Il Benfica e la maledizione di Bela Guttmann

Bela Guttmann Milan Benfica
Bela Guttmann: la sua maledizione aleggia ancora sul Benfica (fonte: si24.it)

Nel calcio italiano, per diversi anni, ha spirato il vento dell’Est.

Sono gli anni della scuola ungherese, dell’aranycsapat di Puskas, la nazionale magiara più forte di tutti i tempi, del sistema copiato da tutte le squadre del Vecchio Continente.

È proprio sulla scia di Weisz, Erbstein e Czeizler, arriva in Italia, nel 1949, Bela Guttmann.

Avevamo già parlato di Guttmann nell’articolo su Cesare Maldini , ma è necessario approfondire i suoi trascorsi per poter capire meglio la sua specifica storia.

Nasce a Budapest nel 1899, da una famiglia di ballerini ebraici già da tempo stanziata in Ungheria. Introdotto alla danza dai genitori, propende per la disciplina calcistica, e a 18 anni fa il suo esordio in massima serie nazionale con la maglia del Torekves. Passa nella maggior squadra del paese, il Magyar Testgyakorlók Köre Budapest, meglio conosciuto come MTK. Giusto il tempo di vincere due titoli nazionali (non che fosse difficile per quella squadra, campionessa ininterrottamente dal 1916 al 1925), prima di trasferirsi a Vienna, per giocare nell’Hakoah, squadra ebraica della capitale austriaca.

L’Impero austro-ungarico si è da poco dissolto, ma i legami tra la madrepatria di Guttmann e la terra degli Asburgo sono ancora fiorenti, e l’influsso della lunga dominazione è ancora vivo nei quartieri viennesi. Durante una tournée in America, rimane affascinato. Dal grande seguito di pubblico? Non proprio…

 

L’amichevole giocata contro i New York Giants, franchigia già plurititolata nel baseball e che si stava affacciando sia all’american football, sia al soccer, viene giocata davanti a 46.000 spettatori assiepati sugli spalti del Polo Grounds, storico diamante della Grande Mela in occasione riadattato per il calcio. I tifosi sono confusi: non capiscono come funzioni questo sport. Ad ogni rete, rimangono impassibili, mentre quando il pallone finisce sopra la traversa, vengono lanciati i cappelli per aria.

Ma no, pensano si giochi a football, il loro football!

Il calcio, come avrete capito, non è molto compreso dalla popolazione. Ma, in compenso, si guadagna bene. E in questa occasione, diversi calciatori dello Hakoah decidono di rimanere a giocare negli USA, negli stessi Giants, prima di fondare, insieme ai vicini di Brooklyn, gli Hakoah All-Stars.

 

Il fiuto degli affari, da buon ebreo, non manca a Bela, che investe buona parte dei suoi ricavi, incrementati dalle lezioni di danza impartite ai lavoratori portuali della città (a smentire lo status quo che li vede descritti come sgraziati e rozzi) in borsa. Ahia.

Il giovedì nero di Wall Street, nell’Ottobre del 1929, si ripercuote anche sulle tasche di Guttmann, che si ritrova squattrinato per le vie di New York. Se, in America, le sue disagiate condizioni economiche sono note a tutti, non è così in Europa. Ed è per questo che, nel 1932, fa ritorno a Vienna, negli Hakoah, ottenendo una lauta retribuzione e, dalla stagione successiva, il posto in panchina.

Dopo una parentesi in Olanda, all’Enschede, dove rischia di vincere il campionato e di mandare il club in bancarotta, data una folle richiesta economica in caso di scudetto accordatagli da una società che non pensava si potesse arrivare a tanto, torna all’Hakoah nel 1937, ma l’Anschluss e le leggi razziali lo costringono ad abbandonare l’Austria per fare ritorno in patria. Una stagione alla guida dell’Ujpest, e poi il mistero.

 

Non si sa come abbia vissuto Bela Guttmann durante gli anni della guerra. C’è chi dice si sia rifugiato in Svizzera, chi in Brasile, chi ritiene sia stato internato in un campo di concentramento. Lo stesso allenatore, nelle interviste successive, velerà il tutto con un’affermazione che non dice nulla. “Dio mi ha salvato”.

 

Ciò che sappiamo, è che Guttmann torna sulla scena in patria, al Vasas, nel 1945, prima dell’avventura romena al Ciocanul, squadra ebraica di Bucarest. Ed ecco riemergere il solito affarista: l’inflazione è altissima, e il valore del denaro è minimo. Per questo, data la penuria di cibo, richiede di essere pagato in natura. Pochi mesi e romperà con la società, facendo ritorno in Ungheria.

Eccolo, in Italia, nel 1949. Al Padova, senza retribuzione.

Come? Guttmann è impazzito!

Il contratto prevede solo dei premi vittoria per singola partita, e Guttmann spreme i suoi giocatori affinché si ottengano dei risultati, redistribuendo loro parte degli introiti. Nella prima parte di stagione, il Padova sorprende tutti, stazionando nelle prime posizioni di classifica. Poi, però, il giocattolino si rompe, la squadra è stremata e torna nei bassifondi. Esonerato

Nella successiva esperienza, passa a Trieste, dove non ottiene grandi risultati. Vince l’Olimpiade del 1952 da assistente della nazionale, tenta l’avventura prima in Argentina e poi a Cipro, infine torna in Italia, al Milan. Ma di questo, avevamo già parlato…

Nel 1956, da direttore tecnico dell’Honved, approda in Brasile con una squadra faraonica, capitanata da Puskas. Nel frattempo, in patria, succede l’irreparabile: la rivoluzione dei giovani ungheresi viene sedata nel sangue, con metodi atroci, dall’Armata Rossa. La squadra viene a sapere di ciò che è successo in Ungheria. Quasi nessuno vi fa rientro, anche se molti torneranno comunque in Europa, e la diserzione di massa viene punita con una squalifica di due anni, alla quale non sfugge lo stesso Puskas.

