Athletic Club Bilbao: l’orgoglio dei Paesi Baschi

L'Ikurrina, bandiera basca, è raffigurata sui seggiolini del San Mames, lo stadio dell'Athletic Club de Bilbao
L'Ikurrina, bandiera basca, è raffigurata sui seggiolini del San Mames, lo stadio dell'Athletic Club de Bilbao
Sui seggiolini del nuovo San Mames, lo stadio dell’Athletic Club de Bilbao, è raffigurata l’ikurrina, bandiera dei Paesi Baschi. Il simbolo del sentimento identitario della squadra della città (fonte: athletic-club.eus)

L’Athletic Club, altrimenti noto come Athletic Bilbao, riveste un ruolo centrale nell’identità di un’intera regione. Qui giocano solo giocatori baschi (o cresciuti nei Paesi Baschi) e vige una cultura incentrata sull’orgoglio euskadi. La storia di una squadra che, contando solo sulle proprie forze, non è mai retrocessa.

 

Non chiamatelo Atletico Bilbao

Il calcio, come tutti gli sport, è spesso molto più di un semplice gioco. Esso racchiude le passioni e l’essenza stessa di ogni persona che lo pratica e lo segue, a qualsiasi livello e ricoprendo qualsiasi ruolo. Le persone si identificano sovente in una maglia, che può essere quella della propria nazione di appartenenza. Oppure, in alcuni casi, è quella di un club che racchiude nella propria indole identità e radici forti. Questo è il caso dell’Athletic Club, la celebre squadra basca con sede a Bilbao, nel cuore della Biscaglia. Una provincia che, insieme ad altre, appartiene alla più ampia comunità autonoma dei Paesi Baschi.

Parlare di questa istituzione non è una cosa che va presa alla leggera, c’è il rischio di urtare la sensibilità di qualcuno. Partiamo subito da un avvertimento: non chiamatelo Atletico Bilbao, i puristi non la prenderebbero affatto bene. La motivazione è particolarmente elementare: l’appellativo Atlético ricorda ai tifosi un periodo buio, nel quale la dittatura franchista impose ai biancorossi di nazionalizzare il nome.

La storia dell’Athletic Club Bilbao, l’orgoglio del territorio

A fine ‘800 il football si diffonde con estrema velocità, varca i confini dal Regno Unito e si diffonde in tutta Europa. È da qui che, via mare (e via marinai) arriva a Bilbao, presso il cui porto iniziano a prestare lavoro numerosi lavoratori inglesi, perlopiù provenienti da città operaie quali Portsmouth, Sunderland e Southampton. Proprio Bilbao diventa una delle prime città dell’intera penisola iberica nelle quali la passione per il calcio si diffonde e trova consensi unanimi. È qui, che nel 1900, i lavoratori d’oltremanica fondano il Bilbao Foot-ball Club e iniziano a praticare sul territorio il loro gioco preferito.

Nel 1898, però, alcuni studenti baschi, appena tornati da un percorso di studi in Inghilterra, aveva già fondato una loro società, scegliendo un nome di chiara matrice anglosassone. L’Athletic Club, così nominato, sarà ufficialmente costituito nel 1901, dando vita a una rivalità tra i due sodalizi. In gioco lo scettro, se non altro calcistico, della città: da una parte i lavoratori inglesi, dall’altra i baschi.

Le acredini verranno appianate nel 1902, quando si decise di creare il Bizkaia, una selezione dei migliori giocatori delle due compagini. L’obiettivo è vincere la Copa de la Coronaciòn: il successo per 5-1, nella finale del Barcellona, soddisferà i propositi. L’anno dopo la competizione cambierà nome, divenendo la tuttora esistente Copa del Rey. Trofeo che, ancora una volta, prenderà la strada dei Paesi Baschi, con il Bilbao Foot-Ball Club che, nel frattempo, è definitivamente confluito nell’Athletic Club.

L’Atletico Madrid, la succursale dell’Athletic Club

Proprio nel 1903, a Madrid, fu fondata una squadra satellite del club di Bilbao. Il nome originario era quello di Athletic de Madrid, divenuto poi Club Atletico de Madrid. Coloro che diverranno i Colchoneros, una delle squadre più vincenti in Spagna nel secolo corrente, erano un’autentica succursale dell’Athletic Club de Bilbao. Alcuni studenti baschi residenti a Madrid, infatti, chiesero soccorso ai propri connazionali per fondare una società che avesse gli stessi colori sociali della squadra del loro paese: bianco e blu.

