La Romania e quel maledetto 10 Luglio 1994

(di Emanuele Buongiorno)

10 Luglio 1994. Potrebbe sembrare una data come le altre, un’assolata giornata estiva come se ne susseguono tante. In realtà non può essere così, se in corso c’è un campionato mondiale e se la tua nazionale si sta giocando il primo storico accesso alle semifinali, l’ingresso nell’olimpo delle prime quattro squadre del mondo. In quel 10 Luglio, la storia non propose nomi altisonanti, ma uno inusuale, che però, tanto sorprendentemente quanto con pieno merito, arrivò a giocarsi quel sogno e ad accarezzare la gloria, per poi vederla svanire a pochi passi dal traguardo.

A Chicago, in uno stadio gremito all’inverosimile, si affrontano Romania e Svezia. La nazionale dell’est Europa, dopo essersi qualificata alla rassegna iridata piuttosto agevolmente, concludendo il proprio gruppo al primo posto in coabitazione col Belgio, si è fatta strada fin qui, scrivendo il proprio nome indelebilmente nella storia del Mondiale americano.

Ma facciamo un passo indietro, all’inizio dell’avventura. Il 18 giugno, a Pasadena, nel Rose Bowl che poi vide l’Italia di Roberto Baggio inchinarsi al Brasile solo dagli 11 metri, la Romania affronta l’ostica Colombia, indicata da Pelé come potenziale vincitrice della Coppa, e che pochi mesi prima aveva schiantato la blasonata Argentina con un clamoroso 0-5 a Buenos Aires.

Si parte da sfavoriti, dunque. Eppure i romeni hanno da subito più piglio, trascinati da uno straripante numero dieci, Gheorghe Gica Hagi, già consacrato al grande pubblico col soprannome di Maradona dei Carpazi. Al 15’, Florin Raducioiu, vecchia conoscenza del calcio italiano con le maglie di Verona, Milan e Brescia, sfrutta il suo fatato e delizioso lancio mancino, si incunea sul lato sinistro dell’area, salta un avversario, ne evita un altro con un dribbling a rientrare e trafigge Cordoba sul palo lungo. 1-0.

Passa una manciata di minuti, la Colombia è totalmente fuori partita e ancora Hagi, sfruttando una ripartenza in contropiede, lascia partire un lob delizioso che sta per insaccarsi all’incrocio: il portiere sudamericano è prodigioso nell’evitare il 2-0, che però è nell’aria, dato che la Romania continua a macinare gioco. E così, al 34’, largo sul vertice sinistro dell’area grande, il solito Hagi disegna una traiettoria di rara bellezza che si infila sotto il sette opposto alle spalle di un incredulo Cordoba. A poco servirà il momentaneo 2-1 di Valencia, perché dopo un secondo tempo senza patemi è ancora Raducioiu, quasi allo scadere, a capitalizzare una palla in profondità, evitando l’estremo difensore e gonfiando la rete per il 3-1 finale. L’assistman? Inutile nominarlo…

Tre punti, bel gioco, uomini in grado di fare la differenza e di pungere in ogni istante. È con queste credenziali che la Romania, il 22 giugno, scende in campo a Detroit, per la seconda gara del girone. Vincere vorrebbe dire staccare con certezza il pass per gli ottavi. Ma ecco che, inspiegabilmente, i ragazzi di Iordanescu incappano in una giornata no, incassando quattro reti dalla Svizzera, e restando in partita soltanto per la prima frazione di gioco. Hagi fissa l’1-1 dopo il vantaggio firmato Sutter, ma Chapuisat e la doppietta di Knup affossano i romeni, che chiudono anche in 10 per l’espulsione di Vladoiu. La debacle contro i biancorossi non è priva di strascichi: il portiere Stelea, non al top della forma, perde la titolarità a favore del secondo Prunea che, ironia della sorte, restituirà il favore qualche giorno più tardi. Ma ci arriveremo più tardi…

Si va dunque alla terza gara del girone, contro gli USA padroni di casa, che hanno già superato la Colombia e impattato per 1-1 contro gli elvetici. Un tirocross di Petrescu al 18’, complice un goffo errore del portiere Meola, è sufficiente per aver ragione dei non irresistibili americani. Sei punti in classifica e primo posto nel Gruppo B.

Ora non si fanno più calcoli, comincia il dentro o fuori e l’adrenalina si mescola alle paure e speranze che solo una gara secca può dare. Il tabellone, tuttavia, non è certo benevolo: l’accoppiamento dice Argentina. E se manca Diego Armando Maradona, squalificato per doping solo qualche giorno prima, a illuminare la scena ci pensa l’unico numero 10 rimasto in campo, dall’altra parte del campo.

Dumitrescu porta in vantaggio i suoi, pareggia Batistuta su generoso rigore procuratosi dal Re Leone per leggera spinta di Prodan, ma protagonista assoluto è il talentuoso ex Real Madrid, che manda in ambasce la difesa sudamericana ogni volta che si ritrova il pallone tra i piedi, tessendo le trame del gioco. In particolare, ricama un filtrante perfetto affinché ancora Dumitrescu, con freddezza e precisione, possa far secco Goicoichea da posizione ravvicinata: 2-1.

