I grandi numeri 10: Carlos Valderrama, El Pibe biondo

Si può diventare un’icona del calcio mondiale pur non vincendo nulla di importante in carriera e senza nemmeno aver sfondato in Europa? La risposta è si: se ti chiami Carlos Alberto Valderrama, si può, se puede.

Valderrama nasce il 2 Settembre 1961 in quel meraviglioso angolo di paradiso che è la Colombia, più precisamente a Santa Marta, la Perla delle Americhe, un posto che si affaccia sul Mar dei Caraibi e che è una delle mete più gettonate a livello turistico di tutto il Sud America. Se cresci in un posto come questo, la tua visione della bellezza non può che essere raffinata, quasi sofisticata, ed è per questo che il livello delle cose che mostri alla gente è altissimo, tanto da portarlo, come vedremo, a livelli di idolatria assoluta.

Carlos è un ragazzo dal talento smisurato, e con quel pallone tra i piedi fa ciò che vuole. Luis Cesar Menotti, grande tecnico sudamericano, disse di lui che non ha bisogno nemmeno di guardare i suoi compagni per passargli il pallone, la sua intelligenza calcistica sa già dove trovarli. Uno così sembra destinato a spaccare il mondo, ma ad una sola condizione: che tutto avvenga a passo lento. Non chiedetegli di correre, risponderà che a lui non serve. E questo particolare, come vedremo, sarà un fil rouge del suo percorso calcistico.

Dopo un inizio stentato a casa sua, nell’Union Magdalena, Valderrama strega Bogotà e si trasferisce ai Millionarios; l’area rarefatta dei quasi tremila metri d’altitudine della capitale però, non scalda il cuore di un uomo di mare come lui, così dopo una sola stagione scende ai novecento metri di Calì, città non distante dal Pacifico, per dare la svolta alla sua carriera con la maglia del Deportivo.

Quella chioma bionda e ricciolina, quei baffoni neri come la notte e quella sua andatura molto particolare vanno a spasso per tutta la Colombia regalando perle assolute di calcio. In due anni con i verdiblancos metterà a segno 22 gol in 131 presenze complessive, realizzando il suo record personale di gol in una sola stagione (13), arrivando secondo in campionato e portandosi a casa il premio di Miglior calciatore Sudamericano nel 1987. Le due fantastiche stagioni a Calì spalancano per lui le porte della Nazionale, della quale ben presto diventerà un trascinatore, e soprattutto quelle dell’Europa.

Quello continentale, però, è un calcio molto più fisico, rapido e tattico rispetto a quello sudamericano, prettamente tecnico. A Montpellier, dove resterà tre anni, senza mai incantare del tutto, vincerà appena una Coppa di Francia, prima di tentare l’avventura in Spagna nel modesto Valladolid, convinto dall’amico René Higuita e dal suo mentore Maturana. L’avventura si rivelerà un fiasco totale per i tre colombiani, e il Gullit biondo farà ben presto ritorno a casa.

Valderrama ha già 30 anni ma fa ancora in tempo a vincere due campionati consecutivi nello Junior Barranquilla (dopo una piccola parentesi all’Independiente de Medellin) e a chiudere, di fatto, a 35 anni col calcio che conta, non prima di essersi tolto la soddisfazione di vincere per la seconda volta anche il titolo di Miglior calciatore Sudamericano nel 1993 . Da lì in poi prevarrà la voglia, spinta un lauto compenso, di esplorare un nuovo mondo: la Major League Soccer.

Sotto il sole della Florida vive una pensione felice girovagando tra Tampa Bay, Miami Fusion e Colorado Rapids, dove chiude una carriera espressasi ben al di sotto del suo talento; non prima, comunque di essere eletto Miglior calciatore del campionato nel 1996 e di aver sfornato la bellezza di 114 (!) assist negli 8 anni di militanza nella MLS.

Un idolo incontrastato per le folle statunitensi. Negli stadi americani, decine di bambini e ragazzi ad ogni sua gara lo omaggiano con delle parrucche bionde portate con gioia, lui ricambia incantando gli allora ancora modesti campi americani.

Un capitolo completamente a parte merita invece la sua carriera nella Nazionale dei Cafeteros, dove ben presto el Pibe Biondo diventa un leader indiscusso e il giocatore di maggior talento. In tredici, lunghi anni, gioca 5 Copa America e ben 3 mondiali, tutti con la fascia di capitano al braccio. La spedizione sicuramente più significativa è a Italia 90, alla soglia dei 30 anni, dove segna il gol del 2-0 contro gli Emirati Arabi e serve a Rincon l’assist per il decisivo gol del pareggio contro la Germania Ovest, prima di vedere infranti i sogni di gloria di una nazione intera nello sciagurato tentativo di dribbling di Higuita su Milla. Quattro anni dopo, Carlos arriverà negli USA reduce dai postumi di un infortunio, ma dopo quello che tutti ricordano come Il Partidazo, lo storico 5-0 inflitto all’Argentina nelle gare di qualificazioni, una delle partite entrate a pieno titolo nella storia della Colombia calcistica. La competizione però si rivelò un vero e proprio terrore per la compagine colombiana, con la tragedia dell’uccisione di Andrès Escobar dopo l’autorete contro i padroni di casa che costò l’eliminazione a Valderrama e compagni. A Francia 98, infine, si congedò dal grande pubblico e dalla sua 10 con un assist decisivo nella vittoria contro la Tunisia. Lascia i Cafeteros dopo 111 presenze e 11 gol, lasciando un vuoto difficilmente colmabile in quel ruolo e che solo anni dopo, con l’esplosione di James Rodriguez, si riuscirà a colmare.

Oggi Carlos Valderrama si gode una vita serena, insieme alla moglie conosciuta da ragazzo e ai suoi 6 figli (almeno quelli legittimi, la leggenda narra che ne abbia anche altri sparsi per il Sudamerica e forse anche negli States), dopo un’epoca contrassegnata da una ribellione a tutto ciò che il comune cittadino ritiene normale. Come ad esempio accadde nel 2007, quando, da direttore sportivo dello Junior Barranquilla, durante una sfida contro l’America Cali, per protesta entrò in campo e mostrò all’arbitro una banconota da 50 mila pesos (circa 17 €), scatenando l’inferno sugli spalti, già rumoreggianti. Non ha vinto quasi nulla in carriera, ma ha sollevato le attenzioni su di sé. Non è andato mai di corsa, preferendo un’andatura lenta e compassata, ma ha fatto viaggiare il pallone dove voleva lui. Non ha lasciato in dote quasi nulla, dal punto di vista calcistico, ma era ed è tutt’ora una vera e propria icona, grazie a quella capigliatura afro che porta orgogliosamente da sempre, tanto da far esclamare a chiunque una fatidica frase: quel tizio ha i capelli alla Valderrama

Perché Carlos Valderrama non era un 10 qualsiasi. Non era un calciatore qualsiasi e non era un uomo qualsiasi. Nel suo modo di giocare, forse persino nel suo modo di essere un talento puro, c’è dentro tutta la sua unicità. E forse è proprio questo che lo ha reso così grande, in patria, dove la sua parola è tuttora quasi religione (tanto che nella sua Santa Marta è stata eretta una statua a sua immagine e somiglianza), e fuori. Dio benedica la diversità, se la diversità ha in testa una zazzera bionda e i lineamenti di un campione.

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