Esattamente. In origine le maglie dell’Athletic Club e dell’Athletic de Madrid non erano biancorosse. Se il primo Athletic e il Bizkaia avevano una maglia candida, nel 1903 si optò per una divisa con una banda bianca e una blu, in onore ai Blackburn Rovers. Il passaggio agli attuali colori avvenne solo nel 1910 per cause ancora da accertare: i miti che si inseguono, però, sono molteplici. Una delle tesi più accreditate parla di un rifornimento insufficiente di maglie dai magazzini di Blackburn, dove la squadra locale si riforniva. Alcune voci parlano di una scelta di risparmiare sui costi, secondo altre invece la scelta dipese dalla volontà di migliorare la qualità dei materiali. A Madrid si adegueranno nel 1915, due anni dopo che la squadra divenne indipendente dalla casa madre, cambiando anche lo stemma.

Per un curioso intreccio del destino fu proprio l’Atletico Madrid, nel 2012, a impedire alla squadra basca di conquistare il primo trofeo europeo della sua storia. Nella finale di Europa League, a Budapest, la squadra di Simeone vincerà per 3-0 contro quella di Marcelo Bielsa.

Il curioso mercato dell’Athletic Club: solo baschi… o quasi

Il Club Athletic ha una politica societaria molto particolare e limitante per quanto riguarda la composizione della rosa. Si tratta di una caratteristica che rende la società celebre in tutto il mondo, fortemente legata al territorio. Infatti, a Bilbao vengono tesserati solamente giocatori che sono nati nel territorio basco, oppure che sono cresciuti nel settore giovanile di una squadra basca. Essi devono provenire dall’Hegoalde, la porzione spagnola dell’Euskal Herria, oppure da quella francese, denominata Iparralde.

Questa filosofia, mai formalizzata nello statuto societario, non ha origini di stampo nazionalista. Le motivazioni sono da ricercare in quanto accaduto nella Coppa del Re del 1911: il governo centrale, infatti, decise di vietare il tesseramento di giocatori britannici che non risiedessero in Spagna da almeno 6 mesi. L’Athletic vinse il trofeo, ma le avversarie accusarono i baschi di aver schierato due calciatori non in regola, Martins e Sloop. Seppur sia riuscita a mantenere il trofeo in bacheca, dall’anno successivo la società decise di rinunciare ai giocatori stranieri. Questa scelta fu legata anche alla ricchezza di talenti calcistici sul territorio, dove il calcio ebbe uno sviluppo più rapido e più efficace rispetto al resto della penisola.

A tal proposito, è bene specificare che esistono alcuni giocatori stranieri che, anche dopo il 1911, hanno avuto modo di giocare con i zurrigorriak, ossia i biancorossi in lingua basca. Questo fu possibile grazie alle origini basche di alcuni di loro: sono esempi il brasiliano Biurrun, Iturriaga, proveniente dal Messico o Amorebieta, nato in Venezuela. Altri, come il difensore francese Aymeric Laporte, invece, hanno giocato qui pur senza avere origini riconducibili al territorio. Il caso Laporte, in particolare, ha sollevato anche polemiche dai tifosi più puristi. Il giocatore di origini aquitane, infatti, venne acquistato da giovanissimo e parcheggiato all’Aviron Bayonnes, squadra affiliata all’Athletic con sede a pochi chilometri dal confine iberico, in attesa del compimento dell’età minima per giocare in Spagna.

Il San Mamès, la Catedral dell’Athletic

Il culto dell’Athletic viene celebrato in uno stadio soprannominato la Catedral, proprio a evidenziare la simbiosi quasi religiosa tra tifosi e squadra. Il San Mamès, casa dei biancorossi, deve il suo nome al terreno sul quale fu edificato nel 1913. Qui, infatti, sorgeva una chiesa dedicata a Mamete di Cesarea, martire della Chiesa cattolica ucciso con un tridente dopo che i leoni ai quali era stato dato in pasto rifiutarono di cibarsi delle sue carni. E non è un caso che i giocatori dell’Athletic sono soprannominati Lehoiak, leoni in lingua basca.

