I grandi numeri 10: Yildiray Basturk, fantasia e discontinuità

(di Emanuele Buongiorno)

“Quando gli arriva il pallone tra i piedi, ha subito in mente cinque giocate possibili, riflette e sceglie sempre la migliore”.

 

No, non stiamo parlando di Messi, Cristiano Ronaldo, Neymar o, tornando indietro nel tempo, dei vari Maradona, Pelé e via discorrendo. Questa singolare descrizione è stata dedicata a un giocatore, trequartista puro di ruolo, che per qualche stagione o poco più sembrò avere le qualità per poter esplodere e consacrarsi nel calcio europeo. Il nome potrebbe dire poco a molti, ma siamo sicuri che qualcuno, a distanza di qualche anno, lo ricorderà: Yildiray Bastürk.

 

Classe ’78, figlio di un minatore di origine turca, Yildiray nasce a Herne, piccola città della Renania Settentrionale-Vestfalia, dove muove anche i primi passi calcisticamente, nel DSC Wanne-Eikel, per poi passare all’SG Wattenscheid 09, società del quartiere della vicina città di Bochum, con la quale ha grande rivalità: Wattenscheid, infatti, fu una cittadina autonoma fino al 1975, anno in cui venne definitivamente inglobata, non senza malumori, nella più grande Bochum.

È proprio con i più noti cugini biancoblu che, nel 1997, il diciannovenne Yildiray firma il suo primo contratto di spessore. In quegli anni il VFL Bochum è una piccola realtà consolidata del calcio tedesco, facendo spesso la spola tra Zweite Liga e Bundesliga. Nel 1997/1998 Bastürk si rende protagonista di una buona stagione in Bundesliga, dove la sua squadra, complice la scia dell’ottima promozione con primo posto ottenuta due stagioni prima, e il sorprendente 5° posto agguantato meritatamente la stagione precedente (e valso un posto in Coppa Uefa) termina 12° in graduatoria. Il piccolo fantasista si mette in evidenza con 21 presenze e 1 rete, apportando un contributo significativo al tranquillo campionato dei tedeschi, culminato con la soddisfazione di aver raggiunto gli ottavi di Uefa (troppo forte l’Ajax dell’epoca per passare oltre).

 

Ampio merito per il successo della squadra e del ragazzo va dato a Klaus Toppmöller, che diverrà mentore di Bastürk e ne sarà mentore ed allenatore più importante in carriera. È proprio sua la frase riportata ad inizio articolo: Yildiray ha il dono dell’ultimo passaggio, può lanciare i compagni in profondità, tiene palla nei momenti di empasse e, pur non essendo rapidissimo, sa accelerare e servire gli esterni.

Dopo un’ulteriore stagione a Bochum, sempre con Toppmöller in panchina, conclusa con il penultimo posto in campionato e la retrocessione nei cadetti, l’allenatore cambia aria, accasandosi al Saarbrücken, mentre Yildiray rimane, superando il trauma della retrocessione appena patita con una puntuale promozione nella massima serie. Al giovane trequartista, però, la piccola realtà di provincia comincia a stare stretta. L’occasione di agguantare palcoscenici più importanti si presenta, dopo un’ultima annata in maglia biancoblu, nel 2001, quando Toppmöller si accasa al Bayer Leverkusen. Le Aspirine hanno un progetto ambizioso: vogliono fare loro il Meisterschale, il titolo tedesco, per la prima volta nella loro storia.

La stagione 2001/2002 parte quindi con grandi obiettivi e i migliori auspici: il riccio manager brizzolato plasma la formazione secondo il suo credo calcistico, disegnandola attorno a Yildiray, numero 10 e fulcro della manovra, a catalizzare qualsiasi giocata offensiva nell’impalcatura del 4-4-1-1 ideato dal tecnico, guarda caso, laureato in architettura. Il suo compito è quello di imbeccare in profondità attaccanti rapidi, quali Neuville, e di innescare sugli esterni la velocità dei vari Zé Roberto, Babic e Schneider. Senza tralasciare, ovviamente, il genio assoluto di Ballack sulla mediana. E con queste impostazioni il Leverkusen arriva a giocarsi fino in fondo i tre titoli per cui compete, ma tutto si concluderà beffardamente per la formazione rossonera, che complice un vistoso calo fisico e mentale generale perde all’atto conclusivo della DFB Pokal contro lo Schalke 04, subisce il 2-1 in finale di Champions League al cospetto del Real Madrid di Zidane e arriva seconda in Bundesliga dopo una stagione intera in vetta, meritandosi la simpatica storpiatura del nome in Neverkusen. Yildiray, comunque, si distingue positivamente (54 presenze in tutte le competizioni, 4 reti e una cascata di assist), insieme a molti uomini di quel Leverkusen che farà registrare ben 7 presenze (sui 22 titolari) nella finale mondiale tra Germania e Brasile del 05 luglio 2002. Proprio in quella rassegna iridata il ragazzo è un punto fermo della sua nazionale, la Turchia, che in Corea e Giappone otterrà un tanto incredibile quanto insperato terzo posto.

