Il modello Ajax che rilancia la nazionale olandese

Ajax Europa League Klaassen
L’Ajax, guidata dal capitano Davy Klaassen, dopo la premiazione per il secondo posto nell’Europa League 2017 (fonte: mirror.co.uk)

Quando il calcio olandese sembra aver toccato il fondo, ecco che l’Ajax contribuisce al suo rilancio. Così nel 1971 come nel 1987, i Lancieri fungono da traino all’intero movimento nazionale, toccando le più alte cime del continente calcistico. E così, la finale di Europa League 2017 ha segnato la ripartenza di un’Olanda crollata dopo il terzo posto del Mondiale 2014.

 

Il ritorno europeo dell’Ajax

C’erano un camerunense, due colombiani e un burkinabè.

No, non è una barzelletta. È solo parte della rosa di quell’Ajax che, dopo ventuno anni di bocconi amari, nel 2017 è tornato a giocare una finale europea. A distanza quasi siderale dagli storici trionfi di inizio anni ’70, l’impresa assume connotazioni molto forti. Basta considerare che, nel nuovo millennio, il precedente miglior piazzamento raggiunto dall’Ajax in una competizione continentale fu il quarto di finale di Champions League perso nel 2002/03 contro il Milan.

In quell’occasione i rossoneri di Ancelotti sudarono freddo, rischiando un’eliminazione sventata solo dal gol a tempo scaduto dell’eterno rivale (ex Feyenoord) Jon Dahl Tomasson. Ancora oggi, i tifosi milanisti ricordano quella partita come il crocevia verso la vittoria finale, ottenuta sulla Juve nel derby fratricida dell’Old Trafford.

La spinta dell’Ajax nella rinascita olandese

Amsterdamsche Football Club Ajax, è il suo nome completo. Ajax, per tutti. E, casualità degli eventi, ha la tendenza di farsi spazio nelle gerarchie del calcio internazionale quando la nazionale olandese si trova nei propri periodi bui. Finendo indirettamente, grazie a diversi giocatori cresciuti qui, per trascinarla nella sua risalita.

Nel 1970 l’Olanda, per l’ennesima volta, non partecipa al Mondiale. Non solo: pochi anni prima ha anche conosciuto l’onta dell’eliminazione, nelle fasi preliminari dell’Europeo, da parte del modesto Lussemburgo. Nella stagione immediatamente successiva l’Ajax di Rinus Michels, con giocatori come Neeskens, Haan e soprattutto l’indimenticabile Johan Cruijff, ottiene la prima di tre vittorie consecutive in Coppa dei Campioni.

Volete un’altra data? 1986. I Paesi Bassi sono reduci dai due secondi posti di fila ai Mondiali del 1974 e del 1978, ma allo stesso tempo non si sono qualificati alle due successive edizioni, né all’Europeo di mezzo. Gli eroi, in questo caso, prendono il nome di Van Basten, Rijkaard e Wouters. I quali, nemmeno un anno dopo il Mondiale messicano, alzano al cielo di Atene la prima e unica Coppa delle Coppe nella storia dei Lancieri.

Un soprannome quest’ultimo, peraltro, sul quale aleggia il mito. Fu un giornalista italiano a coniarlo negli anni ’60, prendendo spunto dallo stemma societario. Su di esso, infatti, compare Aiace Telemonio, eroe epico cui la squadra deve il nome che morì autotrafiggendosi proprio con una lancia.

“Jong Ajax”, il giovane Ajax

Gioventù, ora più che mai, è il mantra dell’Ajax. Una squadra che, prima di cadere nell’ultimo atto dell’Europa League, nella stagione 2016/17 ha espresso tanto il brio e l’entusiasmo di una banda di ragazzi terribili, quanto il rischio derivante dall’inesperienza. Un cammino, quello europeo, caratterizzato da un fortino casalingo inespugnabile (2 pareggi in Champions, nei preliminari, e 7 vittorie su 7 nella competizione minore) e parecchi tentennamenti fuori dalla mura amiche. Se il fatale ko di Rostov ha inibito l’accesso ai gironi della massima competizione continentale, la sconfitta in semifinale col Lione non è risultata decisiva ai fini della qualificazione.

Come in occasione dell’ultima vittoria europea, datata 1995, la compagine aiacida si è presentata al cospetto del Manchester United di Josè Mourinho con una squadra di ragazzini. Il capitano della finale fu il ventiquattrenne Davy Klaassen, bandiera del club ancora in maglia biancorossa dopo una parentesi tra Everton e Werder Brema. E se nella vittoria di fine secolo scorso Jari Litmanen rappresentava il cavallo trainante dei Lancieri, nel 2017 Jasper Dolberg, altro talento scandinavo, ha degnamente difeso i colori del Nord Europa di casa ad Amsterdam. Peraltro è una vera e propria stirpe, quella danese, che da queste parti ha trovato una seconda residenza. Dai fratelli Laudrup, giunti a fine carriera, a Christian Eriksen, passando per i vari Gronkjaer, Krohn-Dehli, Rommedahl e compagnia bella.

Da Blind a Kluivert, a volte ritornano

Ciliegina sulla torta, tra i protagonisti della finale europea del 2017 due figli d’arte dei reduci dalla vittoria del Prater. Da una parte Daley Blind, che dopo aver contribuito alla crescita dei biancorossi è approdato alla corte dei Red Devils e ha alzato al cielo il trofeo. Dall’altra Justin Kluivert, degna prole di quel Patrick che fece cantare di gioia i suoi tifosi, che ha sfiorato una clamorosa impresa.

Al fianco di quest’ultimo i connazionali Riedewald, Sinkgraven, geometra del centrocampo, e Viergever. Senza dimenticare il classe ’99 De Ligt, già titolare in Nazionale a 17 anni, che nell’anno successivo salirà definitivamente alla ribalta del calcio internazionale. E poi la scoperta André Onana, portiere del Camerun arrivato dal Barcellona per giocare con le riserve e ritrovatosi titolare dopo la partenza di Cillessen proprio in direzione Catalogna. I colombiani Davinson Sanchez e Cassierra, piacevoli sorprese, e Bernard Traoré, attaccante del Burkina Faso giunto in prestito dal Chelsea e ripartito verso altri lidi al termine della stagione.

Ventuno, dicevamo, le stagioni passate tra una finale europea e l’altra. Circa metà della rosa a disposizione di Bosz non era nemmeno nata nel giorno in cui i biancorossi perdevano contro la Juventus a Roma.
E a proposito di felici ricorrenze: la nazionale olandese, dopo il terzo posto in Brasile, ai Mondiali del 2014, ha fallito clamorosamente il pass per l’Europeo di Francia e dato il bis in quelle per i Mondiali 2018. Ma è tornata in gioco per gli Europei 2020…

 

 

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