L’Estadio San Mamès ha ospitato le partite casalinghe per ben cento anni, demolito nel 2013 per fare posto al nuovo San Mamès Barrìa, sorto proprio di fianco al vecchio terreno di gioco. Il progetto del nuovo impianto cercò di preservare una delle storiche caratteristiche del vecchio stadio. Quest’ultimo, infatti, era noto perché gli spettatori tifavano a pochissimi metri dal rettangolo verde. Si formava così un’autentica bolgia rojiblanca che rendeva difficile il gioco a tutte le squadre avversarie.

Gran parte dei tifosi hanno accolto freddamente l’innovazione, allentando – per questo e altri motivi – quella morsa che rendeva quasi invincibili, tra le mura amiche, i baschi. Già nel 2008, infatti, la scelta di applicare uno sponsor sulla maglia da gioco aveva allontanato parte dei tifosi. Le frange più integraliste dei supporters baschi, infatti, accusarono la società di aver macchiato un vessillo storico, peraltro a fronte di un compenso tutt’altro che faraonico.

L’Athletic Club, la non retrocessione e Pichichi

L’Athletic Club, in fondo, è una squadra che ha fatto la storia del calcio spagnolo. Un segno ancora tangibile dimostrato dal fatto che si tratta dell’unica squadra, insieme a Real Madrid e Barcellona, a non essere mai retrocessa dalla Primera Division, partecipando a tutte le edizioni dal 1928 in poi.

Il legame è ancora più forte se consideriamo che il premio come miglior marcatore della Liga porta il soprannome di un ex giocatore dei zurrigorriak. Rafael Moreno Aranzadi, detto Pichichi, fu un grande giocatore dell’Athletic, la prima autentica stella della squadra. Giocatore di straordinario talento e popolarità, fu un personaggio nel vero senso del termine e la sua aura di leggenda aumentò ancor di più dopo la morte in giovane età, dovuta a un violento attacco di tifo, che sconcertò e commosse tutta la Spagna. Durante la sua carriera vinse 4 Coppe del Re, 5 campionati regionali e la medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1920 di Anversa.

L’Athletic lo ha omaggiato ponendo all’interno dello stadio San Mamés, dove Aranzadi segnò il primo goal in assoluto nella partita d’inaugurazione, un busto in suo onore. La tradizione legata al monumento vuole che il capitano di una squadra avversaria che gioca per la prima volta al San Mamés renda omaggio al busto di Pichichi con un’offerta floreale, da consegnare insieme al capitano dell’Athletic. Nel vecchio stadio il busto era posto in tribuna d’onore, ma il club ha deciso di portare con sé un pezzo di storia all’interno del nuovo stadio, collocando il busto al termine del tunnel d’ingresso al terreno di gioco.

L’orgoglio basco, su tutto

L’essenza dell’Athletic Club de Bilbao si esprime con pienezza nell’Ikurrina, la bandiera nazionale dei Paesi Baschi. Un vessillo che il 5 dicembre del 1976 salì alla storia nel corso di un derby contro la Real Sociedad. I capitani delle due squadre, Kortabarria del Real e Iribar dell’Athletic, entrarono in campo sventolando il simbolo della loro identità territoriale, introdotta di nascosto all’interno dello stadio.

Il regime franchista, infatti, aveva reso fuori legge anche solo la sua esposizione, nel nome di un nazionalismo spagnolo raramente sopportato da queste parti. Un provvedimento a tratti discriminatorio, dato che le altre bandiere regionali erano state liberate qualche mese dopo la morte del Caudillo, avvenuta nel 1975. Tutte, tranne l’Ikurrina. Il timore del governo centrale, infatti, era quello di dare il via a dei moti di insurrezione che già avevano visti protagonisti i terroristi dell’ETA qualche anno prima. Nulla, però, che potesse giustificare un provvedimento ad hoc per la regione basca.

Oggi l’Ikurrina campeggia stabilmente al San Mamès, anche se non è sventolabile. Come tributo al territorio e alla propria identità, infatti, l’Athletic ha colorato alcuni seggiolini dietro una delle due porte con i colori della bandiera nazionale, quasi a ricordare al mondo la forza di un intero popolo. Perché qui rimanere nella massima serie equivale a vincere un campionato e arrivare secondi, contando solo sulle proprie forze, è meglio che vincere rinunciando alla propria storia.

 

 

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