mezzo giocando anche con una discreta continuità, prima di volare in Scozia e vestire la gloriosa maglia dei Rangers. Qui si toglierà lo sfizio di vincere il Double (Campionato e Coppa Nazionale) pur senza incidere più di tanto. Finendo, anzi, per chiudere la stagione da svincolato, in quanto i protestanti di Glasgow non gli rinnovano il contratto.
La fine della carriera ad alti livelli è ufficiale: ripartirà dal Doncaster in Championship e poi dal Leeds United, nobile decaduta (come lui) e in cerca di rinascita per poi finire addirittura in Malesia al Sabah, dove chiuderà la carriera.

Diouf non è mai stato un bomber, non è mai stato un numero 10 di fatto, ma ha lasciato il segno grazie al genio che lo ha contraddistinto e per ogni possibile sregolatezza che un carattere come il suo può portare. Ma ai demoni personali difficilmente si sfugge: insieme alle continue bizze e alle liti con arbitri e avversari (ma anche compagni di squadra), l’alcool ha senza dubbio avuto il suo notevole peso nel togliere a Diouf tanti anni di spazio tra le big. Lo stesso calciatore, dopo l’addio ai Rangers, confesserà di “aver giocato più per i soldi che per la voglia di farlo”.

A noi non resta che tornare con la mente a quell’estate del 2002 quando quel ragazzino magro, biondo e imprendibile si prese gioco di quella che era, sulla carta, la squadra più forte del Mondiale. Perché chi possiede il dono del talento può fare anche questo: apparire all’improvviso e nello stesso modo scomparire, lasciando una traccia indelebile nel cuore di tutti noi.

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