I grandi numeri 10: Deco, l’eterno principe senza trono

Deco festeggia la Champions League al Porto
Deco festeggia insieme ai compagni del Porto dopo la conquista della Champions 2003/04 (fonte: Getty Images)

Un numero 10 superbo, capace di trascinare il Porto alla Champions. Dopo, una carriera superlativa che, tuttavia, è stata oscurata dal talento ancora più puro delle stelle con cui ha giocato: da Ronaldinho a Messi, da Lampard a CR7. La storia di Anderson Luis de Souza, per tutti Deco.

 

Monaco – Porto, la finale a sorpresa

Il 26 Maggio 2004, a Gelsenkirchen si affrontano Monaco e Porto.
È la finale di Champions tra le due grandi sorprese della competizione: i monegaschi hanno dato spettacolo sin dalla fase a gironi, con l’8-3 al Deportivo. Successivamente hanno eliminato, con qualche brivido, la Lokomotiv Mosca, e poi le meno abbordabili Real Madrid e Chelsea.
In particolare, l’eliminazione dei Galacticos destò parecchio scalpore, se non altro perché avvenuta anche grazie ad un giocatore, Fernando Morientes, praticamente scartato dai blancos in nome dei grandi campioni giunti a Madrid nella gestione Perez. Mandato in prestito in Costa Azzurra senza sapere, però, che il Torero li avrebbe matati, con due reti, una al Bernabeu, una allo Stade Louis II.
Un imbufalito Perez, proprio in seguito alla disputa, deciderà di apporre ad ogni trasferimento temporaneo una particolare clausola: il giocatore di proprietà del Real potrà giocare tutte le gare con la nuova maglia, eccetto quelle contro la casa madre.

In Italia, il Monaco riscuote parecchi consensi, perché, oltre all’aspetto simpatia tipicamente suscitato dalla squadra giunta inaspettatamente in finale, si aggiunge la presenza in campo dell’italiano Flavio Roma, definitivamente emerso nel Principato dopo la gavetta nella provincia italiana.
Sicuramente, ha molti più tifosi di quel Porto che, dopo aver vinto la UEFA del 2003, punta al colpo grosso, ed è arrivato alla finale grazie ad un cammino decisamente agevole. Dai quarti in poi, però. Agli ottavi, il tecnico José Mourinho fa suo lo scalpo del favorito Manchester United grazie ad una rete allo scadere del mediano Costinha, uomo di fiducia dell’allenatore ed elemento cardine di centrocampo e spogliatoio.

 

La definitiva esplosione di Deco

Si dice che, mediamente, la scelta definitiva del club per cui tifare avviene intorno ai 6/7 anni, mentre la prima vera folgorazione per un giocatore arrivi dopo, oltre il termine dell’età infantile.
È chiaro: la squadra del cuore tendenzialmente è e rimane una, mentre i giocatori preferiti tendono, per vari aspetti, ad essere tanti. Allo stesso tempo, però, capita spesso di simpatizzare per una determinata compagine, magari in uno scontro tra due formazioni estranee quella per cui fai il tifo. Ed iniziare per tifarne una, finendo a sostenere l’altra.

Questo è il caso in questione di chi scrive, in una delle finali più spettacolari degli ultimi 20 anni, con molteplici occasioni da ambo le parti. Ad illuminare la scena, facendo spostare la freccia della simpatia dal quadrante del Monaco a quello del Porto, è il numero 10 lusitano. Un calciatore nato in Brasile ma che, già da un annetto ha ottenuto la cittadinanza portoghese, grazie alla lunga militanza nel paese. Si chiama Anderson Luis de Souza, ma per tutti è Deco.

Chi segue gli articoli de “I grandi numeri 10”, potrebbe eccepire la presenza di un giocatore come Deco nella categoria di quei talenti dai quali sarebbe stato lecito attendersi qualcosa in più, dato lo straordinario talento donato da Madre Natura.
È vero, il trequartista ha vinto praticamente tutto con i club per cui ha giocato, ma nelle esperienze successive alle magiche avventure col Porto, nelle quali è stato quasi il passaggio obbligatorio nella manovra, è sempre passato in secondo piano. Sovrastato da quei compagni che hanno avuto il carisma e la forza, non solo sul campo, di eclissare, o quantomeno oscurare, le sue immense doti.

