Europeo 1972: Non manca (quasi) più nessuno

La Germania vince l'Europeo 1972: Gerd Muller batte Rudakov in finale
Gerd Muller batte Rudakov : sarà una delle due reti siglate dal bomber nella finale dell’Europeo 1972 (fonte sports.ndtv.com)

I più esperti cultori sportivi, se dovessero associare i termini sport, Germania e 1972 difficilmente penserebbero all’Europeo vinto da Gerd Müller e compagni in terra belga, concentrandosi invece sulle successive Olimpiadi di Monaco, sull’agguato agli atleti israeliani da parte del commando Settembre Nero, il sequestro e la seguente uccisione di undici di essi.

Il successo in Belgio della Germania Ovest, che fa da interludio tra il Mondiale del 1970, sfuggito solo in seguito alla leggendaria semifinale dell’Azteca contro l’Italia, terminata con l’ormai storico 4-3, e la vittoria casalinga del 1974, in ragione dei fatti sopra descritti probabilmente assume contorni leggermente sfumati non solo per i teutonici, ma per il mondo intero.

Eppure, l’ossatura di quella squadra darà vita ad uno stile di gioco che, coniugato a quello dell’Olanda di Michels e, soprattutto, Cruyff, fungerà da preambolo all’attuale 4-3-3 tanto amato da diversi tecnici.

Non si può ignorare una tale pagina di sport.

Per le qualificazioni, viene confermata la fase a gironi, gradita a tutte le selezioni partecipanti: alle 31 del 1968, si aggiunge Malta, astante nel 1964 ma assente all’edizione successiva. Sono presenti tutte le Federazioni europee allora riconosciute, tranne due: quella islandese, pur partecipante nel 1964, ma assente anche nel 1968, a causa delle difficoltà manifestate da tutte le nazionali per raggiungere l’isola, specie con l’introduzione dei gironi, e quella del Liechtenstein.

E la storia calcistica del Principato appare abbastanza curiosa: nel 1934 viene fondata la Federcalcio nazionale, che però non organizza nessuna competizione interna, tanto che i già sorti Vaduz, Balzers, Triesen e Schaan (curiosamente, per tutti i club sopraindicati l’atto di fondazione risale al 1932) emigrano verso la vicina Svizzera.

Al termine del conflitto mondiale, i tempi sembrano propizi per l’organizzazione di un campionato e la nascita di una Nazionale. Ma, ancora una volta, i club locali optano per le più competitive leghe svizzere, lasciando alla Federazione la possibilità di organizzare una coppa nazionale, la Liechtensteiner Cup, a cadenza annuale. La prima edizione risale alla stagione 45/46, e ancora oggi è l’unica competizione calcistica ufficiale disputata nel piccolo stato europeo.

Dal 1992, la vincente della Coppa ha automaticamente diritto all’accesso alla Coppa delle Coppe e, successivamente alla sua abolizione, alla Coppa Uefa/Europa League: a rappresentare il Principato in quest’ultima competizione è sempre stato il Vaduz (massima realtà calcistica nazionale attualmente militante in Super League, la serie A svizzera) ad eccezione del 2012/13: infatti, nell’albo d’oro della Liechtensteiner Cup, nell’annata precedente, figura il nome dell’Eschen/Mauren, che vinse proprio contro il Vaduz ai calci di rigore.

Per quanto riguarda la Nazionale, invece, il lassismo federale si è perpetrato fino al 1974, anno in cui la Federazione si affiliò alla FIFA. Ma, ancora una volta, dovremo attendere ben 8 anni per vedere un’amichevole, contro la Svizzera nel 1982, mentre la prima partita ufficiale sarà addirittura nel 1995, in occasione delle qualificazioni all’Europeo dell’anno successivo, ottenendo un clamoroso pareggio interno contro l’Irlanda (0-0).

Sono poche le sorprese della fase a gironi: i Paesi Bassi, nazionale nella quale figuravano numerosi giocatori dell’Ajax, vincitrice di ben tre Champions consecutive a cavallo tra il 1970 e il 1973, viene eliminata – neanche troppo clamorosamente – dalla Jugoslavia vicecampione in carica, mentre la Pantera Nera Eusebio ha perso buona parte dello smalto che lo contraddistinse negli anni ’60 e non riesce a trascinare i suoi all’Europeo, a favore di un giovane e rampante Belgio, che già si era fatto notare ai Mondiali del ’70, pur uscendo immediatamente in seguito alle sconfitte con URSS e i padroni di casa messicani.

Anche la nostra nazionale approda ai quarti, senza troppi patemi: i timori della vigilia, relativi al sorteggio con le promettenti, ma inesperte Austria e Svezia, vengono spazzati sul campo: 4 vittorie e 2 pareggi, uno dei quali nell’ultima ed ininfluente partita casalinga contro gli ex asburgici.

