Europeo 1960, la Guerra Fredda del Calcio

Alfredo di Stefano e Luisito Suarez
Di Stefano e Suarez, due campioni che non giocheranno l’Europeo 1960 (fonte: El Pais)

 

È il 1960: l’Europa, intesa come ente sovranazionale, sta compiendo i primi passi, e il calcio non può non restare inerme di fronte a quanto accade fuori dal campo. Così, nasce il Campionato Europeo 1960 per Nazionali di calcio, vinto dall’URSS, ma che sarà ricordato per quanto accaduto nei quarti di finale, quando il generale Franco, per motivi politici, impedì alla Spagna di giocare…

La temibile Spagna: un mix vincente

Immaginate di avere in squadra il meglio, o quasi, di quanto il calcio europeo possa mostrare al mondo.
Da una parte, due terzi del mostruoso attacco del Real Madrid, che all’epoca, nel 1959, è un’armata invincibile in campo europeo: 4 Champions League disputate fino a quel momento, 4 vittorie.
Al centro, la saeta rubia, Alfredo Di Stefano, sull’ala sinistra, il velocissimo Francisco Gento. Manca il terzo tenore, Ferenc Puskas, che giocherà per la Roja solo a partire dall’anno successivo, dopo i fasti ungheresi di metà decennio (all’epoca, infatti, era permesso ai giocatori di poter cambiare nazionale anche dopo aver giocato una qualsiasi competizione ufficiale).
Dall’altra parte, l’ossatura dell’emergente Barcellona: László Kubala, anche lui proveniente dall’aranycsapat, soprannome della selezione ungherese dell’epoca antecedente il 1956, che nonostante si avvii verso il finale della sua carriera, è ancora un calciatore coi fiocchi, accompagnato da Luisito Suarez, nome che sarà caro ai tifosi interisti qualche anno dopo, el gato Ramallets tra i pali e capitan Segarra, vero e proprio trascinatore della squadra.
A fondere le due anime, in panchina, Helenio Herrera, franco-argentino nativo di Buenos Aires. Ritroveremo anch’esso all’Inter, dove il condottiero metterà in mostra le sua abilità tanto da essere soprannominato Mago.
Immaginate di trovarvi di fronte, al primo turno, la Polonia.

La formula del primo europeo

La formula è completamente diversa da quella attuale: gare di qualificazione di andata e ritorno, da disputarsi a campi alternati, fino ai quarti di finale. Il vero e proprio Europeo inizia soltanto con le semifinali, dove le quattro squadre rimanenti si contenderanno il titolo sfidandosi in sede unica. L’edizione del 1960, grazie all’influente appoggio di Pierre Delauney, figlio di quell’Henri che, per primo, aveva pensato alla competizione (non a caso, la coppa che verrà assegnata ai vincitori prende proprio il suo nome), si svolgerà in Francia.
La Spagna ha nettamente i favori del pronostico, in quanto numerose nazioni europee, in vista del Mondiale cileno del 1962, disertano. Niente Svezia, finalista del mondiale casalingo di due anni prima, che, persi Liedholm e Gren, i giocatori più rappresentativi, ritiratisi dalla nazionale, decide di non partecipare per evitare figuracce; niente Inghilterra, Germania Ovest e Italia. I nostri, infatti, dopo la strage di Superga del 1949, non sono più riusciti a formare una selezione che potesse competere con le migliori nazionali europee, tanto da non qualificarsi nemmeno ai Mondiali del 1958 per mano della tutt’altro che imbattibile Irlanda del Nord, e i vertici federali decidono che vale la pena concentrare gli sforzi sulle qualificazioni mondiali per evitare il doppio flop. Unica rivale temibile, quindi, è la Francia di Kopa, appena ceduto dal Real Madrid allo Stade de Reims, e Just Fontaine, miglior capocannoniere dei Mondiali di tutti i tempi, con 13 reti, proprio nel 1958.

L’inizio del cammino spagnolo

Ma torniamo a Spagna-Polonia: dato l’esiguo numero di partecipanti, 17, la Spagna è direttamente inserita nel tabellone degli ottavi di finale. La gara di andata, a Chorzow, finisce 2-4: due reti Di Stefano, due Suarez. Nel ritorno, al Bernabeu (esempio quasi unico di stadio intitolato ad un personaggio, all’epoca, ancora in vita), è uno spettacolare 3-0. Si va ai quarti, penultimo ostacolo sarà l’URSS, rappresentativa conosciuta nella parte occidentale del continente solo grazie alla vittoria delle Olimpiadi di Melbourne, in quanto i club russi non partecipano alle competizioni europee per club e nessuno dei giocatori convocati da Kachalin gioca all’estero: i russi hanno appena eliminato l’Ungheria, ormai in fase calante, senza entusiasmare, e per questo non sembrano poter competere con la squadra di Herrera.
Adesso, immaginate di essere un calciatore di quest’ultima nazionale, già proiettato alla sfida che potrebbe condurlo alle fasi finali, con grandi speranze di vittoria. La Federazione è più che convinta di poter affiancare ai successi del Real quelli della Roja, e l’aria che circola sopra lo stato governato dal Caudillo Francisco Franco è già festosa.

Franco dice “niet”

Già, Francisco Franco, il dittatore. La Spagna calcistica non ha fatto i conti con il potere esercitato dal regime, di chiaro stampo fascista. Sono gli anni della guerra fredda, della grande rivalità tra Occidente e Russia, e non può esserne esentato il mondo dello sport.
Il dispaccio franchista è chiaro, semplice e conciso: la nazionale dell’URSS, figlia di una dittatura comunista e ben lontana dall’ideologia imperante nel paese iberico, non metterà piede sul suolo madrileno, sede fissata per la gara d’andata, ed è inoltre vietato a Di Stefano e compagni di affrontare il viaggio verso Mosca. Le resistenze federali saranno minime, quasi inesistenti: Alfonso de la Fuente, di professione chirurgo, è stato nominato presidente della Real Federación Española de Fútbol su indicazione dello stesso Franco, che gli affidò altri importanti incarichi anche in campo medico e politico, ed è costretto a stoppare sul nascere ogni tentativo sovversivo, se non altro perché l’ordine che gli arriva dall’alto è perentorio e insindacabile, e coloro che, in passato, si sono opposti al regime hanno provato le conseguenze sulla propria pelle.

Il trionfo russo

D’ufficio, l’UEFA decreterà il risultato finale: doppio 3-0 a favore dell’URSS, Spagna eliminata.
Direttamente catapultati in semifinale, i russi travolgeranno la Cecoslovacchia per 3-0. Dall’altra parte del tabellone, la Jugoslavia sgambetta i padroni di casa: in appena quattro minuti, dal 75′ al 79′, il risultato passa dal 4-2 francese al 4-5. Nella finale del Parc des Princes, a Parigi, saranno necessari i tempi supplementari per inconorare la regina della competizione: la rete di Ponedelnik, al 113′, consegnerà la coppa nelle mani dei sovietici.
Immaginate, ed adesso sarete costretti a farlo, di aver potuto assistere ad una partita mai esistita: di fronte Ramallets e Jascin, Di Stefano e Ivanov, Suarez e il georgiano Metreveli. Sapere quale sarebbe potuto essere il risultato del campo, è lasciato alla nostra fantasia.

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