Johan Crujiff, il profeta del Gol

Johan Crujiff, il numero 14 più celebre di sempre
Johan Crujiff, il talento più cristallino nella storia del calcio olandese (fonte: barcalcio.net)

Il 24 Marzo del 2016, dopo una lunga lotta contro un tumore ai polmoni, ci ha lasciato Johan Crujiff (traslitterato anche Cruyff, al di fuori dell’Olanda). Un artista del calcio a tutto tondo, capace di ammaliare i Paesi Bassi e il mondo intero con la sua leggiadria, le sue finte e quel numero 14, che nel mondo d.C. (dopo Crujiff) può essere associato ad un solo giocatore.

Quel maledetto 24 Marzo

24 Marzo 2016. È una di quelle giornate in cui il grande orologio del calcio si ferma. Stop.

È una di quelle giornate in cui chiunque ami questo sport, o chiunque lo abbia amato in passato, negli anni ’70, si è ritrovato il sangue raggelato. È un groviglio di ricordi, finte, cambi di ritmo, calcio totale. Tutto ciò che l’Ajax di Rinus Michels prima e l’Arancia Meccanica, soprannome della nazionale olandese, poi, hanno mostrato, per la prima volta, al mondo intero. Un mutamento radicale di una concezione di gioco dapprima volta alla drastica separazione dei ruoli, 5 tra difensori e centromediani e 5 attaccanti, e adesso concretizzata in un gioco spumeggiante, in cui tutti attaccano e, soprattutto, tutti difendono.

È una di quelle giornate, anzi, è la giornata, in cui ci ha lasciato quello che, probabilmente, è il più grande calciatore europeo di tutti i tempi. Johan Cruyff, il profeta del gol. Questo pezzo lo scrivemmo nel pomeriggio, poche ore dopo che il figlio Jordi comunicò al mondo il decesso del padre. Scombussolò tutti i piani, unendo gli intenti di tutti i redattori. Non potevamo non scrivere niente a riguardo.

Alle radici del mito

Johan, all’anagrafe Hendrik Johannes Crujiff, come molti grandi campioni della storia del calcio è figlio dei quartieri popolari della propria città.
Nasce a Betondorp, sobborgo periferico di Amsterdam, dove papà Manus ha un piccolo negozio di prodotti ortofrutticoli, mentre mamma Nel fa la donna delle pulizie allo stadio De Meer, gioiello dell’edilizia dei Paesi Bassi. L’impianto è stato costruito bonificando integralmente un lago (la cui traduzione, appunto, è meer) sito nello stesso Betondorp, ed è il tempio della maggiore squadra della città. L’Ajax.

Betondorp è un quartiere costruito integralmente in cemento. E quando dico integralmente, intendo proprio tutto. Spazi verdi in cui giocare, zero. Per questo, tutti i bambini della zona di radunano nella Brink, la piazza principale, e giocano a calcio. Giacche usate come pali, linee laterali immaginarie o, nel migliore dei casi, usando un marciapiede.

È lì, che in mezzo agli altri, si fa notare un ragazzo mingherlino. Ha i piedi piatti, le caviglie leggermente deformi, ma palla al piede umilia letteralmente i ragazzini di due/tre anni più grandi di lui. Che però non stanno a guardare: passi il primo dribbling, tolleriamo anche il secondo, ma il terzo… Il terzo no.

La nascita di una finta: la Crujiff draai

Al terzo si va alle maniere pesanti: contrasti duri e il piccolo Johan finisce per terra, con le ginocchia puntualmente sbucciate. Ogni sera, la stessa storia: rientrato a casa, dopo le botte subite giocando, spesso e volentieri arrivano quelle di mamma, una volta viste le condizioni pietose dei pantaloni…

La selezione naturale, però, ci insegna che sopravvive soltanto chi è in grado di adeguarsi: è così che Johan impara a giocare nel modo che tutti avremo modo di conoscere. Avvertito il pericolo dell’avvicinamento del difensore, il ragazzino anticipa la finta di un millesimo di secondo, quanto basta per evitare il contatto fisico. Avversario superato, ginocchia integre e via verso la rete. Nove volte su dieci, il dribbling avviene tramite quella finta che la stampa denominerà come la Crujiff draai, una sorta di veronica effettuata beffando in velocità il dirimpettaio. Che per quanto possa intuire le altrui intenzioni, è costretto ad inseguire

L’approdo all’Ajax

Quando Johan ha 12 anni, Manus Crujiff è vittima di un arresto cardiaco. La vita della famiglia cambia radicalmente: mamma Nel è costretta a vendere il negozio di frutta, che non riesce più a gestire, e si concentra maggiormente sul proprio lavoro. È proprio mentre è impegnata nei consueti lavori di pulizia al De Meer che nota un cartello che pubblicizza i Talentendagen, veri e propri provini per giovani talenti.