Ai quarti, ultima fase di qualificazione, gli accoppiamenti fanno gelare il sangue a numerose pretendenti al titolo finale: all’Italia spetta lo scorbutico Belgio, spazio al derby del Danubio tra Ungheria e Romania e a quello, quasi storico, dell’Est tra Jugoslavia e URSS. Ma soprattutto, per la Germania Ovest c’è la possibilità di vendicare l’onta del Mondiale 1966: di fronte, c’è quell’Inghilterra del gol fantasma di Hurst e delle susseguenti rovente polemiche (le immagini confermeranno che non solo il pallone, dopo aver toccato la traversa, non entra completamente in porta, ma non tocca nemmeno la riga di fondo). La delusione è stata mitigata dalla vittoria al Mondiale messicano, ma questa volta si gioca a Wembley, lo stadio del misfatto. Numerosi sono i giocatori presenti in campo all’epoca e ancora in Nazionale: da una parte, Gordon Banks, nel frattempo autore, al Mondiale del 1970, della parata del secolo sul perentorio stacco aereo di Pelè (vi invito a cercare il video), il capitano Bobby Moore e lo stesso Geoff Hurts, dall’altra è sufficiente elencare un nome.

Die kaiser, il capitano. Franz Beckenbauer.

Non ci è dato sapere con quali parole il ct Helmut Schön, anch’esso presente all’epoca dei fatti, motivò i suoi, ma la gara londinese è un inno al calcio: Beckenbauer pare un mastino assetato di sangue e annulla letteralmente Hurts, in avanti Netzer e Müller fanno rimbecillire la retroguardia avversaria. Risultato: 1-3, a segno Hoeness per i tedeschi, pareggio di Francis Lee e, nel finale, prima il rigore di Netzer e poi il sigillo finale di bomber Gerd. Per la gara di ritorno, anziché all’Olympiastadion, si gioca nel catino del Friedrich Ludwig Jahn Sportpar, secondo stadio cittadino: appena 20000 posti, naturalmente tutti occupati, per far sentire ai calciatori un maggior calore. Lo 0-0 finale porta la Germania dritta all’Europeo.

Nelle altre partite, l’URSS spazza la Jugoslavia a Mosca (3-0), dopo il pareggio per 0-0 a Belgrado, mentre tra Ungheria e Romania finisce 1-1 a Budapest e 2-2 a Bucarest. Non essendo valida la regola dei gol fuori casa, è necessario lo spareggio in campo neutro: decide, nel 2-1 finale a favore degli ungheresi, la rete di Szöke dopo 89 minuti.

E l’Italia? Le fatiche stagionali portano agli spareggi una nazionale stremata, che, complici i miracoli dell’estremo difensore belga Piot su Riva e Anastasi, non va oltre lo 0-0 al Meazza. Il ritorno, a Bruxelles, assume i contorni di una tragedia sportiva: Van Moer e la stella Van Himst portano i locali sul 2-0, il rigore (guadagnato dall’esordiente Fabio Capello) di Riva allo scadere è solo l’amaro commiato alla massima competizione continentale per la Nazionale detentrice e, allo stesso tempo, vicecampione mondiale.

Sarà lo stesso Belgio ad organizzare semifinali e finali, mettendo a disposizione quattro stadi diversi: ad Anversa e nel sobborgo di Anderlecht si disputano rispettivamente Germania Ovest-Belgio e Ungheria-URSS.

Curiosamente, il comitato organizzatore decide di piazzare le due gare in contemporanea, il 14 Giugno 1972 alle 20. Al Bosuilstadion di Anversa c’è il tutto esaurito, ma le cronache dell’epoca parlano addirittura di un pubblico maggiore rispetto alla capienza, il resto del Belgio è attaccato alla TV. Gerd Müller ne fa due, un Belgio mai domo accorcia con il subentrato Polleunis e sfiora un incredibile pareggio nei minuti finali. Germania Ovest in finale.

E ad Anderlecht?

All’Emile Versé (oggi Vanden Stock) si registra il record negativo di presenze mai registrato in una semifinale dell’Europeo: assistono all’1-0 per l’URSS appena 1.659 spettatori, che hanno modo di assistere alla spettacolare rovesciata di Konkov che decide la partita.

Il Belgio riesce ad agguantare il bronzo nella finalina di Liegi (2-1 all’Ungheria), mentre, il giorno successivo, nella finale dell’Heysel, a Bruxelles, non c’è storia: altra doppietta per Müller, capocannoniere del torneo, inframezzata dalla rete di Wimmer.

Un 3-0 che rende perfettamente l’idea della prestazione espressa sul campo, con il blocco sovietico schiacciato dall’esuberanza teutonica.

Un successo che va oltre la semplice vittoria calcistica: per la terza edizione di fila, è l’Occidente a prevalere sulle nazionali comuniste, e in epoca di Guerra Fredda ogni affermazione è un pretesto tramite il quale vantarsi della bontà del proprio operato (ne sapranno qualcosa, dall’altra parte del muro, gli atleti coinvolti nel doping di stato della Germania Est).

E sarà grande festa in Germania, ad occidente del muro, con la Nazionale che torna a vincere dopo 18 anni dal Mondiale svizzero del ’54.

Ma soltanto fino a quel maledetto 5 Settembre..

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