 

La bocciatura al Benfica e il passaggio al Porto

Un giocatore apprezzatissimo da tutti i tecnici avuti in carriera, eccetto uno: Graeme Souness.
Deco, infatti, sbarca in Europa grazie alla solita, ottima attività di scouting del Benfica, che lo preleva dal Corinthians, in coppia col compagno Caju, per una cifra complessiva equivalente a 4 milioni di euro. Non reputati pronti per l’impatto con la massima serie portoghese, entrambi vengono prestati, per la stagione 97/98, alla società affiliata dell’Alverca, militante in Seconda Divisione.

L’obiettivo sarebbe quello di una salvezza tranquilla, ma la squadra stupisce tutti e sale di categoria, nel gotha del calcio nazionale. A colpire, in particolare, la cerniera di centrocampo composta da Maniche e Deco. Il transito al Benfica sembra cosa naturale per i due calciatori, ma è il già tecnico delle Aquile a dare il primo veto alla società: quel Maniche può anche essere utile alla causa, Deco proprio no.

Così, dando retta al proprio tecnico, la società vende il trequartista al Salgueiros. O meglio, svende: il passaggio avviene addirittura a parametro zero, in cambio di tal Nandinho, che conterà appena 4 presenze in maglia rossa prima di passare anch’esso all’Alverca, senza fare più ritorno alla base. Da qui, inizia l’epopea che tutti conosciamo: al mercato invernale passa al Porto per un misero milioncino, e coi Dragoes diviene il numero 10 che tutti abbiamo ammirato in giro per il Continente.

 

Intoccabile, ma “stella” di riserva

La vittoria della Champions lancia un chiaro segnale in vista dell’Europeo: il Portogallo, peraltro nazione ospitante, entra di diritto tra le favorite. Qui di fatto inizia la carriera da intoccabile, ma non stella assoluta, di Deco: in nazionale, quel ruolo spetta al capitano, Luis Figo. Il quale, peraltro, l’anno precedente non lo accolse certo con parole al miele, contestando apertamente la sua decisione di giocare col Portogallo pur non avendo alcuna discendenze, nemmeno indiretta. Il successivo trasferimento al Barcellona, nella stessa estate 2004, conferma il ruolo da giocatore, pur di qualità, comprimario: prima Ronaldinho, poi Messi sono le star indiscusse. E anche in Nazionale, terminata la carriera di Figo, esplode il talento purissimo di Cristiano Ronaldo…

Eppure, Mourinho dirà di aver visto in lui una classe innata, superiore solo nel Luis Figo degli anni migliori. Non a caso, cercherà sempre di portarlo con sé. Ma quando, nel 2004, tutto sembra fatto per il Chelsea, si intromette il Barcellona e lo porta in Catalogna per 21 milioni di euro più il cartellino di Ricardo Quaresma, cavallo di ritorno. E nel 2008, quando l’Inter lo mette nel mirino per regalare al tecnico il suo pupillo, ironia della sorte, Deco prende la strada di Stamford Bridge.

 

L’addio al calcio

Dopo due stagioni e la sconfitta per mano della Spagna al mondiale sudafricano del 2010, Deco si ritira dalla Nazionale e prende la strada di casa, dove finalmente, con la divisa della Fluminense, sarà stella indiscussa.
La gloria, però, durerà appena una stagione, con la vittoria del titolo nazionale: dal 2011 al 2013 sarà un continuo susseguirsi di infortuni muscolari, che lo costringono al ritiro. Non prima, però, di un’amichevole celebrativa, nel 2014, tra Porto e Barcellona, dove, nonostante la presenza dei più grandi compagni di squadra e di nazionale mai avuti, la scena è tutta per lui. Dieci anni dopo il giorno in cui, a Gelsenkirchen, quella stessa scena se l’era presa con merito, facendo palpitare ben più di qualche cuore con le sue giocate. E, tra i tanti, il mio.

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