 

Guttmann rimane in Brasile, dove allenerà il San Paolo per una stagione. Tornerà in Europa nel 1958, calmatesi le acque, in Portogallo.

Al Porto ottiene il solito, cospicuo assegno per allenare, con l’altrettanto consueto premio vittoria per lo scudetto. Che arriva, al termine di una grandiosa rimonta sugli arcirivali del Benfica. Per sdebitarsi, la dirigenza gli offre una replica del logo societario tempestato di diamanti, ignara del fatto che poche ore prima della finale di Coppa di Portogallo, il tecnico ha appena parlato con la dirigenza avversaria.

Stipendio aumentato del 25% rispetto a quanto percepito ad Oporto, premio per la vittoria in campionato più che raddoppiato, ai quali si aggiungono quello per la Coppa Nazionale e per la Coppa dei Campioni. Per quest’ultima, la richiesta è di 200 contos, moneta portoghese dell’epoca, ma un dirigente, convinto dell’imbattibilità del Real Madrid, ribatte offrendone 300. Sarà la sua rovina… 

 

La finale finisce così: 0 Porto, 1 Benfica.

Già, Guttmann ha tradito i Dragões per le Águias, Oporto per Lisbona, gli ideali per il denaro. Ma di quest’ultimo particolare, non ci stupiamo più di tanto.

 

In campionato è dominio, sia nella stagione 59/60 che in quella successiva. Ma, in quest’ultima, l’impresa arriva in campo europeo. Il Real esce agli ottavi, eliminato dai connazionali del Barcellona, e la finale vede proprio i blaugrana contro il Benfica. 
3-2 finale e 300 contos guadagnati da Guttmann.

Il 61/62 non sembra aprirsi con i migliori auspici: in campionato la squadra arranca, la Coppa Intercontinentale viene persa contro il Peñarol con un tonfo clamoroso in trasferta (5-0), mentre in Champions si arriva in semifinale, contro il Tottenham.

Nella conferenza stampa della vigilia, il tecnico annuncia l’addio alla panchina a fine stagione, affermando che punta ad allenare in Inghilterra.

Mossa astutissima. Tutti sanno delle origini ebraiche del mister e della sua tendenza ad allenare le squadre riconducibili al suo stesso credo, e qual è la squadra di riferimento per la comunità ebraica inglese? Proprio il Tottenham…

La stampa d’Oltremanica è scatenata, e il clamore travolge i giocatori della stessa squadra londinese, battuta al termine della doppia gara. In finale, ecco il temutissimo Real. Dopo un primo tempo chiuso sul 3-2 per i blancos, nella ripresa un giovane attaccante mozambicano, Eusebio, approdato al Benfica ad inizio stagione, segna le reti decisive per la rimonta: 5-3 Benfica, seconda Coppa dei Campioni di fila, ma stavolta niente premio. E Guttmann lascia la panchina, su tutte le furie, lanciando una maledizione.

 

“Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà due volte campione d’Europa ed il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni”.

 

La dirigenza biancorossa la prende sul ridere, ma già la stagione successiva il Benfica perde all’atto conclusivo, contro il Milan. Stesso esito due anni dopo, al Meazza, contro l’altra milanese, l’Inter.

 

Stai a vedere che stavolta Guttmann l’ha fatta grossa. Tornerà sulla panchina portoghese, neanche a dirlo, coperto di denaro, ma la squadra uscirà ai quarti contro il Manchester, ed in seguito alla sconfitta avverrà l’esonero del tecnico, che chiuderà la carriera tra Servette, un altro ritorno al Porto e l’Austria Vienna, prima di morire, nella stessa città austriaca, nel 1981.

 

Per il Benfica, la maledizione non è ancora terminata: nel 67/68 finale persa contro il Manchester di Best ai supplementari, ed esattamente vent’anni dopo, dopo i calci di rigore, tocca al PSV spezzare i sogni di gloria delle Aquile. Quattro finali perse sono un macigno, e arriva la quinta.

Stagione 89/90, contro il Milan. E si gioca a pochi chilometri dalla tomba di Guttmann, al Prater di Vienna.

Eusebio, che nel frattempo è divenuto l’attaccante portoghese più prolifico di tutti i tempi, eguagliato, nelle ultime stagioni, solo da Cristiano Ronaldo, si è ritirato ed è rimasto al Benfica, nell’organo dirigenziale, si inginocchia a pregare di fronte al feretro del tecnico, chiedendo che la maledizione venga tolta. Non servirà.

L’ 1-0 per il Milan sarà la quinta sconfitta in finale, su cinque tentativi. Se la finale di Champions non verrà mai più raggiunta, il traguardo sembra vicino nella minore Europa League.

Due finali consecutive, nel 2013 e nel 2014, rispettivamente con Chelsea e Siviglia. Ok, in questo caso non insiste alcuna maledizione, ma vi lascio indovinare i nomi dei vincitori, sempre che non li ricordiate…

 

Ed è così che da una semplice frase è nato un incubo che ha travolto l’universo Benfica. Una maledizione senza fine, con l’incontrovertibile conferma del giudice finale: il campo.

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