 

L’annata successiva è un incubo per tutta la squadra, Bastürk incluso: complici gli addii di Michael Ballack e Zé Roberto in direzione Monaco, sponda Bayern, e una serie di acquisti non proprio azzeccati, il Bayer passa a fatica il primo girone di Champions, subendo tonfi clamorosi, come il 6-2 di Atene contro l’Olympiakos, e vacilla in campionato, relegato appena al di sopra della zona rossa e impelagato nella lotta per non retrocedere fino all’ultima giornata, dove a Norimberga, fatale per le aspirazioni delle Aspirine neanche dodici mesi prima, è proprio un gol di Bastürk a condannare i padroni di casa alla retrocessione (peraltro già matematica) e a salvare i suoi.

Nonostante la stagione da tregenda (appena 3 reti complessivamente realizzate) Yildiray rimane a Leverksuen anche per il 2003/2004, dove le Aspirine, complice l’esplosione del giovane Berbatov come centravanti, riconquistano l’affetto, a dire il vero mai perduto, dei tifosi. A sedere in panchina è il sergente di ferro Augenthaler, che di nome fa Klaus come il suo predecessore, e, anche se forse non più fulcro del gioco come lo era stato prima, Yildiray sembra ritrovato e i rossoneri chiudono la stagione con un importante terzo posto, che vale un pronto ritorno nell’Europa che conta. Ma non per Bastürk.

 

A luglio 2004, infatti, Yildiray parte alla volta di Berlino per vestire la maglia dell’Hertha. Il turco si assesta subito negli schemi di Mister Götz, trascinando la squadra della capitale a un eccellente quarto piazzamento (uno scalino sopra gli ex compagni del Leverkusen), e collezionando 27 presenze con 7 reti, di fatto la stagione più prolifica della sua carriera. All’ombra del Palazzo del Reichstag, Bastürk sarà ancora decisivo per due stagioni: nel 2005/2006, complice l’ottima annata precedente, il talento turco si ripete in qualità di punto fermo dei biancoblu, con 25 presenze e 6 centri in Bundesliga, corredate da 7 presenze senza gioie personali nella sfortunata campagna europea in Coppa Uefa, dove il sogno dei berlinesi, dopo un girone passato per il rotto della cuffia (4 punti ottenuti da tre pareggi a reti inviolate e una sola vittoria, di misura, sul campo dei modestissimi svedesi dell’Halmstad), si spegne in fretta, agli ottavi di finale, con una doppia sconfitta al cospetto dei non irresistibili rumeni del Rapid Bucarest.

La ciclicità della carriera di Bastürk sembra svilupparsi su base triennale: al termine del campionato 2006/2007, dopo appena 19 presenze e un unico acuto in campionato, Yildiray mette radici a Stoccarda.

 

La squadra della città di Mercedes e Porsche, guidata da Armin Veh, è detentrice del Meisterschale e finalista di DFB-Pokal, vinta dal Norimberga solo ai tempi supplementari. Yildiray ha nuovamente un’occasione per dimostrarsi all’altezza di una grande, di un club che avrà soprattutto bisogno della sua esperienza per tentare l’avventura in Champions League. Il cammino europeo si rivela però disastroso: i biancorossi chiudono all’ultimo posto nel raggruppamento con Rangers (unici a cadere al Gottlieb-Daimler Stadion), Barcellona e Lione. Nonostante la presenza in rosa Gomez, Khedira e Tasci, future stelle, più o meno baluginanti, del panorama calcistico europeo, Bastürk, che gioca cinque delle sei gare in programma, senza lasciare tracce rilevanti, e compagni escono sconfitti nelle rimanenti 5 gare, incassando la bellezza di 15 reti.

In campionato, invece, non va tanto meglio: il sesto posto finale garantisce solo la qualificazione al modestissimo Intertoto, competizione con poca visibilità che cesserà di esistere da lì a poco. La stagione, al limite del disastroso, si conclude con lo smacco peggiore per Bastürk, escluso dalla fortunata spedizione turca agli Europei, dove gli uomini di Fatih Terim, contro tutti i pronostici, raggiungono addirittura la semifinale, collezionando gli scalpi di Repubblica Ceca e della ben più quotata Croazia ai quarti di finale. Inserito nel listone dei 26 preconvocati, il taglio sa ancora più di beffa: è infatti proprio Yildiray, insieme ad Altintop dello Schalke e all’esterno difensivo Kas del Getafe, a non salire sull’aereo per Austria e Svizzera.

 

Sarà di fatto l’ultima grande delusione per il giocatore. Rituffatosi nel calcio tedesco, l’ormai 30enne Bastürk trascorrerà due stagioni travagliate, piene di infortuni, sempre a Stoccarda, con 10 presenze complessive tra campionato e coppe e, ancor peggio, nessuna giocata da ricordare. L’ultima chimera, il sogno della Premier League, con la maglia del Blackburn, gli riserverà appena 45 minuti di gioco, tra una forma approssimativa e ricadute fisiche.

Un epilogo triste, di certo non il primo (e nemmeno l’ultimo) per chi ha forse troppo genio per potersi mantenere sempre ai medesimi livelli, per chi forse ha visto il calcio più personalmente che nella coralità di un gruppo, per chi è in grado a tratti di abbagliare, per la luce delle sue giocate, così come ossimoricamente di accecare, per i passaggi a vuoto e i match passati isolato in un muto anonimato. Chissà se, dopo tanti anni, Toppmöller sarà ancora convinto di ciò che pensava relativamente ad un talento tanto forte, quanto discontinuo.

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