Mamma Nel sa di avere in casa un talento. Magari non lo ha mai visto giocare, ma nel quartiere se ne parla. Lo iscrive, sostenendo un costo di iscrizione non indifferente, e lo porta con sé al campo.
La scuola calcio dell’Ajax è una fucina di talenti, nella quale entrano soltanto pochissimi ragazzi, a fronte di numerosissime bocciature. Gli osservatori squadrano Johan dalla testa ai piedi, quasi ridono. Piedi piatti, caviglie deformi, ma questo qui dove vuole andare?

Prima azione, Johan parte palla al piede, supera un paio di avversari e si dirige verso la porta. Il terzo è un rude marcantonio, il classico libero palla o gambe. Crujiff draai, il pallone passa, Johan pure. Gol.
Sugli spalti, il mister della prima squadra Vic Buckingham non crede ai suoi occhi. Quasi li strabuzza, estasiato. In men che non si dica, mamma Mel viene sottratta agli stracci e convocata negli uffici societari. Il ragazzino, costi quel che costi, deve vestire la gloriosa maglia biancorossa.

I trionfi e l’addio verso la Spagna

Il resto della storia con l’Ajax la raccontiamo a grandi linee, la conosciamo tutti. L’esordio a 17 anni con la maglia dei lancieri, l’approdo di Michels in panchina, il calcio totale, i sei campionati e le tre Champions in poco meno di otto anni, dal 1965 al 1973. L’Ajax è sul tetto del mondo, una squadra imbattibile e indistruttibile. Se non dall’interno.

Siamo nell’estate del 1973, e negli spogliatoi, come ogni anno, si vota il nuovo capitano del club. Johan Crujiff, autentico trascinatore, sembra il nome più scontato. E invece no, tocca a Piet Keizer, ottimo ma non trascendentale giocatore. Johan va su tutte le furie, chiede la cessione e la società, pur a malincuore, lo accontenta, vendendolo al Real Madrid.

Sembra tutto fatto, ma il suocero Cor Coster, che gli fa da procuratore, blocca tutto, aprendo la strada alla firma col Barcellona, che avverrà in pieno Agosto a stagione iniziata. Sono numerose le voci che si inseguono su questo clamoroso dietrofront: motivi meramente economici, una vecchia promessa di Crujiff all’allora presidente blaugrana Montal, la volontà del calciatore di seguire il suo mentore Michels, nel frattempo approdato sulla panchina catalana. Tutte voci verosimili, se non addirittura coincidenti, che scrivono una nuova pagina al grande libro del calcio: la mitica numero 14, numero identificativo dell’olandese, è tinta di due nuovi colori.

Il Barça, gli ultimi anni di carriera e la panchina

Anche in questo caso, lasciamo che siano i fatti a parlare, più di quanto possano fare gli scritti. Scudetto al primo tentativo, manita al Bernabeu, Pallone d’Oro dopo uno strepitoso mondiale perso all’atto conclusivo, contro la Germania. Cinque anni con la maglia del Barça, seguiti dall’esperienza americana, una breve parentesi al Levante, una sola presenza con il Milan nel Mundialito 1981 e il ritorno a casa, che sancisce il ritiro dal calcio giocato.

In seguito, le panchine che hanno caratterizzato la sua carriera da giocatore. Ajax e Barça, vincendo rispettivamente una Coppa delle Coppe e una Champions, quella del 1992 contro la Samp, decisa dal bolide su punizione di Koeman (altro olandese, ça va sans dire), e l’addio al campo del calcio, nel 2013, da ct della selezione catalana. Quella Catalogna che lo ha adottato e nei confronti della quale ha ricambiato l’affetto sfidando addirittura il generale Franco, chiamando il figlio con un nome catalano, Jordi, anche quando era proibito per legge.

Il 22 Ottobre 2015, Johan Crujiff comunica al mondo di aver contratto un tumore ai polmoni. Se ne andrà lentamente, senza rumore. Un sussulto nel silenzio, come spesso accadeva con le sue accelerazioni improvvise in mezzo al campo.

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