Europeo 1964: Parte 1 – L’illusione ottica della Spagna

Olivella alza al cielo il trofeo dell'Europeo 1964
Olivella, capitano spagnolo, alza al cielo la Coppa dell' Europeo 1964
Il capitano spagnolo, Fernando Olivella, alza al cielo la Coppa Delaunay dopo la vittoria dell’Europeo 1964 (fonte: sport.es)

Madrid, 21 Giugno. È la finale dell’Europeo 1964: in un gremitissimo Santiago Bernabeu va in scena la rivincita de “el partido fallido”, come lo definirà il grande storico uruguagio Eduardo Galeano, appassionatissimo di calcio. Spagna – Urss è una girandola di emozioni, risolta dal colpo di testa vincente di Marcelino. Ma sull’assist vincente si celano 43 anni di finzioni…

Franco dice “da” all’Europeo 1964

La qualificazioni all’Europeo 1964, con format identico al 1960 (eliminatorie con scontro diretto su gare di andata e ritorno e Final Four in sede unica), offre al mondo i nominativi delle quattro finaliste. A partecipare alla fase finale della competizione sono la sorprendente Danimarca, facilitata da un cammino molto agevole, un’Ungheria che sembra essersi ripresa dai misfatti del 1956, ma soprattutto URSS e Spagna.

Sarà proprio il paese iberico ad aggiudicarsi la possibilità di organizzare l’Europeo. Il regime franchista, come già accaduto ad altre dittature (vedi alla voce Mondiali 1934 in Italia o Olimpiadi di Germania del 1936), non si lascia sfuggire l’opportunità di mettere in mostra il proprio paese tramite una competizione sportiva. Il caudillo, così, si assume il rischio di ospitare i rivali politici dell’URSS, rifiutati quattro anni prima. Ma con la convinzione di poter battere facilmente tutte le rivali.

L’Italia e il Portogallo di Eusebio, sulla carta le avversarie più temibili, non hanno superato lo scoglio delle qualificazioni. Danimarca e Ungheria sembrano facilmente battibili e in quanto all’URSS, come nel 1960, l’isolamento sovietico rende difficilmente inquadrabile la selezione russa. Franco, comunque, è più che fiducioso nei mezzi dei suoi. Luisito Suarez, con la maglia dell’Inter, nella finale di Champions del Prater di Vienna ha appena ridicolizzato la difesa del Real Madrid. La squadra in cui gioca el delantero derecho Amancio, probabilmente il più forte in Europa nel suo ruolo di ala offensiva destra. Non in tutto il mondo, perché in Brasile spopola un certo Garrincha…

Strada (apparentemente) spianata

Il sorteggio non sembra poter preoccupare la squadra allenata da Josè Villalonga. Spagna – Ungheria si gioca al Bernabeu, mentre a Barcellona si incontreranno URSS e Danimarca.

Al Camp Nou arriva un secco 3-0 russo ai malcapitati danesi. Invece la Roja – che prima della partita ha ricevuto, in spogliatoio, una missiva d’incoraggiamento di Francisco Franco – subisce la tensione del dover vincere a tutti i costi. I magiari vanno più volte vicini a un clamoroso successo e la contesa si risolve soltanto ai supplementari, con il gol del 2-1 di Amancio al 112′. Adesso, la paura alberga nel cuore di un’intera nazione. Si ripete el partido fallido, ma rispetto alle previsioni i pronostici sono completamente ribaltati.

L’URSS gioca maledettamente bene. Yashin ha parato tutto ciò che poteva contro la Danimarca, in avanti Ponedelnik e Ivanov si intendono a meraviglia. La Spagna, invece, rimpiange l’assenza del tandem offensivo ritiratosi dalla nazionale. Non ci sono né Puskas né Di Stefano, con quest’ultimo che prese la decisione dopo l’infortunio muscolare che gli impedì di giocare il mondiale cileno del 1962. Le chiavi dell’attacco sono affidati agli abulici Chus Pereda e Marcelino Martinez.

Leggende metropolitane narrano che Franco, inviperito per la mancata netta vittoria con l’Ungheria, abbia convocato gli stati generali per verificare la possibilità di ritirarsi dall’Europeo. Queste voci, però, non trovano conferma nell’atteggiamento dei giorni successivi e antecedenti la finale. La propaganda di regime, infatti, invita tutti i madrileni ad affollarsi nello stadio per sostenere l’armata spagnola contro i nemici bolscevichi.

Esto es el dia. La finale dell’Europeo 1964

Madrid, 21 Giugno 1964.

Le parole del generale sembrano aver convinto il popolo iberico: i dati ufficiali parlano di 79.000 persone presenti sugli spalti del Bernabeu. Tutto esaurito, stando alla capienza massima dello stadio, ma in realtà si pensa fossero assiepati sui gradoni almeno 125.000 spettatori. Franco, assente in semifinale, presenzia alla partita dal palchetto d’onore.

Ancora una volta, il manico del coltello sembra aver cambiato mano. I russi sembrano addirittura intimoriti, ben lontani dal bel gioco espresso in semifinale, mentre la Spagna parte a mille all’ora. Pereda, criticato nonostante la rete all’Ungheria, si ripete in finale dopo appena sei minuti, mandando in vantaggio i suoi. L’Unione Sovietica, dopo l’inizio in apnea, riprende vigore e pareggia con Chiusainov (europeizzato in Schussanov) già all’ottavo. Il pallino del gioco è chiaramente di matrice spagnola, ma la partita sembra inchiodata sul pari.

Non è solo lo stadio a essere gremito, ma anche i bar di tutta la penisola. Un intero popolo pende dalle labbra del cameraman che, all’ottantaquattresimo, si perde clamorosamente il cross dalla destra che manda il pallone sulla testa di Marcelino: torsione aerea e 2-1. Per la gioia della Spagna e la liberazione di Franco, che alla fine farà della vittoria sul campo un presupposto per vantare la superiorità dell’Occidente sul blocco russo, il trofeo non vola a Mosca.

Nei giorni successivi, la regia spagnola comunica di essere riuscita a risalire alle riprese di una seconda telecamera che mostra integralmente l’azione del gol partita. Cross dalla destra di Amancio, la difesa non riesce a intercettare il pallone e Marcelino, indisturbato, può deviare in rete. O almeno, in questo crede la maggioranza della popolazione spagnola, che fino al 2007 ha visto e rivisto quel gol sul piccolo schermo.

L’illusione ottica è svelata

Le recenti indagini dell’emittente di stato TVE si concentrano su uno stacco di qualche millisecondo tra il cross di Amancio e la testata di Marcelino, ben mascherato dalle riprese in bianco e nero. Il movimento di Mudrik, difensore russo, sembra innaturale. E le interviste ai protagonisti sul campo raccontarono una realtà ben diversa rispetto a quella mostrata dalle TV: il cross dalla destra non partì dal destro di Amancio, bensì da quello di Pereda.

Antonio García Valcálcer, cameramen e tecnico del telegiornale di propaganda franchista Noticieros y Documentales, conosciuto con l’acronimo NO.DO. e autore del montaggio, conferma che fu la sua mano a modificare la realtà dei fatti. García Valcálcer infatti, sovrappose alla ripresa originale le immagini di una discesa sulla destra di Amancio avvenuta nella stessa partita, con cross non finalizzato dalle punte spagnole, creando un vero e proprio mito durato per ben 43 anni.

CONTINUA CON LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO

 

 

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