L’Argentina è in confusione e sbanda paurosamente, Popescu sfiora il tris, che puntualmente arriva su una letale ripartenza rumena al minuto 58’: il solito Dumitrescu scardina la palla dai piedi di Sensini e avvia il contropiede e converge verso il centro, mentre Selymes crea spazio a sinistra mandando fuori giri i difensori argentini in ripiegamento, facendo sì che per il portatore di palla sia un gioco da ragazzi servire Hagi che, col destro, spedisce alle spalle dell’estremo argentino. A nulla servirà il tap-in di Balbo per il 3-2 finale, su corta respinta di un non incolpevole Prunea. Al triplice fischio l’incredulità degli argentini e del mondo intero si mescola alla sorpresa, e agli applausi, che i ragazzi di Iordanescu si sono meritati. Davide ha superato Golia.

Eccolo, il pomeriggio del 10 luglio, una giornata che, volente o nolente, è destinata a entrare nella storia di una nazione. Che, adesso, ha cominciato a crederci, dato che l’avversaria sembra essere alla portata.

Sembra che sia la paura a prevalere: contro una Svezia quadrata, forte dell’essere ancora imbattuta, le occasioni latitano, al di là di un palo svedese colpito da Brolin, con le squadre più intente a studiarsi che a rischiare di colpire e prestare il fianco. A dodici minuti dal termine, però, gli scandinavi beneficiano di un calcio di punizione dalla destra, sulla quale Mild, mettendo il pallone in area, sorprende l’intera retroguardia. Brolin, ricevuto l’input, è rapido a girarsi e a scaraventare un potente destro appena sotto la traversa. Gol.

Per un momento tutto sembra perduto. La stanchezza nelle gambe, il caldo insopportabile, lo svantaggio da recuperare, il ticchettio dell’orologio che scorre inesorabile, sono sensazioni comuni per chi rischia di veder svanire un sogno, di subire una sconfitta beffarda e cocente come il sole che batte senza sosta in quel pomeriggio di Chicago. Passano i minuti e le difficoltà aumentano, fino a quando, un po’ per fortuna, un po’ per caso, un po’ perché il Dio del calcio ha deciso che quel giorno tutto non poteva finire così, arriva il colpo di scena. Hagi, da palla da fermo, disegna un tracciante in area, che, deviato fortuitamente, piomba dalle parti di Raducioiu, rapace nel piombare sul pallone facendo secco Ravelli: 1-1, a due minuti dalla fine. Si va ai supplementari.

I trenta giri di lancette dell’extra time permettono di ricominciare, da zero, la battaglia. E il battaglione che sembrava ferito, proiettato all’attacco disperato per mancanza di soluzioni, dopo aver rimesso in pari i conti addirittura li rovescia: al 101′, il batti e ribatti al limite dell’area favorisce Raducioiu, il cui destro diviene imparabile per l’estremo svedese.

Solo una manciata di minuti, adesso, separa la Romania dalla semifinale, un traguardo inimmaginabile fino a qualche giorno prima. Bisogna solo resistere agli assalti svedesi e contrattaccare, magari ripartendo in contropiede, come già visto con Colombia e Argentina, per trovare il gol della sicurezza, il colpo del definitivo ko. Un’intera nazione è pronta a festeggiare nelle piazze, mentre dalle parti di Stoccolma le speranze sembrano vane e gli attacchi si fanno confusi. Al 115’, Nilsson crossa da destra un pallone lento, docile, di facile lettura per un portiere professionista. Prunea aspetta che il pallone piombi tra le sue mani protese, rimanendo fermo, senza interferire sulla traiettoria della sfera. La frapposizione della testa di Kenneth Andersson, quando la palla sembra essere già preda del portiere, cambia il corso degli eventi, e il Questra varca, lentamente, la linea di porta. L’estremo difensore romeno si riscatterà parzialmente con due miracoli, su un diagonale di Andersson e sulla ribattuta a tu per tu di Larsson, quanto basta per portare il match alla lotteria dei rigori. Dopo l’errore iniziale di Mild, che spara alto, gli svedesi sono infallibili: altrettanto Dumitrescu, Lupescu, Hagi e Raducioiu. Le gambe tradiscono però Petrescu e Belodedici, con quest’ultimo che si fa respingere la conclusione decisiva, debole e quasi centrale.

È la fine di un sogno. Per la Romania e per il portiere Prunea, macchiato indelebilmente dall’errore ai supplementari e mai più nell’undici iniziale in una gara giocata dalla sua nazionale nelle fasi finali di un torneo ufficiale. Hagi e compagni videro ridursi in granelli di sabbia quel castello costruito in meno di un mese, svanito a pochi passi dalla quella gloria. Una serie di emozioni, positive e negative, che, anche a distanza di anni, rimangono intatte e incancellabili per l’intero popolo romeno e per la sua nazionale, mai più così competitiva.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *